Dall’inizio (Vito M. Bonito)

Dall’inizio (Vito M. Bonito)

Si scrive già morti.
Si scrive ai morti, ai non-nati. Solo questo ho cercato e cerco di fare.
Chi scrive si dà a morire nella lingua e ascolta la lingua mentre muore.
Libro dopo libro, dentro questo trauma nel fuoco della scena originaria, la mia ovviamente, che è nascere alla morte. Così ci si approssima al niente della voce alla fragile infallibilità di essere niente.
Negli ultimi due libri (Soffiati via e fabula rasa) questo percorso è approdato quasi naturalmente a una revisione paradisiaca non conclusa della parola quanto più si fa teso il lato comico e patafisico, la melopea, la liturgia sacrificale, la cantatina storpia e soffocata. Così proprio quando l’estinzione si rovescia in nascita anche la consapevolezza della condizione di non-nato o già morto si fa più acuta.
«La fine è nel principio, tuttavia si continua», ci direbbe Hamm, nel beckettiano Finale di partita. Con lui, tutte le voci di Beckett ci insegnano che la parola di quei personaggi viene da chi non si capacita di non essere vivo, né morto. Quei personaggi, quelle voci – ha scritto Emil Cioran – «sono saltati dalla nascita all’agonia, senza transizioni, senza esistenza: rifiuti umani che non hanno più nulla da apprendere o da affrontare, che rimuginano – ilari o stupefatti – delle futilità e che, di tanto in tanto, lanciano per disprezzo qualche lampo, qualche oracolo. Li si capisce soltanto se si ammette che qualcosa si è irrimediabilmente spezzato, concluso, che essi appartengono non alla fine della storia ma a ciò che viene dopo, a quell’avvenire forse imminente, forse lontano, in cui il rimpicciolimento dell’uomo raggiungerà la perfezione di un’utopia capovolta».

E pertanto anche autocommentarsi diventa un’operazione strabica, una distorsione assai disturbante: obbliga a ricercare dentro di sé le intenzioni di un testo, più che il risultato di un testo. Si conosce o si crede di conoscere tutto di una poesia che si è scritta. Eppure non si conosce granché se non la cenere di ciò che è accaduto veramente, di ciò che è stato deposto sulla pagina. Meglio così.
Ma illudersi di avere ‘una’ vita e ‘una’ poetica è davvero infantile, come il frigno di colui che si ostina a far funzionare il giocattolo (senza riuscirvi) secondo la propria legge e non secondo le istruzioni del giocattolo medesimo.

Il testo con cui vorrei iniziare è quello conclusivo di Soffiati via (Il Ponte del Sale, 2015): quattro versi d’addio a nessuno, dentro una condanna a cui si è prossimi, ma già in atto mentre il testo si dipana:

