carmelo panebianco poesie

Nel 1996 Carmelo Panebianco pubblicava, a distanza di un decennio dalle prime prove, il libro Angelo dei gigli, che ha segnato l’esito decisivo nello sviluppo del suo discorso poetico, seguito nel 2007 da una altrettanto significativa prova, in crescendo di maturità, Giardino celeste. Non è difficile avvertire, già a un primo approccio, come questa scrittura poetica sia frutto di un naturale processo di trasformazione della materia del vissuto del suo autore, in tutti i suoi aspetti reali e concreti, di pensiero, in materia poetica, una reinvenzione del proprio mondo intimo ed estremo in mondo poetico, dove la realtà è coniugata dall’immaginazione ad opera di una autentica vocazione. Nella sua fattispecie, c’è un “luogo” privilegiato dove ha avuto principio questa prodigiosa vicenda interiore, la terra del “Kutik”, evocata più volte lungo l’intera linea di sviluppo della scrittura, tuttavia questo luogo non esiste nella realtà, e ben altra cosa è la contrada dei “Cuticchi” nella piana di Catania, da cui ha origine, però, la trasfigurazione poetica. O meglio, la terra del “Kutik” esiste nella realtà della poesia che è universale, quell’“universale” cui sembra proprio attingere in tutti i sensi la poesia di Panebianco. Punto di arrivo, oggi, di una rara “avventura” dell’anima, che è percorso di ricerca, riappropriazione e “trasfigurazione”, Panebianco consegna ai lettori questo nuovo libro, Preghiera del ritorno, che conclude una quasi trilogia involontaria. Se Angelo dei gigli configura il libro del “viaggio” per eccellenza, quello di “formazione”, dove si rigenerano a vicenda infanzia e mito – in una terra madre di miti – come in un rituale iniziatico, e il successivo, Giardino celeste, prefigura una “stasi” ideale, o comunque, in un certo senso, un movimento all’interno di uno spazio circoscritto, “recinto celeste”, quindi luogo dell’anima temporaneamente ritrovato, ora il tempo del “ritorno” si è compiuto del tutto, concluso nella circolarità di un abbraccio cosmico. […] Sulla melodia di questo “canto profondo” il poeta ha modulato i suoi “Canti” quali nuclei tematici in cui è articolata in modo singolare la partitura di questo libro, componendo di verso in verso un’originale musica verbale, sorprendente tessitura di variazioni, contrappunti di toni, timbri, forme e lessico soprattutto.

(estratto dalla nota introduttiva a cura di Antonio Di Mauro)

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sei poesie scelte da Preghiera del ritorno, collana di poesia Ginestra dell’Etna
diretta da Maurizio Cucchi e Antonio Di Mauro, Algra, 2017.
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Da Canto della nostalgia per elementi
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Aria
Le vesti svolazzanti la bimba
oscilla leggera al ritmo
struggente del vento.

Soffice rapita la foglia
cade gialla a ricamare
il tappeto sognante del parco.

Vasta la piana degli Hybles
sguardo emotivo d’airone
chiede il sibilo perenne del dio.

S’innalza frivola la figlia
dell’aria trastullo di spettri.
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Da Canto per salmi
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Salmo delle rovine e delle rinascite
Tutto finisce Jahweh tutto muta
rinasce tutto si ripete Jahweh.

Udimmo non visti orde arrivare
dai valichi innevati.

Risuonarono nel cuore d’oleandro urla
di guerrieri vandalici, lo scalpitio
efferato di cavalli impennati.

Scarlatti serpenti lambirono
vesti ricamate per le divine.

La piena inondò le rovine
spettrali di Eleusi, profanati
furono nei fossati simulacri
antichi, Jahweh, ma tutto
rinasce tutto muore Jahweh e muta
tutto si rinnova.
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Da Canto per ore canoniche
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Alle laudi

Alle Laudi del cielo la luce che germoglia
è viaggio dall’incerto approdo nell’affondo
delle viscere: vivere è questo patire
partenze sacrileghe in beata lievitazione
rinuncia immensa d’ineffabili confini
breve sgretolarsi di passi nelle piaghe
lo scorrere del brivido nei tessuti ostili
sulle terrazze delle colline hyblee.

Fedeli alle consegne dei padri
figli fioriti nel grembo protetto
prima che giunga l’ordine nuovo dei barbari…
sciogliamo lodi al cielo alla terra… amen.
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Da Canto della passio
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Ninfe

Dimoravano ninfe un tempo
nascoste tra antri canneti
essenze d’elementi riposavano
nella brughiera degli Hybles
creature di creta di petali
pulviscolo d’astri seducevano
nell’ora demoniaca pastori
tra le fronde d’eucalipti.

In agguato dietro le fonti
del Kutik catturavano anime
inquiete desiderose di freschi
sorsi d’acqua corrente assetate
per i lunghi estenuanti tragitti.

Oggi appaiono ancora
tra i marciapiedi notturni
nelle periferie perdute
delle megalopoli estasianti
attendono corpi dimenticati
dal dio prima dell’esilio.

Nei labirinti di mutevoli giochi
ci smarriamo spiriti fuggevoli.
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Da Canto del Kutik
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Giardino

Per te sultano dei solstizi
reciderò i capelli di Simun
per te lascerò la trasparenza dei veli
volteggerò tra rovine dimenticate
con balsami e unguenti profumerò
la soglia della tua passione
per te signore dei giardini
coglierò mandarini e stelle.
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Da Canto finale o della porta del cielo
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Invito al ritorno

Nulla accade in verità…
cos’è realtà se l’accadimento
è rinascita del desiderio d’approdi…
forse è mito l’accadere…

t’invochiamo Hermes
getta la luce del tuo sguardo
sulla via preziosa del ritorno…

viaggiatore d’equinozi mansueta
è la memoria dei suoni nei riti
prediletti… leggeri saranno
passi verso la porta del cielo…

pellegrino devoto hai il verso
dell’usignolo che svela il segreto
sepolto nella natura del volo…
nella veglia è la sfida infinita
a resistere all’urlo degli eventi.