Cultura & Società

#1Libroin5W.: Vladimir Di Prima, “La banda Brancati”, A&B.

#1Libroin5W

 

Chi?

In senso lato la protagonista di questo romanzo può dirsi la letteratura che, a un certo punto, si impossessa, quasi per capriccio, di un uomo e lo conduce dentro un grande viaggio, non solo nei luoghi del presente, ma soprattutto in quelli del passato. C’è anche un’ambigua signora che fa da trait d’union a tutto questo, una sorta di anello di congiunzione che non mancherà di sorprendere il lettore sul finale.  E poi, ovviamente, rimbalza su tutto la figura di Vitaliano Brancati, o meglio: il suo fantasma, che aleggia fra le righe come una sorta di nume protettore.

Cosa?

Il romanzo racconta gli ultimi anni di vita di Brancati intrecciandoli con le vicende rocambolesche di Vladimiro, un aspirante scrittore afflitto dai mali tipici dei nostri giorni che vorrebbe scrivere un romanzo proprio sull’autore del Bell’Antonio. L’inettitudine e una forma depressiva gli impediscono di trovare lo spunto risolutore finché non incrocia casualmente la signora Cesti, donna dalla proverbiale saggezza (ma possiamo chiamarla davvero saggezza?) che gli indicherà la via maestra.

Quando?

L’idea di scrivere un romanzo sulla figura di Brancati la devo esclusivamente al mio amico Renzo Paris. Qualche anno fa ci trovavamo a fare lunghe passeggiate insieme a Zafferana dov’era venuto per presentare il suo “Pasolini ragazzo a vita”. Nei nostri appassionati discorsi c’era sempre un rimando a Brancati e al gallismo così fu lui stesso a propormi la cosa: “Perché non scrivi qualcosa su di lui?”. Ma cosa? Ne venne fuori un romanzo, non poteva essere diversamente, e lo stesso Renzo ne fu entusiasta.

Dove?

La Banda Brancati nasce senza dubbio a Zafferana, ma è tutto il paesaggio etneo a suggerire, ispirare e formare la storia. Ricordo che impiegai quasi quattro mesi per la prima stesura, chiuso come un monaco in un mondo fatto di appunti, tantissimi libri e intuizioni che non sempre riuscivano a superare la notte per l’incapacità di convertirsi in registro linguistico adatto a soddisfare il mio gusto.

Perché?

Ho sentito un forte senso di responsabilità nella promessa fatta al mio amico Renzo. Non potevo deluderlo. Scrivere un romanzo come questo può essere inteso come un atto di coraggio, forse anche di incoscienza. Sentivo il bisogno di rinnovare la memoria di uno scrittore da me molto amato e che negli anni ha significato parecchio per il mio paese di origine. La banda Brancati è una regressione ipnotica nei meandri di un tempo che faticosamente e malinconicamente mi sforzo di accettare perduto.

scelto per voi

Le passeggiate che facevo mi riportavano spesso ai ricordi dell’infanzia, quando ancora era facilissimo trovare vita lungo le strade. Giù per Via Libertà, proprio al fare della discesa, c’è un quartiere che si chiama Ballo. Superato l’incrocio con Via Cancelliere e lasciandosi alle spalle la nuova caserma dei carabinieri, si apre, proprio sulla sinistra, una piccola piazza. Anni fa, nell’ambito di un progetto di riqualificazione, vi costruirono un dedalo di aiuole, abbandonate poi all’incuria e all’imperizia delle amministrazioni successive. A me quel posto però piace ricordarlo com’era prima: uno spiazzale impolverato dove i camion scaricavano pedane di mattoni e materiale edile. Quello era stato il teatro di un personaggio indimenticabile. Lo chiamavamo “il flagellante” ed era un ragazzino di dodici o tredici anni che quasi tutti i pomeriggi d’estate replicava un martirio incomprensibile agli occhi di ciascuno di noi. Sotto il sole cocente fissava una corda di plastica, quella utilizzata per legare i mattoni, a un bancale di legno. L’altra estremità l’attorcigliava intorno alla gola. Prendeva poi una bottiglia di birra, di quelle lasciate a terra dai carpentieri, la spaccava contro l’asfalto e col collo tagliente, dopo essersi tolto la maglietta, si percuoteva la schiena fino a procurarsi un’imprecisata sequenza di tagli. Mentre il sangue gli veniva fuori a fiotti iniziava a trascinare il bancale intorno allo spiazzo: dieci, quindici, anche venti volte. La corda che pressava sulla trachea gli modulava un lamento terrificante. In quei momenti era una bestia immonda, esasperata peraltro da una dentatura irregolare e da una fronte che pareva restringersi a ogni urlo.

Nessuno fu mai capace di trattenerlo. Un vigile urbano, che allora s’arrangiava come cameriere prima di superare il concorso, porta ancora i segni di un morso sotto lo zigomo destro. Per noi ragazzini era uno spettacolo attraente e allo stesso tempo spaventoso. Lo guardavamo da lontano, nascosti sotto un muretto, e ci chiedevamo quale forte emozione potesse scaturirgli dal dolore, quanto avrebbe resistito e soprattutto cosa saremmo diventati noi, figli di piccoli borghesi di paese, educati alla paura dell’incurabile ogniqualvolta una minima gocciolina di siero avrebbe inumidito una crepa del nostro corpo.

Poi, come tutte le cose, il flagellante scomparve – dicono che fu portato in un istituto di rieducazione dopo che il padre, per fermarlo, gli sparò un colpo di fucile alle gambe – e la piazza di Ballo affondò in un silenzio senza più balli e ballerini.

Vladimir Di Prima è nato a Catania nel 1977. Ha esordito con la silloge di poesie “La teoria della donna fumante” (1999). Nel 2002 si classifica primo al concorso nazionale di poesia “Sandro Normanno”. Sempre nel 2002 esce il suo primo romanzo “Gli Ansiatici”. Frattanto coltiva la sua seconda passione, il cinema, e nel 2005 gira un cortometraggio che ha come protagonisti, fra gli altri, Lucio Dalla, Lando Buzzanca, e i poeti Mario Grasso e Giancarlo Majorino. Nel 2007 dà alle stampe il suo secondo romanzo “Facciamo silenzio”, che riporta in bandella una nota di Khaled Fouad Allam. Nel 2011 insieme a noti cantautori e interpreti italiani (Dalla, Venuti, Bersani) partecipa con la lettura di un poema sperimentale al Dalla&Friends. Nel 2014 pubblica il suo terzo romanzo “Le incompiute smorfie”. I suoi libri più recenti sono: una raccolta di aforismi e racconti, “Pensieri in faccia” (con una nota introduttiva a cura di Arnaldo Colasanti) e il romanzo “Avaria”. Regista indipendente con a seguito diverse opere premiate in ambito nazionale e internazionale. 

l'EstroVerso

Un nome, l’EstroVerso, per un duplice significato: l’inventiva del verso (pensiamo alla forza creativa della parola) e l’estroversione connaturata al desiderio di condividere (in libertà) due passioni indissolubili, scrittura e lettura.

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