non ho mai dato un bacio

ho nove anni

domani mi bruciano

viva

Una bambina dice del suo essere bruciata viva. È un sacrificio? Una condanna per una colpa? Un’esecuzione senza motivo? Un atto di pura crudeltà che non ha orizzonte di comprensione? Come tutti i testi del libro anche questo non ha alcun senso. Né primo né ultimo. Non rimanda a un inizio né a una fine. È un improvviso fiato di vento che spegne una candela (“soffiato via” resta uno dei possibili e meno infedeli intendimenti della parola nirvāna. Ogni estinzione accade come accade ogni nascita. Si consegna al mondo o al niente. Si accende e si spegne): a chiudere un giro di esili vite o non vite, di infanzie già torturate, violentate, scuoiate. Un coro di non-nati, non-vivi, né morti.
Così è, ma così non è; o non è soltanto. Il libro si apre laddove le voci dichiarano che niente muore né rimane vivo. Tutto sta o dovrebbe stare dentro questa luce opaca.
Eppure questi né vivi né morti agiscono, hanno agito dentro una luce di sangue. Per volontà e per destino, per necessità.
L’intenzione iniziale del libro era quella di raccontare la mente e le gesta di un serial killer, poi diventato una bambina omicida.
Nel farsi, il libro ha preso una piega diversa: ogni atto di volontà, quand’anche malata, di qualcuno si è come dissolto nel cieco muoversi dell’inatteso che accade.
Tutto ciò che accade, accade e basta. Non nasce da una decisione a cui tener fede, non muore nel compimento di questa decisione. Accade e basta, come accade la poesia.
Il problema (o la scommessa) è non indietreggiare di fronte all’orrore al dolore senza direzione, non smettere di guardare, non smettere di dire. Queste sono le poche essenziali cose che chi scrive dovrebbe, deve, fare.
Tutta la mia esperienza poetica e (perché no) la mia più o meno normale biografia si muovono in questa semplicissima questione, in quest’orizzonte chiodato. Non indietreggiare, non coprirsi gli occhi e le orecchie di fronte e dentro il trauma, non nascondersi ai fatti e alle parole che abbiamo e a quelle che non siamo in grado di avere.
Le cose accadono, le parole devono accadere; devono possibilmente cadere – fino alla fine, a una fine.
Fino al proprio plateale fallire, al non essere in grado di dire.
L’atto poetico è una felice malvagità di cui non si può fare a meno, un ricamino di sangue che non finisce mai di scriversi.
Se non sembrasse troppo sentimentale direi che sfiora l’odio cieco, la rancura senza motivo. Odio allo stato puro. Risentimento assoluto che non si dà pace e non sa perché, non sa un qualsiasi perché. L’odio puro, il rancore gratuito e senza oggetto producono (come l’amore più cieco e sordo) straordinarie visioni, incantevoli mesmerismi a cui la poesia non deve sottrarsi, né può sottrarsi.
Bisogna solo trovare le parole, l’ordine esatto dei verba inoculati d’odio – o di dio.
La poesia come l’odio non ama né ammette errori, ma in qualche modo pietosamente li contempla, laddove ogni libro è non compiuto, mai finito, per sempre fallito. Laddove si rovescia in preghiera, litania, ninnananna.
Come la poesia l’odio ha bisogno di fallire e di traslocare continuamente.
Come la poesia è virale e non virtuale.
Soffiati via avrebbe voluto stare in questo solco. Tra i né vivi né morti, le parole si aprono a un ordine (e anche a un comando, a un comandamento) a cui si risponde a cui si può solo rispondere – eccomi. Udire altro non è che ubbidire.
Che poi chi risponde sia un io, un non io, un tutti e nessuno – poco importa. Che poi chi agisce o si agita corrisponda all’autore o meno, poco importa. Siamo tutti agentes, gli auctores fanno ridere – quanto più credono di non comparire o di non dover dire, asserire o non significare o chissà che.
Il pronome io, il soggetto, dentro fuori a lato del testo sono questioni che oggi solo i precettori di verità condominiali continuano a porsi. Son lì che sgambettano, si dimenano a farsi belli. Imparruccati già come vecchi tromboni, incapaci di morire. Tanto quanto di vivere.

E allora perché non essere già morti prima della nascita di una figlia?
Questa è l’idea (se tale si può chiamare, o sentimento che sia) che pervade fabula rasa (Oèdipus, 2018). Idea melodrammatica così come librettistica (metastasiana, ma sì! e cancerosa) è la partitura del libro.
Il dialogo di un padre che si dà già per morto con una figlia in procinto di nascere.
Si apre il respiro si chiude il respiro, tra nascita e morte. Stesso fiato di bocca.

Il cambio di registro rispetto ai miei libri precedenti è accaduto sua sponte. Nell’inizio di una resa dei conti con me stesso e con quanto scritto prima, la doppia voce in falsetto del testo marca un’andatura ironica, cantilenante, con persistenti riprese in rima e con perfido divertimento dell’autore medesimo. La meccanica stilnovista del libro è così avviata – proprio là dove questi elementi parodizzano il sentore lirico di un ‘canzoniere’ in minore, anzi in minima, in verità storpio assai.
L’effetto epigrammatico, a me sì caro e sì tanto censurato dal mio «superìo», ora non trova più requie, riaggalla a far sua vendetta:

chiamatemi pēue
la bianca falena
l’infanta altalena
che scende e risale

io parlo i pesci le api
la neve nivale

divento di rame
le acque l’ossame
persino la fame

io parlo la pietra
la bolla l’anguilla

sono il fumo lo splene
il niente e nessuno
le mani di sangue
già piene

sono il tuo
                        scaccomatto
lo schianto
l’autoritratto
di te a testa in giù

io sono l’astratto

l’incanto

il caucciù

(A chiarimento della parola pèue  dicasi essere il senhal pregrammaticale della bambina bianca).

