Cultura & Società

“L’Alba che verrà” di Lorenzo Marotta, addentro “il cuore umano”.

 di Rosario Musmeci

Pensiero che torna a sopite memorie. Il ricordo della vita militare “… giorni all’alba”. Più che sei decenni fa. Erano diciotto mesi da trascorrere in grigioverde (si diceva così, anche se la divisa ormai era color kaki), più che cinquecento giorni, intervallati da rari momenti di licenza; e si cominciava a contare, “trecentoventi giorni all’alba…” e così via: fino all’ultimo giorno, quando su uno specchio o su un foglio appariva la scritta fatidica, “È l’alba!”. Beh, per tutto il tempo di quella “naja” ci accompagnava la certezza che l’alba sarebbe arrivata. Ma il libro che attendo è certamente altra cosa.

Attendo allora con impazienza il corriere che deve consegnarmi, nel mio esilio romano, questo nuovo libro dell’amico Lorenzo Marotta, arida modo pumice expolitum (in prestito da Catullo). Il corriere è pigro, o chissà cos’altro. Per ingannare il tempo, internet è prezioso. Ritrovo un’intervista a Grazia Calanna, per “Letteratitudine”. Non voglio leggere tutto, prima le domande. E solo su una risposta mi soffermo, a “Perché consiglierebbe la lettura di questo libro?” (non è certo domanda peregrina da porgere ad uno scrittore). La risposta: “Leggere è un bisogno dell’anima. Un incontro di pensieri, di sentimenti, emozioni, interrogativi, domande, inquietudini, riflessioni, desideri, paure, speranze che sono propri della vita, quindi di ciascun lettore. Se un libro racconta con leggerezza calviniana la vita, i lettori non potranno che ritrovarsi. Spero che anche per L’alba che verrà sia così.” 

Il libro è adesso nelle mie mani. Niente prefazione, non mi voglio far condizionare, la leggerò dopo per vedere se le mie idee collimano. Bene, mi sono detto, adesso seguiamo il sentiero.

Leggo. Mi accorgo che non puoi leggerlo tutto d’un fiato. Non è il “giallo” che ti fa compagnia sul treno da Roma a Milano, tre ore e sei arrivato con il cuore in gola a pagina 245 e hai scoperto finalmente l’assassino. Bisogna assaporare le parole, le sfumature, i colori.  Leggo. Ritrovo lo stile appassionato di sempre. Leggo il primo capitolo. Quanti personaggi che animano un mondo. Ciascuno ricco di significati suoi, dell’essere irrepetibile. “Ogni uomo è una parola di Dio che non si ripete mai”: lo ha scritto Richter a metà Ottocento. Quant’è vero, in queste pagine. Non c’entra niente, ma mi torna in mente “L’uomo dal fiore in bocca” di Pirandello, il soffermarsi su particolari che sembrano insignificanti. Lo so, la situazione è diversa. Ma c’è quella stessa cura, quello stesso lavorìo di bulino sull’immagine che si anima al tocco dell’artista.

Insomma. Leggo e mi domando com’è nato il libro (parlo della fictio). In partenza mi sembra lo scartafaccio degli appunti di qualcuno che vuole ricordare. “Riservato personale”, insomma; “Eis eautòn” aveva scritto Marco Aurelio. O ancora, “Zibaldone dei miei pensieri” di Giacomino (Leopardi) nostro. Con le annotazioni e tutto, tanto per ricordare da dove erano venute certe idee. Magari, al momento di scoprire che quelle pagine potevano servire ad altri, un arricchimento di dettagli. Magari qualche abbellimento: “la bellezza salverà il mondo” (o l’immaginazione, come aveva scritto qualcuno da qualche altra parte?). Chissà se con lo stesso dubbio che avrebbe potuto impensierire don Lisander Manzoni a proposito delle citazioni riportate per esteso da Settala o dalle gride (magari: “alzi la mano chi dei miei venticinque lettori ha letto per intero le mie citazioni”); no, non appesantiscono le citazioni, ma sono sicuro che molti accettano il fluire del pensiero “sulla parola” e vanno oltre, felici di farsi convincere. Certo è strano, trovare alla fine delle pagine l’indicazione di una bibliografia. Che a Marotta (Lorenzo, come l’io narrante del romanzo!) sia venuto il desiderio di affermare, fatto dopo fatto, come l’antico Callimaco, “nulla scrivo se non testimoniato”?

