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Le “Ballate nere” di Diego Riccobene, un processo di “catabasi” cui sussegue la “risalita”.

Diego Riccobene (Alba, 1981) si laurea in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi di Torino; è docente presso la Scuola Secondaria. Alcuni suoi componimenti sono stati pubblicati su webzine e antologie letterarie, quali Critica Impura, Inverso, Versante Ripido, Neutopia, Suite Italiana. Ha pubblicato Ballate nere (Italic Pequod, 2021).

La tau mortuaria e la mala novella,
il siero che mi stringe le midolla
e ingiuria la glaucopia starnazzante,
l’auricolare a sprezzo di Saturno,
il grasso da orci fondi come specchi
in liquefatte cale di relitti:
i segni, tra pedestri comunioni,
omaggiano con smorfie epilogali
bigonce di versiere ancora aperte
e mentre qui si bercia fino all’alba,
convinti che un festino sia l’accesso
sciamanico al suggello d’acrimonia,
il trappolio convesso mi ha ridotto
in sparto di brutaglia, in dulcamara
farnètica all’addiaccio, senza lingua
e dal tracoma indotto; altro non scorgo
che un agoraio vinto nell’incastro
della sgrignante potestà vigliacca.

In Ballate nere assistiamo a un io lirico che enuclea una poesia come recupero dei fasti. Sei concorde?

Dibattere sull’io che pervade l’opera non mi è facile, perché l’espressione lirica del mio dettato è immanente.
Ma non solo di lirica e di io si alimentano le Ballate nere, che ho squamato tra visioni del mondo esterno così simbolizzato, in termini di sacralità.
Recupero dei fasti o restauro degli stessi: lo traduco in consapevolezza di ciò che il fasto stesso abbia raggiunto prima dello sgretolarsi; si tratta di abbracciare criteri estetici, di gusto e postura, che non temano il riferirsi a modelli passati.
“Restauratore di decadenza” è la definizione che più di tutte utilizzerei.

Quale è stato il percorso che ti ha condotto a tale poetica?

Il voluto ossequio a forme letterarie “classiche” mi permette il distacco necessario nel sezionare la quotidianità: ciò che vedo e sento ne è roso. Sicuramente.
Non prescindo dalle poetiche manifestate da congerie quali la Scapigliatura, il gotico ottocentesco; non prescindo da Baudelaire, Coleridge, Swinburne, Camerana; tra i contemporanei citerei Ripellino e Landolfi, principalmente.
Né intendo rimescolare le carte più di quanto sia qui lecito fare; pongo piuttosto in divenire l’approdo a un verso che faccia dell’eleganza e del canto gli oggetti del proprio culto, afferendo alla maniera quale infuso di un dettato pervaso dall’ineludibile percepire la non-appartenenza.
Maniera e sguardo com-mosso verso un passato letterario – non monumento, ma corpo che si dà voluttuosamente – mi risultano necessari per scavare tra le rovine.

Torniamo alle pagine: “Ballate”, perché? E “nere”, come?

“Ballate” in primis perché il genere metrico in questione vi è declinato, in modi diversi e complementari: per certi aspetti mi soffermo sulla forma della ballata tradizionale-petrarchesca, fatta di una breve ripresa e stanze isometriche ad alternanza endecasillabi-settenari (sul detto modello, seppur non rigorosamente rimato, si fonda ad esempio la prima poesia della sotto-sezione Presso Ecate).
In altre occasioni ho voluto riprodurre quella tipica inflessione della ballata romantica nord-europea cui il mio orecchio è molto aduso, per affinità ed educazione poetica: quartine con rima alternata solo in seconda e quarta sede.
Non tutta l’opera si fa portatrice di queste istanze, essendo numerose poesie strutturate in endecasillabi sciolti o in terzine assonanzate, ma il concetto sotteso alla forma della ballata si confà sommessamente al tono complessivo, alla musica a tratti neniosa e ritmicamente insistente che nasce dal ritmo giambico protratto.
“Nere”, perché tentano di cantare l’imbuiarsi della materia e di ciò che non opera in piena luce (quando, ab oppositis, era Iacco/Dioniso “uno della gioconda luce di Zeus”), verso il sottilissimo ponte di lama che è situato alla fine della corsa: non v’è dio che si sottragga all’umore vespertino.

Come, nel tempo, le visioni – così vive nell’opera – si sono intrecciate alla realtà?

Lungi dai miei intenti ammorbare questa sede parlando del mio processo creativo, posso dire con sufficiente sicurezza che, elusa la “visione”, molto spesso figlia della notte, raramente esisterebbe per me tensione al verso.
Il problema mi si pone sul come dissipare l’afflato: viverlo o vincerlo? Guardare al sé, cercare l’etico e il bello per corroborarne il senso, o decidere di annusare il vello putrescente?
Qui mi sovviene la visione, perché in quella condizione particolare, quella di trasfigurazione del reale esperibile, è sempre qualcosa d’Altro a scandire l’operazione di allontanamento/avvicinamento, a officiare l’offerta sacrificale che sempre è data a compiersi.
Negare il sacrificio insito non è compito di poeti, ma di altri: di retori, legislatori, forse. Non saprei nemmeno dirlo con certezza.

Nel tuo verso la fine è sempre vicina. Come rispondi al dualismo tra lirica e realtà?

