Chiedimi ancora: Pascasi e Piovesan.

Chiedimi ancora: Pascasi e Piovesan.

Nostalgia del non vissuto e linguaggio allusivo: Selene Pascasi e Francesca Piovesan

In questa puntata di Chiedimi ancora ad essere messe a confronto sono due poetesse, due volti e due percorsi che si intrecciano nel fare poetico.
Perché l’arte serve anche a lottare, ci dice Pascasi, «a far sì che la notte ceda il passo al sole. Alla speranza». La sua oscurità «è il mostro del trauma inelaborato. […] E se, per Paul Celan, la poesia è “un messaggio nella bottiglia, gettato a mare nella convinzione che esso possa un qualche giorno e da qualche parte essere sospinto a una spiaggia, alla spiaggia del cuore, magari”, spero davvero che l’arte non smetta mai di scuotere le coscienze».
Per Piovesan «l’oscurità è parte stessa dell’io, la più nascosta, l’es, e con essa dobbiamo condividere ogni giorno della nostra esistenza. In questa zona insondabile del nostro essere si nasconde il vero buio, quello che, in fondo, ci determina». Il dualismo che vi ritroviamo è difficile da affrontare ma «è solo attraverso l’acquisizione di questa lucida consapevolezza che l’individuo può non lasciarsi distruggere dalle forze opposte che lo affliggono».

Buona lettura!

Rossella Pretto e Marco Sonzogni

 

L’ultima opera poetica edita di Selene Pascasi è la silloge Come piuma sulla neve (Ursini 2018), quella di Francesca Piovesan Il buio della scarpiera (Ladolfi 2019).

 

Selene Pascasi, ph Pier Francesco Galgani

CINQUE DOMANDE AI POETI: SELENE PASCASI

1.
In uno dei mottetti per la sua musa girasole, Clizia, Eugenio Montale parla di «segno» che «s’innerva» e lo descrive con queste parole: «sangue tuo nelle mie vene». Cosa o chi s’innerva in te arrivando a scorrere nelle vene della tua scrittura?

«Per arrivare dove siete, per andar via da dove non siete, per arrivare là, dovete fare una strada nella quale non c’è estasi» scrisse Thomas Stearns Eliot quasi affidando alla poetica un’urgenza di sottrazione e movimento. Scrutarsi per liberarsi del superfluo. Sterilizzarsi da eredità culturali per recuperare occhi vergini, capaci di un fertile viaggio esistenziale e scaraventarsi oltre l’immaginato. Proseguire il percorso. Un percorso diverso, è inteso, per ogni poeta. E se Montale respira il passo di Clizia, donna angelo, che con miracoloso incedere abbandona il tepore della serra per portargli nelle vene nuova vita – anzi, vita, a lui che sosteneva di essere vivo al 5% – la scrittura “s’innerva” in ciascuno in modi diversi. Inattesi persino nei tempi. Per quanto mi riguarda, la necessità di scrivere mi invade quando l’incosciente immersione nel passato infiamma la lama dei ricordi, incidendomi la pelle dell’anima con un taglio chirurgico che mi induce (costringe) a scrivere per dar forma a miei turbamenti e rovesciarli su carta. Elaborare le inquietudini per liberarmene. Accade, poi, che le mie vene si “innervino” nuotando in quel che amo chiamare il preludio ai sogni, istante senza tempo in cui, a colpi ansiosi di cognitivo, galleggio tra i desideri irrealizzati. In quel caso, è il rimpianto per le scelte non abbracciate e per le parole non pronunciate a chiedermi di posare versi sul foglio. A chiedere di salvarmi. Un meccanismo di difesa, il mio. Del resto, la nostalgia del non vissuto è la più atroce mancanza che esista. Così, mi astraggo dal reale e mi osservo vivere (in fondo, la vita è un quadro: più ti allontani dal reale, più ne cogli le sfumature), libero le percezioni («Io mi studio, mi studio col cuore di serbare negli occhi il fiore del ciliegio selvatico», Sergej Esenin). Non m’innerva, quindi, quel “profumo di rosa” caro ai metafisici ma gli esiti dei folli viaggi ideali che lasciano respirare ai miei polmoni antichi ricordi o feti di sogno. Mi disseto con i versi di Pedro Salinas: «non respingere i sogni perché sono sogni».

2.
In una delle canzoni più celebri interpretate da Johnny Cash, the man in black dice di vedere un’oscurità («I see a darkness»). Quale oscurità ti è capitato di vedere e come ne hai scritto?

