Di Alida Airaghi, da “Decalogo”. Omaggio a Krzysztof Kieślowski – “Onora il padre e la madre”

“La silloge, dal titolo, suggestivo e solenne, Decalogo, composta dalla poetessa e scrittrice Alida Airaghi contiene versi profondi. Non sono versi per lettori affrettati o distratti, come d’altro canto la poesia stessa non lo è mai. Molti lettori, oggigiorno, se di lettori si può ancora parlare (talvolta sarebbe più appropriato chiamarli “consumatori”), non hanno il tempo e il desiderio, perché semplicemente ineducati dall’attuale epoca degli influencer, di prendersi il giusto spazio per affrontare una lettura, abituati come sono ai social che consumano tutto in frasi a effetto, brevi, meglio se pungenti o addirittura volgari, in cui verità o falsità hanno lo stesso valore e orizzonte ermeneutico. Vogliamo vedere e consumare tutto, come se l’immagine, o il post, non importa se vero o falso, ci restituisse la realtà, mentre normalmente la mistifica. La parola, quella poetica, lascia liberi di muoverci, di viaggiare, di immaginare, senza alcuna necessità di spie- gare, e questo ci rende liberi di far risuonare una visione, una parola, nel profondo di noi stessi.”

(dalla prefazione di Marco Cardinali)

IV ONORA IL PADRE E LA MADRE

Se c’è scritto “da leggere dopo la mia morte”
non si dovrebbe aprire la busta
di una lettera trovata per caso in un cassetto,
e lì nascosta chissà da quanto tempo.
Riconoscendo la calligrafia, la sua evidenza
fa tremare gli occhi, le dita impaurite
di fronte a una finzione insopportabile,
inaccettabile sentenza di vita.
Si teme solo quello che si sa:
cos’è la verità, se non maledizione?

Saprai che sai guardare, e nello sguardo
sveli. O trasparenza, intuito timore
del troppo visto, del quasi proibito.
Attraverso la finestra malchiusa,
il vestito bagnato, o dalla serratura:
il peccato tradisce desiderio.
Non fingerti cieco per pudore.
Le palpebre concedono fessure
da cui spiare fuori, e dentro.

Ombra vapore nebbia, maldestra
scusa di pretesa innocenza.

Figlio, rendi onore a tuo padre a tua madre
che ti hanno generato, guidato nei passi,
vegliato nel sonno, protetto da te stesso
e perdonato. Così prolungherai i tuoi giorni
nella terra in cui sei nato, tua culla e muro,
tua porta baluardo aperta al cielo.
Abbi pietà dei genitori vecchi negli anni
di pena e malattia: sarai ricompensato
dal velo benedetto disteso dal Signore
sulla via del futuro e dell’eterno.

Raccontami una storia, implora la bambina,
e il padre l’accontenta sedendosi
sul letto, a voce bassa, voce paziente.
Le accarezza la schiena, scostando
con due dita i capelli che le coprono
il collo: vi preme intenerite labbra,
e scioglie ogni rigore, ogni paura.
Non devi crescere, supplica il padre;
tu non morire, risponde la bambina.
Per sempre fidanzati inconsapevoli,
colpevoli di un bene traditore.

Si allontanano in modi diversi,
padri e madri, distanziando
l’asfissiante simbiosi, fingendo
di non essere gelosi e totali.

Anche lontani, anche sepolti,
ugualmente rimangono presenti,
nostri tronchi e immortali radici.
Padroni e dèi di un cielo
circoscritto, per noi infinito.