allo specchio di un quesito

allo specchio di un quesito

allo specchio di un quesito leonardo caffo su l'estroverso

Francesco Burdin scriveva: “L’etimologia in disaccordo con la logica. Chiamiamo animali gli esseri viventi ai quali neghiamo la proprietà di un’anima”. Pensando al libro, A come Animale: voci per un bestiario dei sentimenti, chiedo: quali sono le peculiarità del rapporto simbiotico tra l’uomo e il mondo animale?

Burdin diceva bene, direi. Nel senso che “animale” è la parola singolare generica con cui denotiamo tutto ciò che si allontana da uno strano concetto che ci siamo costruiti, quello di “umanità”. Umanità, invenzione recente come diceva Michel Foucault nel suo Le parole e le cose, che sembra essere costruita sulla scorta di alcuni fraintendimenti essenziali. Io e Felice Cimatti, nel nostro A come Animale: voci per un bestiario dei sentimenti (Bompiani, 2015), effettivamente parliamo proprio di questo … sia da un punto di vista ontologico (cosa siamo) che da un punto di vista etico (come ci si comporta) abbiamo una strana idea di noi stessi. Ci pensiamo come enti unici e superiori e gli animali sono “tutto il resto”: quelli che non parlano, non soffrono, non pensano, e via dicendo. E anche alcuni umani, a comodo, diventano animali: perché l’animalità è quella proprietà incompresa che utilizziamo per discriminare e distruggere. a come animale su l'estroverso leonardo caffoMa A come Animale non è un libro sugli animali quanto, piuttosto, un “libro animale”: parla di noi, che siamo animali, ma che ci pensiamo come altro da loro. Non ci sono peculiarità del rapporto tra uomo e mondo animale, perché il mondo animale ci racchiude ed è impossibile pensarsi come esterni: l’animalità, o meglio gli enunciati che riguardano questo mondo, sono proprio le uniche verità necessarie di questo mondo. Perché tutto ciò che siamo, sogniamo, crediamo, fa parte della nostra natura animale. Un bestiario dei sentimenti, dunque, è un modo di osservare, osservandoci, le infinite sfumature della nostra specie capendo che come nella mitologica figura architettonica, “il rizoma”, la vita è un flusso di piani interconnessi complessi: non esistono piani superiori e inferiori, principi o conclusioni, e tutta l’esistenza è manifesta nelle diverse forme – quelle che chiamiamo “forme di vita” – di cui noi facciamo parte. Questo è un libro sulle forme, sugli spazi, e sulle strutture delle vita: si tratta di decolonizzare politicamente l’esistenza, comprendere che siamo natura tra la natura, corpi in movimento e divenire (perché in continuo decadimento), che “enti qualsiasi” tra gli animali e i vegetali, abitano un minuscolo pianeta di una minuscola galassia di un immenso universo. Naso all’insù: vedete il cielo azzurro? Ecco, ben oltre quello strato di luce che i nostri occhi filtrano come “azzurra”, c’è una cosa che chiamiamo “infinito”. Anche questa, mi pare, è l’animalità.

 

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