Poetry Vicenza 2016, incontro con Gerda Stevenson

Poetry Vicenza 2016, incontro con Gerda Stevenson

Gerda Stevenson

I grandi fiori rossi e gialli dànno un tocco primaverile all’abito nero indossato da Gerda Stevenson, poetessa, cantante, scrittrice, attrice (Premio Bafta come migliore interprete nel film “Blue Black Permanent” e ruolo chiave nel noto film di Mel Gibson, “Braveheart”), e regista scozzese. Entra nella Sala Apollo di Palazzo Leoni Montanari alle 18.10 presentata dal direttore artistico della rassegna, Marco Fazzini, docente di letteratura inglese e postcoloniale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, poeta e raffinato traduttore. «Figura poliedrica la Stevenson, difficilmente riassumibile in poche parole – ci dice – formatasi presso il R.a.d.a. a Londra, nominata dalla Saltire Society una delle “Outstanding Women” della Scozia. Proviene da una famiglia di musicisti: il padre Ronald famoso compositore, la sorella Savourna talentuosa arpiste, la nipote Anna-Wendy valente compositrice-violinista, il consorte Aonghas MacNeacail, uno dei maggiori poeti gaelici viventi». I versi della poetessa sono stati tradotti dallo stesso Fazzini con la collaborazione di Laura Maniero “non senza fatica, in quanto si intrecciano tre lingue: scots, gaelico e celtico“. E non si tratta di mera traduzione ma di “interpretazione critica dei testi, operazione transculturale che restituisce alle voci provenienti da concretissimi altrove la loro carica innovativa” recita il sigillo introduttivo intitolato “diagosfera” dell’interessante antologia (uscita per i tipi di Edizioni Ets) cin cui sono raccolti i testi più significativi di tutti i poeti-musicisti della rassegna. Ho il blocknotes aperto sulle ginocchia ma mi accorgo che la biro non scrive, solo rari spruzzi di inchiostro per imprimere almeno mezzo titolo dei testi presentati. Chiedo cortesemente alla signora che mi siede a fianco: niente! Aspetto il rumore degli applausi per girarmi ed elemosinare una penna che nessuno sembra avere. Cerco quindi di imprimere nella memoria il massimo possibile… «Veramente è una gioia e un onore per me incontrarvi qui, a Vicenza, in questo magnifico posto» esordisce la Stevenson con parole scandite in modo chiaro e gestuale, quasi a farsi perdonare di non parlare in italiano. Accompagnata dal polistrumentista (chitarra, mandolino arabo, banjo, sitar) norvegese Kyrre Slind che per l’occasione alterna l’oud alla chitarra, incanta subito il pubblico col suo talento e l’indiscusso carisma al punto che lo scroscio di applausi è interminabile dopo ogni performance. Alternando lettura/recitazione/canto dei testi, ci  trasmette i ritmi della Scozia sia anglosassone sia gaelica, profondendo poesia e infondendo serenità. La protagonista introduce al pubblico ogni testo con dovizia di particolari con una tale vigore e chiarezza da far comprendere il messaggio anche a chi non conosce perfettamente la sua lingua. L’approccio ai testi intrisi di gioia e malinconia, umorismo e dramma è comunque sempre vitale e anche in ciò sta – a mio avviso – la grandezza dell’autrice. Sia che si tratti di esperienze autobiografiche a volte strazianti (“How to tell him – Come dirglielo”, la notizia da riferire al marito della morte della suocera “che è ancora viva fino a quando glielo dirò”; “All the prayer – Tutta la preghiera”, canzone che ci invita caldamente a vivere per il momento e le vere glorie della natura; “Co-op Funeral – Cooperativa Onoranze Funebri”, scaturita dal dolore per la perdita del primogenito avvenuta a soli dieci giorni dalla nascita; “Two horses against a hill – Due cavalli contro un colle”, versi ispirati alla “necessaria” differenza di carattere tra lei e il marito che guarda a oriente, l’altra occidentale,/e penso a noi – /Come possiamo essere, /a volte, al nostro meglio:/ opposti, ma abbastanza vicino/per cullare i rispettivi mondi diversi; “Hame comin”,vincitore del concorso Si Arts Festival poesia Sfida 2013; “Gardening with Galina – Facendo giardinaggio con Galina”, nel silenzio, abbiamo aspettato,/come il cambiamento delle stagioni, e nel frattempo/appreso che le mani possono parlare… dove Stevenson ci parla dei progressi della sua terzogenita, nata con la sindrome di Down, ottenuti mediante un progetto di promozione della parola e del linguaggio, ricordando che l’intuizione migliore l’ebbe il fratello Rob. Sia che il contenuto si allarghi a eventi universali (“Last bus ride in July – Ultimo tragitto in autobus nel mese di Luglio” in cui una madre si interroga dopo il genocidio di Sebrenica, luglio 1995. “Come potrebbe crescere di nuovo dopo quello che ha visto?/Ha fatto i suoi milioni di occhi semi-testa vicino a tenuta/il raccolto dell’anno successivo, al primo odore del sangue?…gli alberi carichi di prugne – come potrebbero fiorire /e frutta di nuovo). Spesso comunque le due componenti si commistionano dando luogo a  brani di rara bellezza. Come nella splendida canzone appartenente alla tradizione musicale scozzese sul  ciclo delle stagioni, metafora dell’amore perenne (“I come to you- Io vengo a voi”, Vengo da te/quando le bacche brillano,…/E quando il biancospino indossa/ le sue bianche gonne di maggio”) che incanta e commuove il pubblico. In “Machu Picchu” i versi sgusciati da un fumoso club notturno si innalzano a gioioso inno d’amore per la Scozia, in particolare per una località delle Highlands, dove Gerda ama camminare, una valida alternativa per il Perù.  E, ancora, “I am the Esperance – Io sono l’Esperance” (testo scritto in ricordo dell’autogestione dell’Upper Clyde Shipbuilders). Ascoltando i versi della premiata “Aye the gean” possiamo assistere ai virtuosismi al liuto di Kyrre. Per concludere, riportata in scena assieme al musicista Slind dal protrarsi degli applausi, la Stevenson intona (dopo un accenno alla canzone “Imagine” di John Lennon) “We can imagine – Noi possiamo immaginare”, un coinvolgente volo di fantasia  che ci contagia tutti facendoci cantare il ritornello senza preoccuparci di essere stonati o meno… Sono trascorse quasi due ore e nessuno se n’è accorto, catturato nell’empatica rete che la Stevenson è riuscita a gettare. Qualche foto, un autografo sull’antologia (con la penna del direttore artistico!) e poi a casa a trascrivere tutto quello che la mia mente è riuscita a trattenere (e fortunatamente mi soccorre internet).

 

 

 

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