Vito M. Bonito, “di non sapere infine a memoria (1978-1980)”, L’arcolaio, 2021.

Vito M. Bonito, “di non sapere infine a memoria (1978-1980)”, L’arcolaio, 2021.

16 marzo 1978: a Roma, le Brigate Rosse rapiscono Aldo Moro – uccidendo gli uomini della sua scorta;
9 maggio 1978: Moro viene giustiziato dalle Brigate Rosse; avevo 15 anni

28 maggio 1980: a Milano Walter Tobagi viene ucciso dalla Brigata XXVIII marzo; avevo 17 anni

prima e dopo altri furono assassinati – ma non so dire perché la mia memoria torna di continuo a questi due eventi, come una brace, un filo a piombo sul sangue

i salti di memoria, le fratture temporali, le inesattezze sono volute – questo libro non vuole ricostruire niente – non sa, né potrebbe farlo; all’oscuro com’è anche di se stesso.

Inizierei con queste poche frasi (che poi sono parte della nota finale al libro).
di non sapere infine a memoria (1978-1980) attraversa 7-8 anni di studio e scrittura. Nel dissesto della memoria di un adolescente che allora ‘faceva’ politica, si sono inserite letture non più casuali, non solo documentarie e testimoniali. Né esclusivamente saggistiche. Nei buchi della memoria si sono ricomposte voci vive e morte di allora e di adesso, voci di poeti che mi venivano incontro a tenere a freno la lingua, ogni possibile dizione ‘poetica’ (sia chiaro, a scanso di equivoci, ogni mio neppure rasentare l’insignificanza della prosetta in prosetta – asservita, assertiva o non-assertiva che sia – o le contumelie rococò di una qualsiasi scrittura che si presume ‘di ricerca’).
Il libro è organizzato secondo una scansione pseudo-tragica. Pseudo dal momento che ci sono all’interno dei ‘fuoriposto’, degli inserti grotteschi, talvolta comici (se così possiamo dire), indisciplinati verso una possibile forma del testo.
Nella partitura del libro, le figure si inseguono in coro, si alternano e si sovrappongono ma quasi assentandosi l’una dall’altra. Chi parla è conficcato nella propria fine. Gli unici spettatori, forse, di questa fuga di voci sono Stalin e Mao che, morti, guardano la televisione e assistono (stupefatti, compiaciuti, luminosamente retrogradi) al delirio storico, politico e ideologico da loro stessi innescato.
Dentro il bagno di sangue che furono i cosiddetti ‘anni di piombo’, galleggiano uomini e donne, vittime e carnefici, figlie e figli che furono toccati, feriti, esplosi. Compresa ogni forma di memoria che sebbene tenuta in vita si dirada pur di sopravvivere a se stessa.
di non sapere infine a memoria (1978-1980) si è costruito così, senza una ragione esterna, senza una decisione volontaristica di intervenire, di dire ‘qualcosa’ su quei tempi. È un soprassalto di fantasmi che mi abitano, fantasma io stesso, non so perché.
È il libro di chi non sa pensare, non è in grado di pensare cosa sia stato vivere in prima persona quei terribili eventi. Cosa è stato uccidere, cosa morire. Cosa essere sopravvissuti a tanto orrore.
A un eventuale lettore potrei dire che il libro inizia con un canto dei bambini monocellulari (quasi parola amniotica di chi poi prenderà in mano le armi per una rivoluzione mai avvenuta e di fatto negata proprio da chi le armi le indossò) e si chiude con uno stasimo fuoriposto (le figlie i figli, anche di pochi anni, che videro spazzate via nel sangue le vite dei loro padri). All’interno di queste due sezioni, le vicende tra il 1978 e il 1980 – trasfigurate, balbettanti, insensate quasi.

(nel libro tutto ciò che è in corsivo è da leggersi come le voci di Moro e Tobagi)

 

Koba e il grande timoniere guardano la tv
– 1980 –

I

– ero un uomo di chiesa

un mistico un sensore
di stelle galassie
orbite rivoluzioni

parlavo parole altrui
per tutti sognavo
meravigliosi giorni bui

ho vissuto dentro un ascensore
della vita l’ultimo pastore

su e giù dentro la storia
sovranamente fiero
dell’umana gloria –

 

l’inquilino

I

voi non lo vedete il mio confortatore

lui segna l’aria millimetra il respiro
non ha le mani

la sua religione dice cose strane
lontane

– potere dominio lotta al capitale
imperialismo
                    buio intercostale

noi uccidiamo                  per essere vivi

è come un sogno come l’infanzia

una verità luminosa
                              inventata –

 

II

loro parlano sulla mia testa

io seguo le scarpe
entrare uscire
dal muro…

 

istituto delle resurrezioni umane
(coro)

II

si dice l’inquilino essere stato
un’ombra nel muro
sfuggita al creato

– no – viene sollecitamente precisato

– solo il meno implicato –

 

(le disperse)

II

alle iddie
bevitrici di sangue
il tuo giardino di rose
i tuoi occhi

nel bum bum che apre
le immagini vuote
tu non seguire non
desiderare

III

e aspri o quasi
e soffioni
e divina tronchesi

bruciami dico
e la parola è vuota

clinicamente
sono tutti senza peccato

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