Il testo è costruito a partire dalla parte finale (anni che sognavo di pronunziare gli ultimi tre versi rubandoli al Fitzcarraldo di Herzog) si è rovesciato su se stesso come un autoritratto a testa in giù. La cosa privata (unica sostanza della poesia, sebbene poi catturata e millantata in ogni forma possibile) è esposta nella sua integrità.
Sempre più forte è in me la consapevolezza che la poesia sia un recitativo privato (anche nella privazione di sé) a dispetto sempre di quei maestrini che stanno lì a nascondersi dietro paraventi fumosamente teorizzati e narcisisticamente praticati in una non meglio identificata teoria-poesia di ricerca o virginale sperimentazione (viene da pensare al morettiano «Senti, ma che tipo di festa è, non è che alle dieci state tutti a ballare in girotondo, io sto buttato in un angolo, no…ah no: se si balla non vengo. No, no…allora non vengo. Che dici vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto così, vicino a una finestra di profilo in controluce, voi mi fate: “Michele vieni in là con noi dai…” e io: “andate, andate, vi raggiungo dopo…”. Vengo! Ci vediamo là. No, non mi va, non vengo, no») in cui la poesia poesia si prosetta poesia opuranche prosetta prosetta di poesia che non è posia ma lo è, il tutto francesemente vieppiù délavé.

Allora meglio mettersi sul rogo, prendere fuoco in un autoflambé, in cui corpo volto e parola siano riconoscibili nell’assertività del proprio essere già consumati, morti e non-nati. Una bimba non nata ancora parla e si fa beffa del padre (già dato per cadavere: «ritrovato corpo in stato di decomposizione / non avanzato ancora – corpo non mangiato // pare chiamarsi bonito vitaniello / bonito pare essere cognome / alquanto strano il proprio nome // non sappiamo chi chiamare avvisare / in questo bagno di sudore // su! rimuovete la carcassa / se ne andrà anche il dolore // fate piano che si rompe // le mosche le mosche… // di rose poi l’odore»):

mi aspetti quando esco?
stai con me
anche dopo la smania ombelicale?

tu parli sempre i morti
l’ardore le manine
l’iddio dei non-risorti
tu che non dormivi
bruciati gli occhi vivi

sì mi piace va bene
ho capito è mistica abrasione
zero verticale
perpetua liturgia
di sangue e di oblazione

promettimi però
che in tanta adorazione
in tale vertigine
abissale
la guardi anche con me
la tua televisione
siffatta teologale

magari
dopo colazione

scegli pure tu
il canale

       o ancora

cade
cade sempre

si piscia addosso
pure

parla con i contatori
coi termosifoni

prega
inginocchiato
davanti agli estintori

Le poesie delle quattordici sezioni de la bambina bianca sono nate da un invasamento prenatale della voce (voce che si ripete prima di essere udita), dal forsennamento di un cordone ombelicale forsennatamente inseguito nelle rime, nel loro accendersi e spegnersi, nella notte amniotica che mi è stato dato attraversare quasi maternamente (esageriamo, sì!). Padre e figlia sono una rima imperfetta – credo. O forse perfettamente perfetta, sì da confliggere spietatamente, mordersi a sangue.
Ma la figlia dà scaccomatto al padre.
Così la poesia dà sempre scaccomatto al poeta.
Ogni pretesa di sopravvivere alla poesia (e alla figlia) è ridicola. È una oscura divinità che ci strappa la pelle, quando la incontriamo.

Come terzo testo, a mo’ di facile allegorietta, riprendo una poesia della sezione papaveri e papere.
Metà del testo è in corsivo e il corsivo nel libro sta a indicare la voce della bambina bianca:

o-tu-che-sei-iddia
a me dona la pace
a te un po’ di luce

la tua ombra ti uccide
il caos che ami
ti fa solo infelice

copriti ancora di più
fa freddo
             lì dove stai tu
mia cara stellina

mi vedi? mi vedi?

non vedo non vedo
ma dico e ridico

nel mio tradimento
io sto

e ti guardo morire
ti guardo morire

nel mio firmamento

la nebbia io sono
io sono la nebbia
nient’altro che nebbia
per te…
             tua regina

tuo autodafé .