Credo che la risposta al quesito giaccia nell’alveo della struttura stessa del libro. Mi spiego: le Ballate nere sono concepite come un percorso mosso secondo un filo che ho voluto dipanare a vantaggio di me stesso ancor più che dell’eventuale lettore. Si tratta di un processo di catabasi, cui sussegue la necessaria (temporanea?) risalita.
Per cui i componimenti scendono, dall’incipit prettamente lirico, sempre più a scavare, passando per un adescamento breve ed irrisolto con l’elemento naturale, per poi calarsi ancora nel terriccio sacrale di un bestiario. La risalita avviene col Negozio, il necessario patteggiamento.
La discesa è inevitabilmente abitata dalla morte, dal momento che non v’è modo di passare oltre la Trivia senza risolverne la natura composita, disvelandone l’inganno. È questa dunque la mia risposta al dualismo di cui sopra. Ma dopo, come si risponde all’atropo, alla necessità ineluttabile?

VII

Traccia il tuo solco, sollecita cerva,
tra l’erba seccata dal sole;

è brezza la voce cabiria,
carme su nudi sovrani squartati

lungo crinali blanditi d’opale.

Quindi: intuito simbolico, o figurazione estrema? Memento mori, o morere memini?

Attuare il simbolo non significa semplicemente rimestare fuori tempo massimo le teorizzazioni francesi di fine secolo XIX, per cui Il faut être voyant.
Parlerei di una forma di unità e comprensione altra che non ci compete, piuttosto, in quanto esseri cognitivamente circostanziati; eppure, una volta ricondotti a questa stessa, la scopriamo non sufficiente a risolvere il dissidio.
L’ossimoro che si annida nel ventre è ben lungi dall’essere risolto in Uno, questo perché è carne, materia deperibile e divisibile a cingerci.
Citando il Paradiso perduto, il Caduto, nel suo tentativo di forzare il portale d’uscita dalla prigione in cui era stato precipitato, incontra Colpa e le chiede: “Voglio sapere cosa sei con la tua doppia forma / e perché mi chiami padre tuo?” Questo è l’interrogativo sorgivo.
Il nostro essere che si disperde nella vallata, la parte “arimanica” per dirla alla Steiner, quand’anche tentasse di ricomporre lo iato, non farebbe che nutrirlo, finendo per accettarne la molteplicità ineluttabile.

Come orientare la lettura? Ad oriente, o ad occidente della parola?

Mi avvalgo qui di Eliade, a testimoniare le credenze dei popoli Buriati, i quali identificano la collocazione dei loro tengri (dèi) a occidente, mentre gli spiriti malvagi – come essi stessi tendevano a definirli – a oriente; da occidente proviene altresì l’aquila inviata delle divinità per combattere la malattia e la morte, ma gli uomini non ne comprendevano il linguaggio.
Non può che essere quindi l’occiduo il punto cardinale in cui la parola si definisce in veste di rito, tentativo di comprensione estremo e decifrazione della lingua dell’aquila – la stessa che Hölderlin invoca come Donnervogel.
Se le garze del misticismo e dell’anacoretismo assistono il poeta nel tergere il sudore della mano che scrive, rimane il compromesso che Giobbe accetta riconoscendo di “aver parlato senza discernimento”.
Siamo incontentati soggetti dell’ambiguo, nel momento in cui ci è palese l’asserzione di Cioran: “La vita è una sollevazione dentro l’inorganico, uno slancio tragico nell’inerte”.

Se la poesia spinge nel paradosso, quanto è vero e quanto è falso nel tuo canto?

Gli appigli all’assunto del vero, quale che sia, sono assai malfermi, e mai che mi si offra un senso di oggettività. Non è la “cosa” che smargino, ma l’idea più o meno ingannevole della stessa.
Quanta bugia e quanta verità siano sciorinate tra le sezioni del libro sarà discrezione altrui comprenderlo: da qui la rivalsa, e il distacco di cui abbisogno per slegare, dividere il verso dal resto.

 

Non un suffragio allenta la puntura
se ci si abbocca a mastice e curaro:
si può contrarre in ombra, nei cenacoli
battuti da schiumanti concistori
in rota da reflusso ormai da giorni.
S’adunano podagrici e ipertesi
clamando da quei grifi inebetiti
diuretici, l’aconito o l’escolzia
finché le essenze miti nauseeranno
narici glabre disavvezze al gusto.
Gli spiriti contratti che la rosa
di Persia macerarono con lena
sotto gli occhi dementi di un trisavolo
si purgano con l’ansia numinosa
di chi il veleno della decadenza
ha in grembo ma ne abroga gli appetiti;
quel balbettio in astensione ignora
che Dio lo si mangia nelle gore,
gli si recide il fegato grondante
a prova di deità, ché si comprenda
quando dal ventre livido di Clio
slumaca il Maligno – verso oriente.

Carlo Ragliani

Carlo Ragliani (Monselice, 1992) vive a Candiana, studia presso l’ateneo ferrarese di giurisprudenza. Alcuni suoi testi sono stati pubblicati su antologie e webzine letterarie, tra cui “Inverso”, “Carteggi Letterari”, “Laboratori Poesia”, “Niedern Gasse”, “Poetarum Silva”, “Poeti Oggi” e tradotti in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti. Suoi interventi critici appaiono su “Atelier”, “Nazione Indiana”, “Poesia del nostro tempo”, “Inverso”, “Carteggi Letterari”. Lo stigma (ItalicPequod, 2019) è la sua raccolta d’esordio. Carlo Ragliani

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