Italo Testa, “la poesia ha una natura topologica, è un’escrescenza dei luoghi che ci abitano”.

Versi eloquenti, («guarda la vita che anonima fermenta/ il ritmo uguale dei giorni senza meta:// da qui ti parlo, da questa indifferenza/ che nel torpore consuma le cose:// le senti in aria, le gemme già esplose,/ come chiaro e tremendo il verde incomba?// lo sguardo sbarrato, la bocca aperta,/ l’incuria mi ha preso alla sua lenza.»), scelti per orientare la lettura del libro “L’indifferenza naturale” di Italo Testa, raccolta feconda pubblicata da “Marcos y Marcos”, nella ricercata collana “Le ali” (diretta da Fabio Pusterla).
Testa, con uno sguardo che «brivida e traluce», si apposta sulla sommità del mondo e, della «vita che punge nel vento», narra l’imperturbabilità, (l’indifferenza), la “salvezza” del creato dagli esiti (tutti) del desiderio. Nel «trapestio dei pensieri», fiuta «il freddo che infiamma la gola/ mentre la luce s’inunghia tra i rami», apprende «il candore feroce delle mani/ per cui le cose sono nuove e buone/ e senza nome è il frutto del domani», filtra «come ad ogni perturbazione/ un lento affioramento della luce/ nel cerchio del cielo/ le nostre gole prese all’amo». E nel richiamo paritario “splendore/terrore”, nel suo frugare, (fulgore), restituisce una “parola mai ovvia e di ritmo costantemente sperimentato”.

Qual è l’incarico (odierno) della poesia?
Non credo che la poesia abbia un incarico da espletare. Questo non è dovuto tanto alla cosiddetta revoca del mandato sociale di cui secondo molti oggi la poesia soffrirebbe. Anche ammesso che tale mandato vi sia mai stato, e che si possa identificare una qualche epoca d’oro nel rapporto funzionale tra poesia e società, non dobbiamo preoccuparcene più di troppo. Molti poeti soffrono di una sorta di identificazione con l’aggressore. Ma questo stato d’animo terminale, il senso della fine con cui spesso si guarda alla poesia, distorce la nostra descrizione di quanto abbiamo di fronte. Non ci permette di cogliere le effettive potenzialità dell’espressione poetica nel mondo contemporaneo, che sono ancora in larga parte inesplorate e ci riserveranno delle sorprese. L’assenza di mandanti, il carattere per così dire ingiustificato di questa pratica, apre uno spazio di possibilità piuttosto che prefigurare una parabola d’estinzione. La poesia è un’interferenza, un inciampo. Quando riesce, può produrre una sospensione, uno stato di revoca della funzionalità sociale. Qualcosa di cui abbiamo disperatamente bisogno, tutti. Perché come tale la poesia ha a che fare con il futuro radicale, con la capacità di rapportarsi al futuro, nonostante tutto, come a un orizzonte di possibilità a venire, non previste da ciò che è già codificato funzionalmente nel presente.

La poesia, necessita più di ascoltare o di essere ascoltata?
La poesia – ne parlo al singolare per brevità, ma si dovrebbe parlare di un fascio di pratiche differenziate più che di una cosa unica – ha più bisogno di mettersi in ascolto che di essere ascoltata. Ha bisogno di liberarsi dalle nevrosi del misconoscimento e dall’atteggiamento vittimistico di chi si sente negletto, inascoltato, messo in un angolo. Perché tale postura, e la lamentazione continua che ne discende, genera un loop, una torsione su di sé che impedisce ai poeti di fare contatto con il mondo, di restare esposti a ciò che accade, di ascoltare il rumore del tempo. La poesia ha bisogno di restare in ascolto del suo altro come del suo alimento più proprio. Solo così potrà continuare a captare qualcosa, a trasmettere messaggi non ancora decifrati ma che ci riguardano nell’intimo.

Per Bukowski la poesia “viene da dove hai vissuto e da come hai vissuto e da cosa ti porta a crearla”, per Testa?
La poesia ha una natura topologica, è un’escrescenza dei luoghi che ci abitano. Qualcosa che non avvertiamo direttamente, di cui ci accorgiamo nel lungo periodo, ma che ha un’incidenza più profonda del dato biografico individuale. Questo non ha a che fare con l’idea di radicamento, quasi vi fosse un legame esclusivo con un territorio. Piuttosto, è nello spazio di transizione da un luogo all’altro che si definisce la portata topologica della poesia. Il mio ultimo libro, L’indifferenza naturale, nasce di qui: nel corso del tempo la laguna veneta, la pianura emiliana, i calanchi, le distese d’acqua, i cantieri, tutti i paesaggi che ho attraversato, sono andati a costituire uno spazio ibrido, privo di funzione, che si è imposto come il soggetto stesso della raccolta. Luigi Ghirri, nelle sue Lezioni di fotografia, scriveva che “il paesaggio non è là dove finisce la natura e inizia l’artificiale, ma una zona di passaggio, non definibile geograficamente”. Queste zone di passaggio, di indifferenza tra caos a progetto, natura e artificio, definiscono lo spazio inconcluso del vivente. Sono luoghi di invenzione del possibile, ove le nostre vite individuali, come gli ailanti clandestini, le piante migranti di cui parla la sezione centrale del libro, si inventano soluzioni d’esistenza che ancora non sappiamo decifrare, ma che ci meravigliano e impauriscono per la loro radicalità, per il loro legame con un futuro che ci manca. È la felicità dell’indeterminato.