Per passione e deformazione (mi occupo di critica musicale) quando ascolto un brano attenziono subito il testo. In The man in black, è evidente che il tema portante sia il nero, l’oscuro. Un oscuro di luce, mi sia permesso l’apparente conflitto di termini, perché l’oscuro cantato da Johnny Cash diventa grimaldello di protesta contro la pericolosa anestesia di valori che amplifica il divario sociale (I wear the black for the poor and the beaten down) o la solitudine dei vecchi e dei malati (I wear it for the sick and lonely old). E l’arte serve anche a questo. A lottare. A far sì che la notte ceda il passo al sole. Alla speranza. Ma il nero è anche il simbolo della scomparsa. Emblema di quella morte che per Neruda «sta sulle brande / sui materassi che affondano», per Pavese «ha uno sguardo», per Pessoa «è la curva della strada», il «non essere visto» e per Ederle è solo «lurida morte». Certo è che l’oscurità tormenta senza tregua il poeta che tenta di fondersi con l’ignoto ma ne esce sconfitto e allore l’ermetico sceglie di ripudiare il tangibile («Ed è morte uno spazio nel cuore», Quasimodo) mentre il crepuscolare lo frammenta per ricomporlo e per ricomporsi («Noi morivamo tutti i giorni / cercando una causa divina», Corazzini). La mia, di oscurità, è qualcosa di meno misterioso. È il mostro del trauma inelaborato. È il seme prolifico e vigliacco della manipolazione e della violenza carnale, assassini di autostima. Tematiche di cui mi occupo come legale ma che mi indirizzarono la penna quando, nel romanzo Dimmi che esisto (La Gru 2018), in un simbolico dialogo con la vittima di uno stupro, le promettevo il giorno perfetto in cui «Lancerai pezzi d’anima al cielo, respirerai il buio, bacerai la notte, scriverai una poesia, suonerai un blues e amerai». Un approdo anche lirico quando nella mia «Scarti di vita» il «Sillabe di amori di miele. Tumefatti abbandoni. Preghiere di acqua bambina» apre ad un amore salvifico con un «Levigati perdoni di sensi. Dimenticate nudità. Meraviglie di lacerati germogli». E se, per Paul Celan, la poesia è «un messaggio nella bottiglia, gettato a mare nella convinzione che esso possa un qualche giorno e da qualche parte essere sospinto a una spiaggia, alla spiaggia del cuore, magari», spero davvero che l’arte non smetta mai di scuotere le coscienze.

3.
Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Bob Dylan, ricordando il suo primo punto di riferimento artistico, l’amico Buddy Holly, dice che sembrava esserci in Buddy qualcosa di permanente («something about him seemed permanent») e che riusciva a trasmettere qualcosa che gli faceva venire i brividi («he transmitted something» … «and it gave me the chills»). C’è un poeta che ti fa sentire così quando lo leggi e perché?

Ci sono versi che ingoio e non lascio scorrere. Quadri di parole che mi premono con prepotenza sugli occhi fino ad arrivare al sangue. Liriche che la pelle assorbe senza difese per rilasciarle sotto forma di brividi. Quando accade è magia. Sento una specie di folgorazione che sconvolge ritmi e sensi. E per me, che vivo costantemente in bilico tra l’essere e lo scomparire, tra il lasciarmi andare alle mie fragilità e fronteggiare energica l’universo, assorbire passi poetici così vigorosi può davvero dettare il confine tra la vita e la morte (dell’emozione, si intende). A sequestrarmi in questo vortice sensoriale non è tanto l’energia della cifra verbale ma la potenza della verità. La mia permanenza è figlia di versi puri, bianchi, illibati. Penso al «The stone is a mirror which works poorly. Nothing in it but dimness. Your dimness or its dimness, who’s to say?», «La pietra è uno specchio guasto. In essa nulla se non penombra. La tua penombra o la sua, chi lo sa?» (Charles Simic) scalfito nella memoria o al granitico poetare della Achmatova: «Ho molto da fare, oggi. Bisogna uccidere fino in fondo la memoria. Bisogna che l’anima si pietrifichi. Bisogna di nuovo imparare a vivere». E se mi affascina il respiro nostalgico di Mark Strand che, con dizione lineare, miscela poetica e dato narrativo, Seamus Heaney inietta nelle mie vene, con versi straordinariamente asciutti, dosi di continuità esistenziali capaci di progettare inediti percorsi interiori. Il suo «Between my finger and my thumb the squat pen rests. I’ll dig with it», «Tra il mio pollice e l’indice riposa la tozza penna. Scaverò con questa» è promessa mantenuta.

