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Lo stile è lavorare sul proprio sapere. Viviamo in un’epoca caratterizzata fortemente dall’apparire, e prima di tutto il modo in cui ci vestiamo è espressione del nostro stile: è un atto creativo e insieme una forma di comunicazione sociale. Subentra così la questione dell’eleganza. Le regole del mio stile di Lapo Elkann (in collaborazione con Michela Gattermayer, Torino, add editore, 2012) ha intanto un’originale particolarità: le pagine sono numerate non dalla prima all’ultima, come si usa abitualmente, bensì viceversa, in modo che la p. 1 la si troverà alla fine del volume, che inizia a p. 192. È chiaro che l’immagine con cui ci presentiamo al mondo deve avere un significato sostanziale: e che cos’è questa sostanza?

«La sostanza di una persona è la somma di quello che ha vissuto, ma soprattutto del modo in cui l’ha fatto: incontri, pensieri, creazione, innovazione, passioni» (p. 176).

Lo stile è anche comportamento nel momento in cui si interagisce con gli altri: la ricerca della verità si svolge nell’incontro. La fase della realizzazione artistica, come pure dell’elaborazione conoscitiva, è necessariamente solitaria, quando non si lavori d’équipe (e quale lavoro non è, in un modo o nell’altro, d’équipe?): appartiene a una solitudine che non è chiusura solipsistica, continua a farsi dialogo col mondo, in profondità. Lo stesso dialogo lo si riporta nella vita. Tra i due elementi, arte e vita, c’è una dialettica continua, l’una rimanda all’altra, non hanno senso quando l’una e l’altra sono concepite separatamente. E tutto è sintetizzato nella cura di sé che viene declinata qui in termini di immagine sostanziale: incontri, pensieri, creazione, innovazione, passioni.

«L’eleganza rispecchia quello che hai fatto, pensato, visto in ogni momento della tua vita, e diventa il tuo modo di essere, in cui metti in gioco personalità, audacia e libertà» (p. 178).

Anche se non vuol esserlo nelle sue premesse dichiarate, questo racconto che Lapo fa di sé (soprattutto quando afferma: «Dicono che sono un dandy: falso, la mia non è una posa, quello che faccio non lo faccio per stupire», p. 174) finisce ugualmente per diventare in gran parte un manuale di audacia e libertà. È evidente che il modello è irraggiungibile, se si avesse la folle pretesa di prenderlo alla lettera, se si volesse fare, cioè, un copia-incolla per sé del guardaroba di Lapo Edovard Elkann, che è un italiano internazionale, nato in America e che ha viaggiato e vissuto in tutto il mondo: abiti, smoking, tweed, camicie, T-shirt, tute da ginnastica, cravatte, sciarpe, calze, cinture, occhiali, scarpe… Sarebbe un’impresa destinata a sicuro fallimento, anche perché rivelerebbe una mancanza assoluta di originalità, sia pure confrontandosi e ammirando il modello di eleganza maschile per antonomasia.

Al contrario, è da questo che lui stesso mette in guardia quando afferma che non è questione di budget. «Al budget sempre più piccolo si deve rispondere con idee sempre più grandi. Niente marche per forza. Niente lusso imposto, ma piuttosto quello costruito, affinato giorno dopo giorno seguendo i propri gusti e le proprie inclinazioni» (p. 170). Una delle parole-chiave per interpretare il libro è infatti: personalizzare, se è vero che less is more.

«Meno c’è, meglio è. Oggi il lusso non è più fare in grande, è diventato invece guardare il piccolo, il particolare. Non è dunque una questione di soldi, ma di idee. […] Se apro i miei armadi sono le personalizzazioni quelle che mi piacciono di più, sono quegli interventi nati da un’idea improvvisa, semplice ma essenziale, che ha dato personalità a qualcosa che non l’aveva. L’ha resa unica» (p. 168). L’unicità di ognuno è irripetibile. Perciò lo stile deve essere non conforme e non uguale per tutti ma basato sull’idea che si vuole far passare nei rapporti con gli altri.

Poi c’è qualcosa d’altro: il cambiamento, il movimento, la ricerca dell’equilibrio. La necessità di accogliere il mutamento, saperlo accettare, è la filosofia di vita, quella che ha ispirato la sfida di Italia Independent, sottesa a Le regole del mio stile: «ho deciso di creare una realtà mia dove il clima, la voglia, il fervore, l’atteggiamento, l’attitudine, il portamento e il comportamento corrispondono a un mio sogno e non a quello del nonno di mio nonno. Con tutto il rispetto verso un uomo che era un genio e ha realizzato un sogno impossibile: il mio, al suo confronto, è niente. Ma sognare ti permette di trasmettere energia su quello che vuoi  fare. Perché il sogno è bello solo se lo realizzi. E se non ce la fai non lo devi buttare, ma metterlo in un cassetto per ripescarlo al momento giusto» (p. 79).

La vita, nell’eterno superamento di se stessa, è: il cambiamento continuo. Sulle prime fa paura e in seguito ci si assesta a viverlo, indipendentemente dalla vita quotidiana, che pure non è mai la stessa nel suo ripetersi e ritornare. Ci si dispone a vivere partendo dal presupposto fondamentale che quell’equilibrio perenne non esiste da nessuna parte per nessuno. È il paradosso che Elkann spiega con le parole: «Come faccio? Diciamo che mi tengo in equilibrio su un disequilibrio assoluto» (p. 110).

Un discorso analogo riguarda il suo dinamismo vulcanico attraverso luoghi e città di tutti i continenti: Roma e Parigi, sopraffatte dal proprio passato di storia e bellezza, soffrono di una loro sprezzante superbia che le porta quasi a rifiutare la modernità. Multiformi e dei più svariati sono insomma gli aspetti di questo libro d’arte di pregevolissima fattura, corredato com’è di un vasto e molto colorato repertorio iconografico.

Lapo si pronuncia anche su alcuni protagonisti della scena mondiale: Henry Kissinger, Hillary Clinton, Eminem, Vladimir Putin, Bill Clinton, Nicky Vreeland, Marella Agnelli, Diane von Fürstenberg, Shimon Peres, Gaetano Pesce, Anthony Hopkins, la recentemente scomparsa Franca Sozzani («Con lei ho un rapporto di amicizia vera che non c’entra con il lavoro, costruito nel tempo. C’è affetto reciproco, sappiamo pregi e difetti uno dell’altro», p. 48), Anna Wintour.

Mi piace concludere riportando qualcosa di quanto Alain Elkann ha scritto alla fine del libro a proposito dei suoi figli, di Lapo in particolare: «con me hanno conosciuto un mondo fatto di scrittori, intellettuali, artisti e questo ha dato loro un raggio più vasto. […] Quello che mi colpisce di Lapo è la passione per quello che fa. […] Si occupa anche di moda in un certo modo ma non è solo quello il suo mondo. È una persona curiosa. È capace di suscitare fiducia e simpatia in persone molto differenti. Sa parlare con la gente più umile e con quella più potente» (pp. 14-13)