Altra constatazione. È vero, Lorenzo (Lory) è andato via alla ricerca di orizzonti nuovi. Ma le radici sono radici. Quegli uomini, quelle figure femminili, quelle “cose”, quegli ambienti, quelle case vissute e non semplicemente fruite… restano. E poiché questa è la natura di Marotta, da una parte o da un’altra la Sicilia deve tornare: non solo come luogo d’origine, ma come significato di nuove avventure: fino a scomodare il ricordo di Gustavo VI Adolfo e (tanto per implementare – parola d’uso ai giorni nostri – la scena) anche la famiglia di Anja.

Ritrovo lo stile fluido, piacevole del favellatore. Accattivante. Ma soprattutto la conoscenza del cuore umano, del carattere. Personaggi sbalzati a tutto tondo, colti nelle pieghe dell’essere. Soprattutto i più giovani. E Miriam, che è il personaggio a mio avviso più simpatico/antipatico, tra sbalzi d’umore, chiusure, aperture, scoperte. Certo, è evidente la lunga esperienza di Marotta tra i giovani, docente e poi dirigente nel mondo della scuola. Un tesoro di percezioni messo a frutto, anch’esso non semplice constatazione ma invito a comprendere. Ma non solo i giovani. Basta pensare ad un personaggio chiave come Maurizio, lupo solitario che naviga impavido nel mare tempestoso dell’esistenza.

E poi mentre leggo e, pausa dopo pausa, mi soffermo a pensare a volte torno indietro. E trovo un parallelo inquietante tra la morte (in qualche modo annunciata, ma ineluttabile perché nessuno è mai intervenuto seriamente a scongiurare la nuvola di fumo e il sentore di tabacco che l’avvolge) del padre di Lorenzo e la morte del mondo (annunciata, ma questa volta qualcuno che cerca di intervenire c’è, e solo è da vedere se prevarrà il pensiero di chi scorge il dramma imminente).

E poi ancora penso. La “natura” di Veronika. Il sogno di Miriam. L’umanità ha davvero bisogno di un deus ex machina? Ma nel sogno di Miriam c’è qualcosa di più. La riscoperta dei simboli e dell’amore che non è solo e semplicemente amplesso. Il bacio è uno scambio profondo… ecco il bacio che genera la vita. Fantasia di alieni?

