THE ROCK – La poesia che r-esiste: Maddalena Bergamin, “L’ultima volta in Italia”, Interlinea.

THE ROCK – La poesia che r-esiste: Maddalena Bergamin, “L’ultima volta in Italia”, Interlinea.

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«Vivendo la poesia, si ha dunque l’esperienza salutare dell’emersione».
Gaston Bachelard

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«E io non sono ancora nata» (I dolori piccoli (quelli delle caviglie e dei polsi), III, p. 47), è questa plausibilità di spinta a muovere la scrittura nella nuova raccolta di Maddalena Bergamin.
L’ultima volta in Italia, seconda uscita della collana Lyra giovani, a cura di Franco Buffoni per la casa editrice Interlinea (Novara, 2017), già dal titolo manifesta un passaggio, una transizione esistenziale – l’autrice, d’altronde, nel 2012 si è trasferita a Parigi – che si riflette in un disagio della parola, nel tentativo di ri-definire il proprio mondo. Fosse solo questo, la raccolta sarebbe un capitolo di un “personalissimo” romanzo di formazione, invece la transizione di cui sopra, apre a uno spostamento più ampio, generazionale, nell’intercapedine della relazione tra io e mondo. Così «gli spazi che stanno tra le parole» (Che ci fossero altre cose da dire, p. 15) rilasciano la tensione di un soggetto che nella “vacanza” del contatto può produrre nuove genesi. Tra l’essere «dentro» e il “risorgere” «in forme sconosciute» (Sono dentro la parola, p. 31), Bergamin realizza il superamento di quella che Byung-Chul Han chiama «l’angoscia laterale» (Byung-Chul Han, L’espulsione dell’Altro, nottetempo, Milano, 2017, p. 46), cioè l’angoscia di non farcela nel paragone con l’alterità. Tale superamento è avvertibile nel riconoscimento ben espresso, ad esempio, nel francese “d’arrivo” del testo La trempe du verre est destinée à en renforcer les propriétés mécaniques: «je suis une vitre: je regarde dans le vide / Assise à la frontière du dehors / je m’effondre dans la chaleur» (p. 38), in cui un’identità fragilissima, di «vetro», si sporge nella «frontiera del di fuori», oltrepassando la soglia di transito all’ignoto, espandendo, quindi, l’intercapedine tra vita e morte, in direzione della “nudità” di una nuova maturazione.
La sobrietà linguistica della raccolta s’istalla su un andamento frastagliato, che si dirama – manifestando anche in questo caso un transito – da un “cantabile” espressamente scandito, come nella prima sezione, Lo sbalzo, la linea, da assonanze e iterazioni (vedi soprattutto pp. 15 e 17), fino alla realizzazione di una sonorità più decisa, come nelle conclusive La vita nuova nascosta, rintracciata (p. 90) e Scoppieranno anche queste stagioni (p. 92), in cui le forti inarcature sembrano preannunciare altre costellazioni di senso, e la parola, una volta “scoppiata” la bolla dell’uguale, appare finalmente svincolata e “aperta” al respiro dell’alterità.

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TESTI
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Che ci fossero altre cose da dire
sulla strada di casa e prima di arrivare
che ci fosse altro con cui riempire
gli intervalli di pioggia e di sole
gli spazi che stanno tra le parole
oppure sedercisi in mezzo
con la testa appoggiata sull’osso
e le gambe scoperte
fino a fuori dal foglio

(p.15)

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a L. e D.

La madre è uguale alla figlia
sul fondo lo sfondo urbano, che strano
la madre è uguale alla figlia!
due volte e gli stessi capelli
rossi sul fondo urbano
sullo sfondo profondo e quanto…
profondo. La madre e la figlia
sono uguali, hanno casacche
fosforescenti e parlano dietro
la linea gialla, sullo sfondo i treni
dal fondo, i rumori corrotti
i lamenti, i brusii della gente
che sta sullo sfondo. La figlia
è uguale alla madre, (la madre bisbiglia
sorride, la figlia)

(p. 17)

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Guarda quanto più a lungo resisto
e dove mi fermo per ridermi addosso
è stato il caso, sappiamo che sempre
si consuma così l’idea e la sua smentita
tu porti nelle mani sottili il ritmo dei giorni
incagliati nei sassi, le vene che sempre
io spingo per uscire e raggiungere te
non altri rapiti momenti e parole
che oggi si sciolgano al sole.