4.
Un altro Premio Nobel per la letteratura, Seamus Heaney, ha detto che Eminem ha creato un senso di ciò che è possibile iniettando un voltaggio nella sua generazione («he has created a sense of what is possible. He has sent a voltage around his generation») non soltanto con il suo comportamento sovversivo ma anche attraverso la sua energia verbale («He has done this not just through his subversive attitude but also his verbal energy»). C’è stato/c’è un poeta che per te corrisponde a questo identikit?

Leggo il nome di Heaney, che ho appena citato senza aver letto questa domanda, e mi conforta. Mi conforta nel senso che la sua scrittura, di cui trattengo con devozione le sensazioni, non manca di intersecarsi con una genialità e sagacia degna di pochi. L’uso del termine voltage ne è la conferma. Un voltaggio. Espressione perfetta. Ad “elettrizzarmi” è il muoversi contromano del Sanguineti o la poetica sentimentalmente sovversiva di Rimbaud e Verlaine, antesignani di quel coming out oggi inflazionato. Penso ad Edmond Jabès e alla sua lotta con la parola, con il Logos / scrittura come rappresentazione della morte di un senso. Lui, padre di un dualismo inchiostro/foglio, nero/bianco («Glaciale il bianco delle sue vette / Nero il sole della parola») che accende guerre di logica e carne in chi vi legge uno scontro atavico tra essenza e apparenza. Chiudo, non certo per importanza, con il grande Paul Auster, colui che, più degli altri, mi procura violenti tremiti emotivi. Leggerlo, per me, è sedersi su una sedia elettrica ed alzarsi con in tasca tatuaggi di memoria e un nuovo bel sentire.

5.
Scegli una tua poesia e ci spieghi perché ti rappresenta?

È ancora stretto ai miei fianchi il laccio emozionale con Rose uccise sull’altare (da Come piuma sulla neve, silloge pubblicata dalle Edizioni Ursini per aver vinto l’Internazionale Merini 2018). La sento mia, forse più delle altre, perché la scrissi in un momento in cui, per un evento della mia vita privata di cui avevo appena avuto notizia, sentivo il mondo crollarmi addosso. Coglie nel segno, infatti, la motivazione della giuria quando scrive «Non teme nuovi errori o inaspettate delusioni la poetessa: ha solo voglia di annullarsi in un riflesso di speranze, appunto, pronta a sacralizzare ogni sua fragilità, ogni sua incertezza sull’altare di un amore illividito dal tormento. Solenne come una gotica cattedrale, ogni singolo verso è una lacrima del cuore in attesa di essere asciugata dalla speranza. Con questa poesia la Pascasi raggiunge una tensione lirica e spirituale di livelli altissimi, riuscendo, altresì, a stabilire con il lettore un’interlocuzione di intensa sintonia emotiva». Coglie nel segno non per le critiche, probabilmente immeritate, ma perché in quelle righe riposa proprio il messaggio che volevo veicolare: la fragilità è ferro fuso che mi scompone, mi devasta, ma ogni volta quel passo storpio del destino si trasforma in soave balsamo per le ferite dei sensi.

Rose uccise sull’altare

Ho detto addio al mio nome
ho cancellato il rancore
ho raccolto fiori dal fango
ho costruito i miei inganni
solo per scrivere di te
su carta d’anima ingiallita
senza riflesso né colore
tra volti assenti e nuovi errori.
Così raccolgo le mie carte
giocando a barattare assenze
con mani stanche e colli tesi
su malinconie abortite
da ventri aridi agli amori
e labbra appese ad un dolore.

Ho detto arrivederci al pianto
ho sequestrato notti insonni
ho custodito vecchi sogni
ho scartato tre promesse
solo per scrivere di te
su carta d’anima ingiallita
senza riflesso né colore
tra volti assenti e nuovi errori.
Così imbratto ogni speranza
fondendo tempere e pensieri
con delusioni e tre perché
su vigliaccherie impigliate
a cieli monchi di domande
e rose uccise su un altare.

Francesca Piovesan, ph Omar Costantini.