I poteri occulti. Già, ci sono anche quelli, il romanzo “realistico” non poteva tacerne. Il Sessantotto che ritorna. E però… Pensate se al posto di Asim ci fosse stato uno studentello ripescato in una zona di disordini con una bottiglia di birra vuota (una molotov scarica! Ma ricaricabile, certo, al primo distributore di benzina saccheggiato!) nello zainetto con i libri di scuola. Insomma, alla fine, il commento mordace potrebbe rifarsi alla battuta di Sordi ne “Il Marchese del Grillo”: “Ah, mi dispiace… Ma io so’ io e voi nun sète un c…!” (ripresa dal Belli, “Li soprani der monno vecchio” “ C’era una vorta un Re cche ddar palazzo/ mannò ffora a li popoli st’editto:/ «Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo, /sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto..”.A margine dell’episodio mi fa sorridere l’accettazione acritica di quanto affermato dai servizi segreti russi, circa la non appartenenza di Veronika ai loro ranghi (concetto: prima trovatela e catturatela, poi vi diremo se è dei nostri ed eventualmente organizzeremo uno scambio con uno dei vostri catturato da noi, su un novello Ponte di Glienicke…). (Per chi non fosse troppo addentro alle “segrete cose”: l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti d’America, durante il periodo della guerra fredda, usarono per molto tempo il ponte per scambiarsi le rispettive spie prigioniere e per questo motivo il ponte fu soprannominato il “ponte delle spie”. Era un ponte speciale, in quanto era di solo controllo sovietico sul lato della DDR e non vi erano truppe tedesco orientali, a differenza degli altri checkpoint. Il primo scambio di prigionieri avvenne il 10 febbraio 1962. Il colonnello Rudof Abeľ, nota spia russa, fu liberato in cambio del pilota statunitense Francis Gary Powers, catturato in Unione Sovietica dopo essere stato abbattuto nel 1960 con il proprio aereo Lockheed U-2 durante una missione di spionaggio nei cieli russi, e dello studente statunitense Frederic Pryor. Un altro scambio avvenne l’11 giugno 1985, quando furono liberati 23 agenti operanti per i servizi segreti statunitensi in cambio dell’agente polacco Marian Zacharski e di altre tre spie sovietiche catturate in Occidente. L’ultimo scambio avvenne l’11 febbraio 1986 e fu l’unico reso pubblico a seguito di un servizio delle televisioni occidentali. Anatolij Ščaranskij, noto prigioniero politico russo, e tre agenti dei servizi occidentali furono scambiati con Karl Koecher ed altre quattro spie del KGB). Postilla (carducciana?) doverosa: non essendo io Pico della Mirandola, per le notizie sul “ponte delle spie” ho attinto a piene mani da Wikipedia (non ho già scritto che internet è prezioso?).

Alla fine del libro mi sono fermato a pensare. Ho avuto timore. Da dove verrà l’aiuto per la salvezza? (un grido disperato: “Levo lo sguardo verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto?” – è la Bibbia, è il salmo 121, ma qui c’è una certezza “di fese”). Possibile che sia l’alieno del sogno di Miriam o la non-normalità di Veronika? Ma il libro è ottimista o pessimista? E il lavoro di quei giovani ispirati può giungere a qualcosa senza l’intervento di un “deus ex machina” a risolvere il garbuglio di una trama irrisolvibile con gli strumenti umani, come nei drammi di Eschilo e Sofocle?

Beh, una cosa è certa: se Marotta voleva costringere il lettore a pensare, c’è riuscito benissimo.

Last but not leaster. Un pensiero mio: altro che “sentiero”, come avevo scritto quasi all’inizio di queste note. Qui ci troviamo di fronte ad una strada maestra, con snodi, incroci, semafori… C’è da restare smarriti. Un pensiero di Giuseppe Giusti, umoraccio toscano e dispensatore di saggezze antiche: “il fare un libro è meno che niente/se il libro fatto non rifà la gente”. Beh, devo ammettere che, a leggere “L’alba che verrà” un messaggio si raccoglie. Si pensa. E poi, forse (solo forse, ché dannata progenie siamo) qualcosa cambia dentro di noi.

Un altro pensiero, a margine. Tutto il libro è un’esaltazione dell’amore. Certo, il leit-motiv è salvare la terra e l’Umanità che la abita; e accanto il sentimento che lega alla Sicilia e alla terra d’origine in genere. E ad ogni luogo che il protagonista attraversa, le cui apparenze sono accarezzate, curate, sofferte. Ma…

E l’amore tra esseri viventi: dalla simpatia e dall’amicizia, fino, soprattutto, all’incontro di due anime. Qui Marotta rivela tutta la sua capacità di penetrare il cuore umano. Coppie di varia natura, età… i due novantenni che la morte porta via quasi contemporaneamente, Giovanna e Giuseppe, Miriam e Asim, Veronika e Sophie, Lorenzo e Anja… non incontriamo due situazioni uguali. E alla fine, il senso della famiglia, racchiuso nel desiderio di prole “nuova” e nel sogno incantato di Miriam e nel suo ripensare all’abbraccio della piccola Rosy, che ha bisogno di qualcuno con cui giocare. E non so se voluto o no, qui fa capolino il dramma dei nostri tempi. Dove sono i fanciulli che “gridando nella piazzuola in frotta/ qua e là saltando/ fanno lieto romore”, come vedeva Leopardi spiando dalle gelosie del palazzo avito il mondo che gli era precluso?

