Gabriella Grasso, “la poesia è una necessità, personale e collettiva”.

«Ma è sempre mio/ comunque / il luogo a cui tornare/ per sentirsi non albero/ ma seme / non uno, ma parte/ dell’insieme». Poesia infinita, come la vita, direbbe Palazzeschi. Poesia contemplativa, indispensabile all’assenza. Poesia piena, per arginare la resistenza del dolore, per narrare l’intera storia di un cuore umano «nell’ennesimo/ nuovo/ paesaggio interiore». Parliamo di “Quale confine”, opera prima di Gabriella Grasso, edita da “Kolibris” di Chiara De Luca che, nella nota introduttiva, illustra come non c’è confine per lo sguardo, soltanto un orizzonte distante verso cui tendere.

Qual è il ricordo (o un aneddoto) legato alla tua prima poesia? E, ancora, nello specifico, alla “nascita” di questa tua prima raccolta?
Amo scrivere da quando ho imparato a farlo. Osservavo persone ed eventi attorno a me, trascrivevo lunghe conversazioni tra le vecchiette sedute davanti alla porta di casa, in strada, come si usava nella mia infanzia, e fissavo dialoghi, locuzioni particolari, sensazioni. Ero molto attratta dall’aspetto linguistico, dalle commistioni, dalla creatività della lingua; è una passione che ancora mi accompagna, essendo studiosa di linguistica della Lingua dei Segni Italiana (LIS). La prima poesia risale ai dieci anni e si intitolava “Elevami”: esprimeva una tensione spirituale. Da allora non ho più smesso, con lunghe pause dalla poesia, ma nelle quali ho continuato a scrivere altro. Dopo due grandi dolori, le morti premature della mia più cara amica prima e di mia sorella poi, ho vissuto un periodo di grande aridità, che sentivo anche nell’ambiente intorno a me, un deserto mio personale ma anche congiunturale, direi, un’assenza di calore, di stimoli culturali e spirituali, di prospettiva, in cui era precipitata la mia vita e, nella mia percezione, il mondo intero. La mia poesia “Datemi un orizzonte”, nella quarta di copertina del libro, registra questo stato d’animo opprimente. Poi, pian piano, ho come recuperato una voce, più voci dentro di me, le ho seguite, quasi incredula, e sono affiorate immagini, sensazioni, riflessioni. La poesia è tornata a visitarmi, è così che ho vissuto tutto questo. Sono nati i testi di una prima raccolta, che non ho voluto pubblicare per ora, perché ancora troppo “incandescente” era la sua materia. “Quale confine” è in realtà la seconda per genesi (se si escludono le poesie dei vent’anni), però è stata la prima ad essere pubblicata.

Quale poeta e relativi versi (e per quali ragioni) non dovremmo mai dimenticare?
Sono davvero tanti i versi che mi stanno a cuore e che vorrei fossero un patrimonio per sempre, che accompagnassero l’umanità finché questa avrà vita. La scelta è quasi impossibile, ma, dovendola fare, vorrei che gli uomini non dimenticassero mai le parole di Ungaretti in “Fratelli”: “Parola tremante/ nella notte/Foglia appena nata/ Nell’aria spasimante/involontaria rivolta/ dell’uomo presente alla sua fragilità/ Fratelli”.

Riporteresti una poesia o uno stralcio di testo nel quale all’occorrenza ami rifugiarti?
Anche qui dovrei citarne tanti. Amo rileggere Esenin, Rilke, Senghor, Palazzeschi, Penna, Cattafi, Eliot, Dante…amo scoprire poeti meno noti, come la Dautbegovic, che cito nell’esergo del mio libro. Mi commuove una poesia di Natalia Ginzburg, “Non possiamo saperlo”; non potrei considerarla un rifugio, perché non ha nulla di consolatorio, anzi mi inquieta sempre, poiché interpella il mio bisogno di senso, di stabilità, in un mondo quasi in via di smobilitazione, dove ognuno si sente un po’ profugo. Ne cito uno stralcio: “Non possiamo saperlo. Nessuno lo sa./ C’è anche caso che Dio abbia fame e ci tocchi sfamarlo/Forse muore di fame, e ha freddo, e trema di febbre (…) e dovremo correre in cerca di latte e di legna”.