CINQUE DOMANDE AI POETI: FRANCESCA PIOVESAN

1.
In uno dei mottetti per la sua musa girasole, Clizia, Eugenio Montale parla di “segno” che “s’innerva” e lo descrive con queste parole: “sangue tuo nelle mie vene“. Cosa o chi s’innerva in te arrivando a scorrere nelle vene della tua scrittura?

È indubbiamente difficile dire chi o cosa “s’innervi” nella mia poesia. D’altro canto nemmeno ne Le Occasioni di Montale è definibile sempre con assoluta certezza l’identità fra Clizia e Irma Brandeis. Clizia è sehnal, ma di chi o di cosa? Persone, vicende, emozioni veramente vissute nel momento in cui entrano nei versi prendono vita in totale autonomia rispetto al vissuto reale. La poesia è interpretazione e trasfigurazione del reale che finisce per assumere una valenza simbolica universale, in cui non c’è più una soggettività di tipo diaristico. La vita confluisce nel testo poetico e si trasforma anche in virtù delle suggestioni di pensiero e letterarie che trovano un’intima consonanza con essa. Ogni lirica diviene poliedro che rimanda riflessi molteplici del reale. L’esistenza si fa occasione per esprimere, attraverso i versi e, quindi, tramite un linguaggio allusivo, un messaggio importante per l’autore. La poesia non dice, ma suggerisce.

2.
In una delle canzoni più celebri interpretate da Johnny Cash, the man in black dice di vedere un’oscurità (“I see a darkness”). Quale oscurità ti è capitato di vedere e come ne hai scritto?

L’oscurità è parte stessa dell’io, la più nascosta, l’es, e con essa dobbiamo condividere ogni giorno della nostra esistenza. In questa zona insondabile del nostro essere si nasconde il vero buio, quello che, in fondo, ci determina. È un’oscurità che spaventa, perché rimanda un riflesso di noi lontano dall’immagine dietro cui, a volte, opportunisticamente, ci nascondiamo o grazie alla quale gli altri ci riconoscono. Non è sempre facile fare i conti con ciò che siamo veramente e solo con l’età impariamo ad amarci di più, ad accettare anche quello che dissimuliamo addirittura a noi stessi. Il mio ultimo libro, non a caso, si intitola Il buio della scarpiera e quel buio non è se non il correlativo oggettivo del nostro dualismo interiore, nel quale ondeggiamo, ci dibattiamo, talvolta ci perdiamo per poi riconoscerci nuovi. In realtà il dualismo permane ed è solo attraverso l’acquisizione di questa lucida consapevolezza che l’individuo può non lasciarsi distruggere dalle forze opposte che lo affliggono.

3.
Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Bob Dylan, ricordando il suo primo punto di riferimento artistico, l’amico Buddy Holly, dice che sembrava esserci in Buddy qualcosa di permanente (“something about him seemed permanent”) e che riusciva a trasmettere qualcosa che gli faceva venire i brividi (“he transmitted something’… “and it gave me the chills”). C’è un poeta che ti fa sentire così quando lo leggi e perché?

Molti sono gli autori che ho amato profondamente nel corso della mia vita. Alcune passioni sono legate a momenti particolari che ho attraversato nel corso degli anni, a fasi ben precise, ma che poi, con il tempo, si sono affievolite; altre, invece, perdurano e sono quelle che mi hanno formato e continuano a insegnarmi cose fondamentali e in cui continuo a ritrovare me stessa. Pavese ha scritto: “Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi” (da Il mestiere di vivere, 1935-1950). Ed è proprio Pavese la mia passione letteraria più intima e vera. Le sue opere mi hanno segnato e continueranno a farlo perché ogni loro rilettura è nuova rivelazione. Il buio della scarpiera, del resto, riporta in esergo proprio una citazione di questo grandissimo autore dall’esistenza amara e tormentata, che ha aperto nuovi orizzonti culturali nella letteratura italiana del ‘900. La sua opera, tra realismo e simbolismo lirico di sapore decadente, ci conduce nel suo mondo mitico, teatro delle proiezioni interiori, del profondo disagio esistenziale, della ricerca di autenticità, delle ossessioni psichiche, degli aspetti più riposti e incomunicabili della coscienza. Per lui la scrittura diventa vita vera, che nasce da un contrasto interiore, da un’antinomia di fondo. La poesia si nutre del mito, ma possiede, o meglio è costretta a possedere, una consapevolezza di sé che il mito non ha. La scoperta del mito è stata per lui forse un tentativo di saldare razionale e irrazionale, ma vi è penetrato in prima persona, ha attraversato le sabbie mobili ed è finito con lo smarrirvisi. Il mito rappresentava tutto, il segreto inafferrabile e il fuoco vitale: arte e vita si sono confuse.
La grandezza di Cesare Pavese sta anche nel non aver mai chiuso il cuore alle grandi domande sull’esistenza che lo affliggevano e alle quali ha provato a rispondere fino alla sua tragica morte. Nell’Italia del primo cinquantennio del Novecento probabilmente nessun altro scrittore ha scrutato sé stesso e la propria opera con un altrettanto acuto bisogno di verità. Questi sono gli aspetti che più mi avvicinano a questo scrittore e mi affascinano.