Quando una poesia può dirsi compiuta?
Penso che una poesia possa dirsi compiuta quando non ne proviamo più vergogna, quando cessa di sembrarci insopportabilmente legata a noi stessi, alle nostre idiosincrasie, ai nostri difetti. Quando non è più nostra. Ci vogliono di solito molti anni perché questo accada, almeno per me, perché quella nota di fastidio, la sofferenza fisica che la vista di un certo testo ci procurava, lasci posto a un sentimento di liberazione, a volte di espansione. Tutto questo non ha più a che fare con il compimento formale della poesia, che poteva essere avvenuto anche molto tempo prima. Non è facile accettare che un testo sia una poesia compiuta, non vergognarsi più di desiderare qualcosa di francamente impossibile, ma a volte, non sempre, succede, e retrospettivamente si resta un po’ stupiti, si vede tutto da un’altra distanza, che non governiamo ma è benefica.

La forma quanto incide sull’essenzialità della parola poetica?
In poesia la forma è sostanza. Non c’è contenuto che si lasci determinare indipendentemente dalla forma che lo definisce. Ciò che possiamo afferrare e esperire, dipende dalle maglie della rete che gettiamo nel mare degli eventi. Diversi dispositivi formali catturano cose diverse. Scansione ritmica, metro, configurazione visiva, meccanismi di ripetizione e variazione: la tradizione poetica è un arsenale di forme che le avanguardie del moderno hanno ulteriormente contribuito ad arricchire, diversificare. Dobbiamo smettere di guardare alla storia della poesia come se ad un certo punto il lavoro formale collassasse. Se c’è una cosa che la vulgata della rivoluzione del verso libero non ha compreso, è proprio il potenziale espansivo di quest’ultimo, le forme d’innesto e d’ibridazione che ha comportato.

La parola poetica per preservare la propria efficacia comunicativa deve “esprimersi” usando il linguaggio del tempo in cui nasce e vive?
Purtroppo i limiti del nostro linguaggio, e della tradizione letteraria, con la sua teleologia progressiva, ci fanno cadere spesso nella trappola normativa per cui la poesia dovrebbe fare questo o quest’altro per essere all’altezza dei tempi. Ma questo è un riflesso condizionato, e finché ne saremo prigionieri, sicuramente non produrremo alcunché che possa sopravvivere al presente. Il confronto con il linguaggio del proprio tempo non pone vincoli alle modalità di espressione, neppure al tipo di linguaggio che adottiamo in poesia. Anche perché ho il sospetto che le mosse vincenti, in poesia, abbiamo spesso a che fare con una certa reversibilità temporale, con la possibilità di annullare la distanza, mettendoci in comunicazione sincronica con il passato – il dialogo con i morti – e insieme accelerando radicalmente verso il futuro – l’attesa dei non nati.

Pensando al tuo “L’indifferenza naturale”, ti chiedo: com’è nata l’esigenza (il ‘dettato’) di questa raccolta forse dal desiderio pulsante di arginare “le nostre gole prese all’amo”?
Argine e dispersione. Questa raccolta ha forse a che fare con il loro punto d’indifferenza, laddove l’esser presi all’amo, catturati, è una forma di esposizione al terrore e allo splendore del mondo, al domani.

Riporteresti tre poesie dal tuo libro per salutare i nostri lettori?

 

perturbazione

 

e quei fiotti inarginabili

             il sanguinamento improvviso

                          nel tunnel della metro

quasi una fioritura

dal rigoglio degli autunni:

 

oppure il fondo al campo

nell’erba alta

la tagliola annidata

                          invisibile

nella trasparenza del gelo:

 

così la luce sulle facciate

                                       dura

             per falde d’acqua

lo strappo trasversale

le case nella morsa

             del vento perforante:

 

come ad ogni perturbazione

             un lento affioramento della luce

                                       nel cerchio del cielo

le nostre gole prese all’amo.

 

*

da Bancali

 

le ruspe tra la ghiaia in controluce

affiorano sul vetro,

ma è un lampo

che accende la polvere al piazzale,

se non sale la ferita,

se il tempo

cicatrizza sulle foglie aperte                            

 

queste pagine venate,

queste trame

che spiano d’ombra le lamiere

piegate tra i bancali

come armi dure, opache

 

domani andremo,

domani la fortuna

s’aprirà lenta, su una vetrata

brillerà un’efflorescenza

 

domani qualcosa ci toccherà

la gola

             premendo sulla giugulare

nel sangue, domani

             si specchierà il nostro male.

 

                          *

 

guarda su di un’acqua ferma lo svolio

di uno stormo di rondini

il guizzo delle piume in controluce

guarda e con la mente nuda

senza più un pensiero pensa

 

a questo candore lucente

in cui mi incido

a questo splendore

a cui m’affido

 

ma mutando d’un colpo la rotta

lo stormo assorbito nell’ombra

ormai si confonde

con la superficie opaca

sul manto ferroso del lago

la luce d’un colpo dilegua

 

a questo splendore muto

che m’allontana

a questo terrore

che mi richiama

 

 

 

(la versione ridotta di questa intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA del 13 Gennaio 2019, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”).

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