Qual è la tua attuale spiegazione/definizione di poesia?
La poesia è una necessità, personale e collettiva. È uno sguardo dentro e attorno a se stessi, che mette a fuoco e, nello stesso tempo, trascende e spinge oltre. Come ogni atto creativo, è qualcosa di fisiologico, di vitale, un mistero grande dentro una voce piccola; in una mia poesia lo definisco “un piccolo miracolo sacro/ tintinnio in un barattolo vuoto”. Per me ha molto a che fare con l’amare, anche nella sofferenza, nella rabbia, persino in casi di apparente nichilismo. È sempre un fare, un pronunciarsi e, dunque, un modo di superare i confini per raggiungere, anche solo sfiorandolo, l’ altro. E lo sguardo dei poeti (e degli artisti in genere) è quanto mai prezioso, ieri come oggi. Ci porta oltre i nostri limiti, ci scava, ci espande. L’umanità non potrebbe farne a meno, pena l’abbrutimento generale. Per quanto riguarda la poesia nello specifico, oggi si parla molto di cosa la differenzi dalla prosa, ormai, vista la labilità dei confini tra queste due modalità espressive. Il discorso è complesso, ma sintetizzandolo al massimo, io penso che più che una questione di forma, sia una questione di rapporti: nella prosa le parole vivono più il legame con il contesto (del contenuto, e poi, a livello extra-testuale, culturale, storico), mentre nella poesia il peso e la carica evocativa di ogni singola parola riverberano maggiormente il co-testo, il tessuto di suoni e simboli in cui la parola si trova.

Quando la poesia può dirsi compiuta?
Dal punto di vista del cammino dell’umanità, sempre e mai. Sempre perché ogni poesia è un micromondo compiuto ma, nel corso del tempo, nuove voci fanno compiere nuovi passi alla poesia, in un mondo che cambia e che si interroga in modo critico sui propri cambiamenti (alle “magnifiche sorti e progressive” non crediamo più ad occhi chiusi). Per quanto riguarda la mia esperienza, soggettiva chiaramente, la poesia è compiuta quando esaurisce la sua spinta a nascere, è qualcosa che sento in modo proprio fisiologico, non saprei spiegarlo in altro modo. La parola si compie, quasi appagata (ma lasciando in me sensazioni ogni volta diverse). E da quel momento, però, scava: nella vita del singolo poeta, in quella di coloro che l’accoglieranno e poi la condivideranno (in momenti anche imprevedibili), lungo il filo del tempo. Interpella, scava, a sua volta crea, ben oltre la vita della persona che l’ha formulata. Quindi, quando può dirsi compiuta la poesia?

La poesia necessita più di ascolto o di essere ascoltata?
La poesia necessita che le si faccia spazio, spazio e silenzio, come predisposizione prima ancora che come condizione oggettiva. Tanto nell’esperienza del singolo fruitore, quanto in quella di una comunità e della società in genere. Se non le si fa spazio, se non le si riconosce questo spazio, si perde un’opportunità vitale.

Oggigiorno, qual è (ammesso ne abbia uno) l’incarico della poesia?
Non vedo nella poesia uno scopo preciso, esterno ad essa. Penso che la poesia, come l’arte in genere, abbia il dovere (che poi, a pensarci bene, più che un dovere è in fondo lo “status” dell’arte vera)di essere autentica, di esprimere un’autentica ispirazione. Che poi raggiunga degli scopi, questo avviene quasi come effetto collaterale al suo essere poesia: allora sarà in grado di comunicare forza anche attraverso la fragilità, bellezza anche attraverso la dissonanza, saprà riconnetterci alle nostre radici e nel contempo schiudere orizzonti. Sì, questo avviene, ma non in modo programmatico, avviene quando l’arte è arte.