Le due voci si pongono a dispetto (come in tutto il libro) rimbrottandosi ‘pungenti’ accuse e verità ‘lancinanti’. Questo testo andrebbe letto aggregandolo a un testo precedente, quasi incipitario, del libro. Lì il corsivo è totale, il ‘messaggio’ per nulla subliminale:

nell’ordine sacro
del mio firmamento

o miei pupazzetti

vi giro e rigiro
nel segreto segreto
del mio capogiro

maraviglia non faccia
non sia di stupore
il vortice in ch’io
appaio e scompaio

da sì tanto rumore
                                          sdegnata
da sì acuto terrore
che di me sia svelata
la mia di me
                                parte oscurata

seguìtemi dunque
ìtemi assai

al mio caldo respiro
chiunque
                  di voi
applauso farà
gentile sarò
se non oltre di più

ma noli tangere me
noli tangere e basta

nel fondo profondo
nascosta io sto

di più non si chieda
di più non si può

ogni mio falso aldilà
la mano non tocchi

giammai io perdono chi vive
chi sopravvive
nel mio stesso aldiquà

L’aura provenzal-stilnovista resiste buffa e faceta, lievemente scortese, a enunciare invece quanto di più diretto continuo a pensare della poesia e della sua lingua (o delle sue lingue). Ovvero che la poesia è drammaturgia acustica della distanza, sincope, spasmo, tra io e mondo. Il grado più alto e freddo dell’intransitività del senso, in cui accade solo un responsorio autistico – senza peso, senza pace.
E così in exitu di questo piccolo auto sacramental dell’autocommento, sia dato distribuire taluni comandamenti un po’ adusti – sì come vuole liturgia del corpus dominae. Ché la poesia è nostra pentecoste: «Spira de’ nostri bamboli / Nell’ineffabil riso».
La lingua poetica è l’attesa di una parola senza di noi. È lingua senza impero, senza casa.
I vivi non hanno importanza nella lingua poetica. I vivi sono indifferenti alla lingua poetica.
La lingua poetica ci dimentica, ci ha dimenticato, da sempre. Ci ha dimenticato senza meraviglia, senza profondità, senza eternità. Noi siamo il suo sacrificio; lasciati a parlare mentre moriamo.
La lingua poetica è un atto di inferiorità. Fa di noi dei senzarespiro.
La lingua poetica è opera servile.
La lingua poetica è un esercizio sull’agonia.
La lingua poetica è un esercizio sul sacrificio.
La lingua poetica è un esercizio contro la realtà.
La lingua poetica è un esercizio contro la memoria.
La lingua poetica è un esercizio contro l’immortalità.
La lingua poetica è un esercizio contro la poesia.

Perché la poesia è melodrammatica, mistica, dispettosa alfine.
Ride infinitamente di noi. Ci spasima e meravigliosamente ci uccide.

 

*

nota bio-bibliografica:

vito m. bonito (1963) – in copertina nella foto di Dino Ignani – ha pubblicato in poesia: fabula rasa (Oèdipus, 2018), la bambina bianca, (Derbauch Verlag, 2017), Soffiati via (Il Ponte del Sale, 2015) Premio nazionale Elio Pagliarani 2015, luce eterna  (Galerie Bordas Venezia, 2012), Fioritura del sangue (Perrone, 2010), Sidereus Nuncius (Grafiche Fioroni, 2009), La vita inferiore (Donzelli, 2004), Campo degli orfani (Book, 2000), Il segretario, (Zona, 2000), A distanza di neve (Book, 1997). È presente in Parola Plurale. Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli (Sossella, 2005) e in Poesia contemporanea. Quinto quaderno italiano, (Crocetti, 1996).

In ambito critico sono usciti i volumi: Le parole e le ore. Gli orologi barocchi: antologia poetica del Seicento, (Sellerio, 1996); L’occhio del tempo. L’orologio barocco tra letteratura, scienza ed emblematica (Clueb, 1995); Il gelo e lo sguardo. La poesia di Cosimo Ortesta e Valerio Magrelli  (Clueb, 1996); Il canto della crisalide. Poesia e orfanità (Clueb, 1999); Pascoli, (Liguori, 2007). È tra gli autori dell’antologia Poesia del Novecento italiano (vol. II), a cura di N. Lorenzini (Carocci, 2002). Ha curato, con altri, i volumi di saggi Età dell’inumano (Carocci, 2005) e Finisterrae. Scritture dal confine (Carocci, 2007). Ha scritto saggi su Beckett, Artaud, De Signoribus, la Socìetas Raffaello Sanzio, sul cinema di Aristakisjan, di Herzog e Korine.

 

 

ph tratta dal film Sacrificio (Offret) – 1986 – scritto e diretto da Andrej Tarkovskij, vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria al 39º Festival di Cannes.

 

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