“Umana, troppo umana”. L’emblema della Monroe in un canto corale in versi

“Umana, troppo umana”. L’emblema della Monroe in un canto corale in versi

Marilyn Monroe su l estroverso Umana troppo umana

Perché Marilyn? È la domanda che ci siamo sentiti rivolgere, dai poeti che andavamo interpellando per partecipare a questa antologia, e in generale da chi fosse a conoscenza del progetto di questo libro. Presto detto. Perché Marilyn è un emblema. La vita stessa della diva per eccellenza – icona pop e mito unico e leggendario del cinema, e non solo – è un paradigma di luci e ombre, trionfi e dannazione legati al cosiddetto divismo. Una posizione di privilegio, certo, lontana e in apparenza superiore rispetto alla corrente esistenza degli altri, in un ‘settimo cielo’ che la gente ‘comune’ vede come inattingibile e così diverso da quello sotto cui si dibatte. Ma quella stessa distanza diviene anche alienante, non consente quasi più di cogliere i caratteri propri alla singola persona e al suo conquistare gradualmente la vita, fra le difficoltà e i problemi di tutti. Così il ‘divo’ o la ‘diva’, anziché incontrare venerazione, urtano contro il pettegolezzo, la banalizzazione, il sospetto, l’avversione e l’invidia. E la scia luminosa della loro presunta felicità determina un grave atto di ingiustizia nei confronti di un essere semplicemente umano, magari anche «troppo umano», per riprendere il celebre titolo di Nietzsche. Sempre nell’universo dello spettacolo, una bella (e meno conosciuta di altre) canzone di Fabrizio De Andrè dedicata a Pier Paolo Pasolini afferma a un certo punto “cos’altro vi serve da queste vite, /ora che il cielo al centro le ha colpite”. Pasolini stesso sentenziò, in una intervista televisiva con Enzo Biagi, che il successo può essere per un uomo qualcosa di infinitamente negativo, l’altra faccia della persecuzione. E Borges ha fermato questo concetto in alcuni versi immortali di A un poeta minore dell’antologia (nella raccolta La rosa profonda, 1964):

“Dettero ad altri gloria senza fine gli dei,
iscrizioni ed eserghi, monumenti e diligenti storici;
di te sappiamo solo, oscuro amico,
che una sera udisti l’usignuolo.

Tra gli asfodeli nell’ombra, l’ombra tua vana
penserà che gli dei son stati avari.

Ma i giorni sono una rete di comuni miserie,
e c’è sorte migliore della cenere
di cui è fatto l’oblio?

Su altri gettarono gli dei
l’inesorabile luce della gloria, che guarda nell’intimo ed enumera ogni crepa,
della gloria, che finisce col far avvizzire la rosa che venera;
con te, fratello, furono pietosi. […]