Mi perdoni, l’Amico Marotta. Forse si attendeva da me una recensione con tutti i crismi. Pazienza. Ma “quel che ditta dentro vo significando”… e la pagina mi si è riempita così. 

 

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Rosario Musmeci Nato ad Acireale nel 1935, si è laureato in lettere classiche a Roma, dove ha svolto gran parte della sua attività: già ordinario di lettere latine e greche nei licei, poi preside di liceo classico, infine dirigente superiore per i servizi ispettivi nel Ministero dell’Istruzione. Esperto di problemi pedagogici e didattici. Redattore e collaboratore di riviste giovanili (VITT, CENACOLO, GIOVENTU’), pedagogiche (RAGAZZI, REALTA’ EDUCATIVA, ORIENTAMENTO SCOLASTICO E PROFESSIONALE) e di cultura (LA DISCUSSIONE, SANNIO OGGI). Per VITT ha elaborato l’enciclopedia VOLODIRETTO. Molto ha scritto (e continua a scrivere) su problemi giovanili e scolastici (COME IL RAGAZZO VEDE E SENTE IL MONDO, LA SCUOLA cento idee per un confronto, CAMPI DI GIOCO NEI CENTRI COMUNITARI, INDAGINE SULLA DISPERSIONE SCOLASTICA, PROGETTI DI CONTINUITA’, PROMOZIONE DEL SUCCESSO FORMATIVO, L’ESAME DI STATO). Per l’università di ROMA II – TOR VERGATA ha condotto corsi di formazione didattica ed educazione linguistica. Ha collaborato a trasmissioni TV per i ragazzi (DIRETTISSIMA CON LA TUA ANTENNA, TRE DUE UNO … CONTATTO, TUTTI PER UNO) o di divulgazione culturale (PAROLA MIA, tre edizioni su RAI UNO). Ha approfondito ricerche sul mondo classico, scrivendo sul PERVIGILIUM VENERIS, sul LUDUS TROIANUS, su ESERNINO GLADIATORE SANNITA; IL SENSO DELLA ROMANITA’ IN QUINTO ORAZIO FLACCO è stato pubblicato a cura dell’Accademia di Romania; il saggio IMPERIUM SINE FINE DEDI, l’arte di governo in Roma, è stato pubblicato in “Memorie e Rendiconti” dell’Accademia Zelantea di Acireale (2010). Uno studio sul poeta Tito Marrone (antesignano della poesia crepuscolare del primo Novecento) ha visto la luce in un volume del 2014 (ed. LAC). Ha condotto su ANTENNA 4, TV romana, ROMANTIQUA, aspetti della civiltà romana (serie di trasmissioni, durata oltre un triennio, ripresa anche da altre TV locali). Su AKIS, periodico di Acireale, ha pubblicato per circa un decennio articoli di “lettura” del mondo classico. Ritorna spesso nella casa di Acireale, cui ha dedicato i versi di ELEGIA, memoria del tempo perduto e ritrovato. Un componimento, “Malincunia”, tratto dalla raccolta in dialetto siciliano “Ritorni”, ha vinto il premio “J’astrechiglio” Cori, 2009). È direttore della rivista IN AEVUM.

l'EstroVerso

Un nome, l’EstroVerso, per un duplice significato: l’inventiva del verso (pensiamo alla forza creativa della parola) e l’estroversione connaturata al desiderio di condividere (in libertà) due passioni indissolubili, scrittura e lettura.

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