4.
Un altro Premio Nobel per la letteratura, Seamus Heaney, ha detto che Eminem ha creato un senso di ciò che è possibile iniettando un voltaggio nella sua generazione (“he has created a sense of what is possible. He has sent a voltage around his generation’) non soltanto con il suo comportamento sovversivo ma anche attraverso la sua energia verbale (“He has done this not just through his subversive attitude but also his verbal energy.”). C’è stato/c’è un poeta che per te corrisponde a questo identikit?

Un poeta cui la mia mente corre, parlando di esuberanza espressiva incontenibile e di rottura degli schemi, è il gallese Dylan Thomas. La sua è una poesia dalla straordinaria forza visionaria costruita attraverso un lessico estremamente intenso, che elude ogni principio logico e gioca su inattese associazioni di immagini e di suoni. La sua fama è legata a un maledettismo intriso di purezza: al centro delle sue raccolte c’è un susseguirsi di immagini allucinate che fanno pensare alla dissociazione del surrealismo. Thomas è uno sperimentatore compositivo davvero radicale. Aveva solo vent’anni quando scosse l’ambiente letterario di Londra con una raccolta di poesie oscure e pregne di immagini freudiane e bibliche che ruotavano attorno a temi universali come amore, nascita, morte, panteismo. Una personalità, dunque, carica di un vigore creativo dirompente.

5.
Scegli una tua poesia e ci spieghi perché ti rappresenta?

IL BUIO DELLA SCARPIERA

Il vespro di fuoco s’insinua incerto tra le imposte.
Assorta ripongo le mie tacco dodici.
Si dilata l’ombra pesante.
Il pensiero stupito si ferma nudo.
Fango coagulato sul rosso dei tacchi sfrontati
– ferita la terra umida dell’amore –.
Le vigne sudate dall’ansimare
stillano sulla carne dell’anima
il rosso, il rosso delle scarpe, e
il nero dell’ombra…del buio
della scarpiera.

Ho scelto questa poesia, eponima del libro, perché indubbiamente rappresenta la mia poetica in generale, al cui centro si pone il dissidio interiore, la dicotomia tra buio e luce dell’animo umano, la continua lotta tra l’influsso pieno di tormento dell’es e il tentativo illusorio di ricomposizione in un io unitario. L’utilizzo dell’ossimoro diventa qui emblematico di questa condizione umana. In questi versi, però, come in buona parte del libro, si insinua una rinnovata vitalità, che stempera il disincanto e l’inquietudine. Emerge una presa di coscienza tutta femminile delle proprie potenzialità, un senso di impertinenza di tradizione classica, riconsiderata in chiave attuale, una visione squisitamente femminile del mondo, tutta improntata all’intraprendenza, al desiderio di riconoscimento e di riscatto personale. Non si tratta di un femminismo sfrontato, ma di una visione del mondo in cui la donna è al centro e riesce a vincere le proprie battaglie attraverso la potenza dell’amore. Questo sentimento, vissuto intensamente, è capace di rendere possibile l’impossibile.
Altro aspetto da evidenziare è che i sensi assumono un ruolo fondamentale, si fanno importante tramite di conoscenza del mondo, mai disgiunti da una percezione di tipo spirituale.
Il colore rosso, infine, campeggia a significare certamente la passione in tutta la sua prorompente vitalità, ma anche il “patire”, la sofferenza. Le scarpe rosse sono simbolo di una femminilità dinamica, coraggiosa, libera di esprimersi e rappresentano il percorso che ogni donna vorrebbe compiere, anche in condivisione con il mondo maschile, verso la libertà da ogni costrizione che nasca dal mondo esterno, ovvero dalle convenzioni che ne costringano in qualche misura l’io.  

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