Siamo le madri che abbiamo avuto?

Siamo le madri che abbiamo avuto?

Alexei Jawlensky, Black Table (1901) PACILIO

Cenni sul rapporto genitoriale madre/figlia e sull’attaccamento

Per molte donne, sicuramente la maggioranza, il rapporto con la madre ha un grande significato: la madre rappresenta, infatti, il luogo di protezione e di calore, ma è anche il modello dell’universo femminile di riferimento, sia per la bambina che per la ragazza. Ci sono fattori che ostacolano, negli anni della seconda socializzazione, la formazione di un buon rapporto madre/figlia: per esempio il modello materno debole o inadeguato, le lunghe assenze da casa, la freddezza o il disinteresse della madre, il legame di dipendenza privo di comunicazione, la serenità eccessiva negli interventi educativi, l’iperprotezione, la rigidezza di ruolo e la mancanza di fiducia nelle possibilità presenti o future della figlia, gli atteggiamenti ipercritici, l’educazione alla vergogna e ai sensi di colpa. Al contrario i fattori che facilitano una intesa e che favoriscono un legame affettivo, ma non dipendente sono: insight o presa di coscienza del fatto che il bisogno di dipendenza della figlia non più bambina diminuisce, che la relazione cambia e assume aspetti nuovi necessitando di accomodamenti reciproci, possibilità di comunicare, reciproco rispetto, capacità di crescere insieme e di affrontare i cambiamenti connessi alle differenze generazionali. È da rilevare che oggi le madri sono più disponibili a dialogare, a discutere e ad accogliere le esigenze delle figlie. Il legame con la madre è funzionale alla sopravvivenza e alla crescita della figlia-bambina, tant’è che le donne che non hanno avuto una madre o qualcuno che si sia occupato di loro nell’infanzia possono poi andare alla ricerca di un modello materno per tutta la vita: possono cercarla in altre donne, negli uomini, ma anche nei figli. Se è vero che questo legame è importante, anche il distacco lo è in egual misura, anzi diventa necessario. È giusto un distacco che tenda a realizzarsi più lentamente e più tardi negli anni di quanto non avvenga generalmente tra madre e figlio, in quanto l’appartenenza allo stesso sesso rende più facile la reciproca identificazione. Il modo in cui esso si realizza può essere sereno o traumatico: l’iniziativa può partire dalla madre, dalla figlia, da entrambe, con o senza l’aiuto di un padre o di un altro uomo o di altre donne; svariati sono gli intrecci, svariate le soluzioni. È opportuno, però che il rapporto evolva, che la figlia cresca emotivamente, che si disidentifichi, per poi eventualmente recuperare, quando sarà più sicura della propria identità, e potrà pensarsi distinta dalla madre. Quei tratti di lei che ritiene positivi o sente affini, potrà integrarli alla propria personalità come dei valori propri. Potrà, poi, seguire anche l’esempio materno o lasciarsi guidare in particolari circostanze in cui l’esperienza della donna si rivela preziosa senza temere di perdere la propria autonomia. Jung affermava che ogni donna contiene in sé la propria figlia e ogni figlia la propria madre sottolineando il legame speciale che c’è tra le madri e le figlie e che, questa unione, è alla base delle comprensioni e delle solidarietà tra donne in età adulta. Della specificità del rapporto madre-figlia parlano anche gli antichi miti che sono all’origine della nostra cultura. In essi, come è ben noto, vengono affrontate tematiche universali e vengono descritti i sentimenti, i legami e i conflitti fondamentali degli esseri umani. Particolarmente significativo è il mito di Demetra e Persefone: si tratta di una metafora sulla fertilità e il volgere delle stagioni, ma, indirettamente, è anche la narrazione delle problematiche psicologiche che madre e figlia si trovano ad affrontare quando arriva il delicato momento dello svincolo. Si possono individuare due forme fondamentali di distacco: quello lieve, di Persefone che docilmente si fa guidare da Demetra, e quello traumatico di Elettra che si conclude con il matricidio; ma senza dover giungere al caso estremo di Elettra, cioè al caso di dover odiare la propria madre per emanciparsi da lei, sono molte le figlie che non si riconoscono nel modello materno e che perciò vogliono costruire la propria vita su basi e valori differenti. Ci si aspetta sempre che l’impegno maggiore venga dalla donna più anziana, affinché possa risolversi l’eventuale conflitto tra le due figure femminili. Lo stato psichico di assenza di sé che sentono quelle figlie che non sono autorizzate dalla propria madre a interpretare la realtà in cui vivono, cioè non sono autorizzate a provare sensazioni autonome, si chiama vuoto interno. Per molte figlie è importante sapere che la loro madre è contenta quando assumono ruoli adulti senza che questi siano necessariamente la ripetizione della vita del genitore. Secondo la teoria dell’attaccamento i figli imparano i ruoli genitoriali e li mettono in pratica quando saranno adulti. Questo non vuol dire, necessariamente, che il mestiere di genitore si basa esclusivamente sull’imitazione di quanto si è visto fare quando si era bambini. Va sottolineato che ci sono delle corrispondenze tra i modelli dell’attaccamento in età adulta e la qualità del rapporto genitore/figlio. Liberarsi dalle modalità affettive malate comporta un’elaborazione sistematica e determinata/determinante di tutti gli episodi tristi e frustranti dei comportamenti dei nostri genitori. Per esempio se siamo stati dei bambini abbandonati, rifiutati, maltrattati non è dipeso da noi, ma da particolari situazioni vissute dai nostri genitori, i quali hanno messo in gioco, nel rapporto con i figli, le proprie caratteristiche comportamentali ed emotive frustrate. Tutto questo è possibile risolverlo facendo un salto nel passato degli adulti per lavorare sulla modificazione dei modelli mentali dell’attaccamento e applicando una vera ristrutturazione cognitiva ed emotiva. Passare dall’ansia alla sicurezza, visualizzando il passato dei nostri genitori, spesso con l’aiuto di un esperto, è un compito difficile e, molto spesso, doloroso perché, comunque, siamo consapevoli che quelle relazioni affettive giocano un ruolo molto importante nella nostra identificazione. [Spunti di riflessione tratti dagli studi degli esperti di Psicologia contemporanea – Giunti].

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