Un po’ più avanti nel tempo, con la telegrafica poesia Un poeta minore (in La rosa profonda, 1975) Borges scolpirà questa idea in modo ancora più concentrato e definitivo: “La meta è l’oblio./Vi sono giunto prima”. La vita di Marilyn Monroe è stata una vita ‘controllata’, manipolata, gestita, anche a livello psico-terapeutico, da faccendieri e mercanti dello show-business. La ‘persona’ è stata trasformata in una icona sexy, in qualche modo mercificata, e poi abbandonata all’infinita fatuità, e talora crudeltà, dei rotocalchi e dei commenti degli “addetti al linciaggio” (sempre Pasolini). Marilyn è stata per troppi e per troppo tempo, solo un corpo, anzi, il corpo. La sfida di un corpo esposto, una ‘parte’ che lei stessa ha consapevolmente accettato, fino all’ultimo servizio fotografico scattatole da Bert Stern completamente nuda, provocazione di una donna sulla soglia della maturità. Ma – come potrebbe essere diversamente? – era anche interiorità, tormento, fragilità e bisogno di tenerezza. Amava la letteratura, scrisse lei stessa versi, e appunti pieni di ‘sostanza umana’, da cui traspare un senso di frustrazione e di bipolarità che in lei diveniva un tutt’uno con la recitazione stessa. Provò a scrollarsi di dosso le etichette precostituite, a rivendicare le proprie capacità di attrice in ruoli non da vamp, come in Gli spostati o in Niagara. Anche se organica a un mondano (e spietato) star system, portò la propria vita a contatto con personalità eccezionali, come Arthur Miller, allora uno dei massimi intellettuali di sinistra, e i presidenti del clan Kennedy. Pur non raccogliendo l’invito a figurare in questo libro con una poesia, Carlo Bordini ci ha scritto su di lei, in un breve ricordo, “vorrei mettere in rilievo che nei vari personaggi di donna stupida interpretati da Marilyn (ricordiamo la sua grande battuta: «non sono intelligente») c’è sempre una notevole ironia. È come se in fondo Marilyn Monroe dicesse al pubblico: mi volete stupida? Ebbene, lo sarò. Ma gli stupidi siete voi”. “Marilyn Monroe” si chiamava in realtà Norma Jeane Mortenson Monroe: così il certificato di nascita (anche se per il nome si trova talora scritto Jean, e anche se poi la madre Gladys Monroe effettuò differenti registrazioni, assegnandole il cognome Baker del proprio primo marito). Il primo giugno di quest’anno 2016 avrebbe compiuto novant’anni. La sua lapide reca un addio a questa vita in data 5 agosto del 1962: voluto, provocato? La sua morte rimane circonfusa da mistero, e tuttora suscita il sospetto che abbia avuto a che fare con giochi di potere più grandi di lei. Ma Marilyn, è ovvio, e tutti ne facciamo esperienza, vive ben oltre, è una presenza comune e costante: paradigma, ma ormai – decantatisi i clamori del gossip contingente – finalmente anche, e sempre più, persona. Perché Marilyn dunque? Per festeggiarla, e cercare anche un po’ di ‘risarcirla’ per i troppi giudizi superficiali che ha dovuto soffrire, attraverso un omaggio di ciò che si determina ancora oggi come l’antidoto del futile e del banale: la poesia. Partendo dal ricordo dei versi che le dedicarono Pier Paolo Pasolini e Dario Bellezza, abbiamo pensato che sarebbe stato bello ascoltare su di lei la voce di tutti quei poeti italiani disponibili oggi a ricordarla con qualche verso, in una festa di compleanno tanto particolare, al di sopra degli anni, dei luoghi, delle generazioni. Così, abbiamo tentato di prendere contatto con il maggior numero di poeti attualmente attivi in Italia. Non è stato possibile raggiungerli tutti, e non tutti se la sono sentita di partecipare, per le ovvie difficoltà che può presentare la richiesta di comporre ‘a tema’; però, anche per la cortesia con cui hanno declinato l’invito, sono qui idealmente presenti. Novanta poesie per novant’anni sarebbero state il numero forse perfetto, ma ha una sua diversa bellezza anche l’approssimazione: specialmente se ‘per eccesso’ (esuberanza di omaggio). Quello che conta resta l’affetto per una presenza di spicco che ha ineluttabilmente attraversato e continuerà ad attraversare le nostre vite, e il mirabile caleidoscopio dei differenti punti di vista con cui ciascun poeta leva per lei il suo brindisi da queste pagine.

(dall’introduzione di Fabrizio Cavallaro e Alessandro Fo)

*umana troppo umana
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Poesie scelte dall’antologia Umana troppo umana. Poesie per Marilyn Monroe, a cura di Fabrizio Cavallaro e Alessandro Fo, Aragno, 2016.
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IL SOGNO DI MARILYN

Così quella che poteva essere una buona giornata
si è trasformata nel luogo più studiato del delitto,
una strada a Dallas, la dignità del mio corpo
concentrato a replicare un uomo solo.
Osservo dall’alto lo spettacolo nel rettilineo della storia,
JFK sdraiato su una macchina alata, accovacciatosi
di scatto dopo la fucilata, lo accolgo nel grembo
che non ho mai avuto.

Andrea De Alberti

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NEMBUTAL

Io so che qualcuno, di me,
un giorno avrà memoria (Saffo)

Marilyn oh Marilyn – anzi, Norma Jeane
che bello darti del tu – come se fossi qui
oggi, ora, presenza vivissima in finezza
e dignità, con quel sorriso ballerino
in barba ai millantatori adoranti il tuo corpo
gonfio di ogni infelicità, ogni ebbrezza
che così bene sapesti (sai) figurare
primavera raggiante ma con scarso sole
nido in cui gli inetti fremettero
remoti al tuo grembo vivissimo e materno.
Natura degli innocenti è la non sopravvivenza
lo sai, nel festino di chi tace e osserva,
non accetta la somma indifferenza
ammantata di obbedienza al sistema-cancro
che ti ha pervaso e poi finito.
Chi ti osserva oggi canticchia con te
la canzoncina – usignolo di tenera infanzia
al peso di un tempo sbagliato, polline dorato
– tu tradita al cieco ardore come la Magnani
o la Callas Diana Spencer, o la mitica Virginia:
al rogo pulzelle per colpe inespiabili,
vizio di successo – peccato orrendo!
al mondo per gestire un sogno – ma gli uomini
non mutano né possono mutare. Eri (sei)
della razza di chi non strepita, emarginati
illusi d’estasi caine inquietudine d’angelo
ilare tra morti viventi chissà come finisti
la tua vita, col Nembutal, le pastiglie alate del sonno,
come Sandro Penna? Chi ti spense quella notte –
tesa la mano al telefono – ultima lacrima
prima del taglio osceno alle tue ali?
T’accorgesti che più buio del buio non può fare?
per quel residuo di mondano sfolgorìo
un’infanzia perenne trasvolò
sul lastrico di stelle suicidali.