(p. 25)

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Sono dentro la parola
che si ritorce e che cade
sui vetri rotti e si taglia
mentre risorge in forme
sconosciute e grida
all’improvviso come
verità inaccessibile
e irridente. Sono dentro
la tua parola, quando
l’hai detta e stavo
sulle scale ad ascoltare
di nascosto. Demolisce
con agguati ripetuti
e silenziosi i mobili
Ikea, gli entusiasmi
i programmi per l’estate
dagli abissi di questa parola
guardo le macchine per strada
e mi vedo al volante di una
piccola Volkswagen, assorbita
nel nero dell’inchiostro.

(p. 31)

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I dolori piccoli (quelli delle caviglie e dei polsi)

III

È questo lo spazio che mi salva, ora che parto e non arrivo
e il treno è come una placenta e io non sono ancora nata
Solo l’attesa che snerva mi tiene qui dentro, con la mia isteria,
come dici. Così vorrei scarpe col tacco e blu oltremare,
anch’io con un fiore sul collo del piede. Mi gioco questa attesa
come l’ultima puntata sul numero rosso. Un’altra, la stessa città
dove ora si intrecciano i campi gialli e primavera e palazzi imponenti
e antenne e stazioni. Vorrei che la bimba sapesse che cosa stavolta
chiamiamo amore e quale altro nome ho strappato correndo,
come un jeans logoro che si disfa e finisce. E di com’è fredda
la pianura padana, che le colline sembrano sempre uno scherzo
e di come non ci ho creduto più e che cosa sia non poter scrivere
di tutte le cose del mondo. Tu canti e solo allora ti alzi,
perché il momento è necessario e nascosto. La poesia si allunga
non ricorda che sa spingere i cavalli contro l’aria.
Ho impiegato troppi giorni per capire che la disperazione è facile
stando a vergognarmi delle cose sbagliate.

(pp. 47-48)

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Perdersi, sottrarsi
lasciarsi dimenticare dal mondo
Prima di morire voltarsi
farsi pietra, sgretolarsi

(p. 71)

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Per tre giorni il sole sbattuto
sul vetro macchiato delle nostre finestre
da tre giorni nessuno risorge e si bagna
nella cenere umida dell’asfalto che lascia
la terra. Può darsi, si dice, che il momento
che passa di nuovo ritorni e che le cose
riviste sul tavolo abbiano nuovo significato
Ma a me pare che il dolore sia nel nodo
della borsa e dei lacci, nelle fessure
che tengono insieme il tragitto
di un corpo seduto in poltroncina
rivestita di rosso e trasportato
come fradicia merce al deposito della notte
dove a raccogliere e impilare i vestiti
non si arriva mai in tempo, se tu credessi
che nel rosso degli occhi che bruciano
ancora io vedo la luce delle cose opache
che risplendono solo in segreto

(p. 81)

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La vita nuova nascosta, rintracciata
e poi acqua sulle tracce,
le tue tracce sulla pioggia nuova
tu sai perché ci amiamo
la domanda nel verso che scoppia,
dentro e fuori dagli autobus
nell’incepparsi del meccanismo
ciò che è possibile si compie
e sono teste di proposito
infilate tra le mani,
c’è una luce che esplode
in ogni nome con cui mi chiami

(p. 90)

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Scoppieranno anche queste stagioni
per averci stancati abbastanza
e andremo con gli occhi che bruciano
verso il sole che fiacca la schiena.
Tornerò per vedere che tremi
con dell’acqua da metterti in fronte,
anche il freddo a quel punto sarà
l’argomento più dolce e più vero
nella nebbia che fischia faremo
una foto dei nostri capelli
e la sera andrà incontro al mattino
per spiarci quando il sonno ci svela.

(p. 92)

 

  • l’opera in copertina è di Samantha Torrisi (Senza titolo, 2013, Olio su tela cm 18×13)

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