La parola poetica per preservare la propria efficacia comunicativa deve “esprimersi” usando il linguaggio del tempo in cui nasce e vive?
Mah, è una questione sempre aperta. Penso che sia centrale, ancora una volta, l’idea di autenticità: la voce dei classici, così come gli elementi della tradizione (le rime, ad esempio) sono “tentazioni” che ritornano e a cui, talvolta, si vorrebbe rinunciare, nel timore di non essere attuali (la rima, cacciata dalla porta, ritorna dalla finestra, diceva Montale). Ma non è questo il punto. Purché si dia spazio alla propria voce interiore (nella quale, certo, echeggiano tante altre: non siamo monadi) e si sia fedeli ad un mandato di autenticità, la lingua della poesia sarà sempre attuale. La querelle in realtà evapora, perché dal dialogo con chi ci ha preceduto si origina ricchezza, pluralità; dal rispetto verso se stessi, come autori, e verso i lettori, si genera aderenza al proprio tempo.

Qual è il confine della poesia?
È quella “zona grigia” in cui si mette in questione proprio ogni confine, ogni delimitazione netta (e talvolta pericolosamente manichea), ogni dato certo, per recuperarlo e sondarlo, contestarlo, rivisitarlo alla luce della propria esperienza interiore. Non lo si possiederà, la poesia non avrà un confine, ma esprimerà la problematicità dell’idea stessa di confine, soprattutto in un’epoca come la nostra, globale, liquida, relativistica secondo alcuni, arroccata su paure e schemi rigidi secondo altri. Il titolo della mia raccolta, “Quale confine”, si riferisce anche a questo.

Per concludere, ti invito, per salutare i nostri lettori, a scegliere una tua poesia e, nel contempo, ti invito a portarci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere.

Scrivere i versi di questa raccolta per me è stato riaprire un dialogo con me stessa, con le persone care che mi porto dentro, con le voci e le tracce della mia comunità, del mio paese e di tutti i luoghi in cui non vivo più, con le vibrazioni che mi provengono dalla natura e dal mondo intorno a me. Si è trattato di abbassare ogni resistenza e fare spazio, di crederci. E il dialogo è diventato molto fertile. Poi non mi è bastato più, ho sentito la necessità di condividerlo, ed è nata l’idea di pubblicarlo. L’editrice della Kolibris, una poetessa e traduttrice sensibile e profonda, Chiara De Luca, ha accolto le mie poesie nel suo progetto culturale ed è nato “Quale confine”. Il percorso è stato questo.
Per concludere, ho scelto la poesia che chiude la raccolta e che, a ben guardare, riassume alcuni dei nodi che abbiamo affrontato in questa intervista (il senso dell’arte, il confine…), ma racconta anche lo stupore di una magia che si rinnova, ogni volta che si ama e che si crea: quando tutto sembra già dolorosamente sperimentato e detto (e cristallizzato), ecco che il gesto creativo rimescola ogni cosa, rimettendo in moto l’universo e liberandoci dalle gabbie dorate in cui ci siamo rinchiusi. L’amore e l’arte possiedono questa forza.

Ogni volta è una nuova creazione

Sì, lo so
il tremore è lo stesso
che ha fatto oscillare
altri rami
di spirito e nervi
lo sguardo bambino e la voce
sono quelli di sempre
sono il lascito pregno
di generazioni
qualche gemma riportata alla luce
talvolta
ma in fondo
le stesse degli altri fratelli
di sorte

Il cammino tra le fronde
e gli stagni
la gincana
tra colonne e macerie
e macigni
case vuote e dispersi
compagni
il tam tam della giostra
è lo stesso per tutti
il rodeo di una vita

Eppure
ogni volta che avviene
è una nuova creazione
un miracolo piccolo e sacro
tintinnio in un barattolo vuoto
un vibrare di corde vocali
della mente e del cuore

Ogni volta è rinascere sempre
è sfiorare l’orlo della fine
ogni volta che ami che canti
che modelli l’argilla dei passi
innumerevoli passi
del sentiero che ha percorso
ogni uomo
è una nuova creazione
è una febbre da vivere
è dono
è sfiorare
anche senza vederlo
il confine

 

 

 

 

 

(la versione ridotta di questa intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA dell’8.03.2020, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”).

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