Fabrizio Cavallaro

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LIFE, APRIL 7, 1952

Io che nelle mie poesie parlo sempre
di ragazzi italiani, penso ora ai garzoni
d’America – tutti d’ottima tempra –
con le mani nelle tasche de’ calzoni.

Ammirano Marilyn in copertina,
la pelle delle due belle mammelle.
Che temperie che dolce agitazione
nella loro fresca solitudine.

Gandolfo Cascio

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PICCOLA SUITE PER M.

I.

Lambire senza farne parte
la cronaca
con un nome d’arte frivolo sovrapposto
a quello grave
di madre blasfema.

II.

Lambire un tempo breve
falso anche il colore dei capelli
debolezza che la debolezza
riveli dei tuoi amanti
mediocrità che la mediocrità
riveli.

III.

Lambire il chiassoso niente
finché il niente
diventi regola
una meteora (e altre
già si sono accese
quando la tua, M.
s’è appena spenta…)

IV.

Lambire il potere
fin quando indica
il potere è una bassa verità.

Renato Pennisi

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KAY KENT

“E poi mi chiedono «Che indossa la notte?
Un pigiama? Solo una parte?» Ho risposto:
«Chanel n. 5».
Non voglio dire «nuda»,
però è la verità”.

Sono parole che non ho mai scordato.
Nulla di lei ho scordato mai. Ho vissuto
come se fossi lei. Non una sosia,
la gemella piuttosto. E voi sapete
che storie misteriose hanno i gemelli.
Stesso sorriso, stessi movimenti,
la stessa voce (dicevano) – anche il seno,
ora identico al suo, dopo il chirurgo.

Mi hanno coperto d’oro perché fossi
Marilyn qui, Marilyn là, nelle foto
con gonna al vento, o nuda, o sguardo sexy,
come lei platinata, ovviamente,
pur se ero bruna (lo era anche lei).
Però l’oro non basta.
Sono stata lei e anche non-lei.
Nessun pettegolezzo sui miei amori,
scarso interesse per una replicante.
Ho condiviso la sua infelicità.

Ho scelto di morire come lei
(ma ho resistito dodici anni in meno):
barbiturici e alcool,
anche se nel mio caso
non ho lasciato dubbi.
“Caro Dean, ti amo tanto”.

Volevo entrare nel mistero così,
non voglio dire «nuda»,
con il nostro Chanel n. 5
appoggiato sul seno.

Alessandro Fo

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Note biografiche dei curatori dell’antologia.

Fabrizio Cavallaro vive e lavora a Catania, ha pubblicato alcune raccolte di versi, tra cui Latin lover (edizioni Prova d’Autore, collana Centovele, 2002, prefazione di Attilio Lolini) e Poesie d’amore per Clark Kent (Lietocollelibri 2004). È autore di testi teatrali in versi, tra cui Salomè (con note di Francesco Scarabicchi, Renzo Paris) e curatore, nel 2006 della raccolta di tributi a Dario Bellezza dal titolo L’arcano fascino dell’amore tradito (Giulio Perrone Editore). Ha curato, insieme ad Alessandro Fo, l’antologia poetica omaggio a Marilyn Monroe Umana, troppo umana (Aragno editore, 2016)

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Alessandro Fo insegna Letteratura latina all’Università di Siena. Ha tradotto ed curato varie edizioni di classici latini, fra i quali Il ritorno di Rutilio Namaziano (Einaudi 1994) e l’Eneide di Virgilio (Einaudi 2012). I suoi libri di versi sono Otto Febbraio (Scheiwiller); Giorni di scuola (Edimond 2001); Piccolo poesie per banconote (Polistampa 2002); Corpuscolo (Einaudi 2004); Vecchi filmati (Manni 2006); Mancanze (Einaudi 2014, Premio Viareggio 2014).

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