Notturni

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E. Munch, Notte di stelle
E. Munch, Notte di stelle

In questi giorni mi è capitato di vedere un film uscito nel 2009 nelle sale cinematografiche, ispirato a una serie di fumetti da cui prende per intero trama e personaggi. Sto parlando di Watchmen. Personalmente non ho letto molto riguardo questo film, ma la sua visione mi ha colpito particolarmente tanto da spingermi a scrivervi in maniera molto libera e istintiva. Per chi non l’avesse visto, vi annuncio subito che non ho intenzione di rivelarvi il finale, quindi, potete proseguire con la lettura. Il film narra di una serie di supereroi americani che, negli anni ottanta, vivono il dramma della guerra fredda e della paura costante per una risoluzione a colpi d’armi nucleari. Questi supereroi sono quasi totalmente privi delle solite caratteristiche che comunemente associamo alla classica figura del salvatore in costume. Tutti loro possiedono lati oscuri, una dose più o meno grande di crudeltà, e paranoie personali. In particolare, l’assenza di senso d’umanità e pietà, spogliano questi personaggi di tutta la carica positiva tipica dell’eroe da fumetto americano. La stessa soluzione con la quale i protagonisti decideranno di risolvere l’angosciosa ombra del conflitto nucleare, è a sua volta oscura e malvagia. Il supereroe puro, buono, forte e coraggioso, retto e spirituale, lascia il posto al supereroe psicotico, oscuro, sadico e pratico. Ed è proprio questo il punto da cui partire. Se i supereroi di sessanta, settanta o ottant’anni fa, con la loro esistenza, erano l’emblema del bisogno inconscio del popolo americano d’essere innalzato, i supereroi successivi, invece, hanno cambiato totalmente aspetto, spogliati di qualunque messaggio spiritualmente salvifico. Il tema che, infatti, prevale – che a mia opinione è fondamentale – è che nella presenza ed essenza stessa di questi personaggi si manifesta il desiderio inconscio – del popolo – non più d’essere spiritualmente sollevato da un’entità superiore, bensì d’essere forzatamente e pragmaticamente guidato, in sostituzione di una coscienza singola e collettiva ritenuta misera. La rappresentazione del popolo americano – che presuntuosamente si arroga sempre il diritto di poter rappresentare tutti gli altri popoli, giacché gli americani si stimano i migliori del mondo – come un agglomerato di persone impantanate nella miseria morale, deboli di fronte ai desideri istintivi e, soprattutto, alla paura, è l’immagine stessa che quel popolo inconsciamente ha di sé. Personalmente reputo, infatti, fin troppo evidente che sia questa la reale stima che gli americani hanno di se stessi. Questo è evidente anche nelle parole che il Dottor Manhattan – personaggio dietro al quale c’è ovviamente uno scrittore – pronuncia riguardo gli esseri umani, definiti in vari modi come irrecuperabili. Allacciandoci al sistema di valori americani, da cui reputo discenda questo pensiero, ricordiamo che è in Inghilterra (madre patria americana) che nasce l’idea dell’origine animale – precisamente scimmiesca – dell’essere umano. Nulla contro tale teoria, finché almeno questa non diviene parte di una visione deterministica della realtà, per cui dal fattore Scimmia è fatto seguire quello Uomo, dando poi linfa all’idea, malsana, che a causa dell’origine animale dell’uomo esso sia inevitabilmente privo di qualunque spiritualità e, dunque, incapace di una reale evoluzione che lo porti a perdere la propria tendenza all’autodistruzione. Da qui è manifesta l’idea occidentale, in particolare anglosassone, che la natura sia sinonimo di distruzione e, dunque, debba essere sottomessa e avvelenata, meglio se per mano del pragmatismo americano. Il messaggio che è trasmesso in più di due ore di film è proprio questo. Ma quello di Watchmen non è un caso isolato. Personalmente vedo continuamente in pellicole e storie che provengono dal mondo americano, l’idea di un’umanità come causalmente costretta a una vita di sofferenze e brutalità, impossibilitata all’evoluzione e rassegnata alla propria inferiorità rispetto a qualunque utopia sociale. Non solo; è evidente che in ciò c’è anche il tentativo di una certa parte di cinema, di convincere l’umanità d’essere peggiore di quella che è; di indurre ad abbandonare i sogni di rivalsa contro la propria metà oscura e l’uccisione di qualunque sogno; di modo da rendere il popolo triste e sottomesso. Terminando, non mi sorprende che tali storie raramente provengano dal nostro paese, dove per così tanti secoli, Cicerone, Seneca, Virgilio, Cesare e altri maestri, ci hanno guidati per mano verso sogni di gloria e speranza, insegnandoci che lo spirito deve ergersi pieno di fiducia al di sopra di ogni evento.

 

 

 

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