#1Libroin5W
• CHI?
Maria Roccaforte -donna, maestra prima e proprietaria terriera poi, moglie, figlia, sorella, madrina di guerra e referente dell’Ufficio Notizie- è la protagonista indiscussa de La seminatrice di coraggio. Attorno a lei, però, ruotano le figure di molte altre donne le cui storie -di miseria, amore, perdita e riscatto- danno vita all’affresco di una Sicilia dimenticata nel tempo, magnifica e feroce. Maria rappresenta i punti di forza e le fragilità di ogni probabile seminatrice di coraggio dell’epoca, diventando una protagonista indimenticabile per un motivo ben preciso: sceglie di non arrendersi di fronte alle difficoltà e fa del suo meglio per proteggere il presente e il futuro del borgo a lei affidato, spesso anche a costo della sua stessa incolumità.
Poi, all’improvviso, un grido echeggia nei campi. È breve e sottile, una lama che taglia cielo e terra fermando ogni cosa. «Cos’è stato?» chiede Maria, spalancando gli occhi per la paura. Alcune donne si lanciano sguardi perplessi, porgendosi una domanda che nessuna riesce a pronunciare mentre altre restano quasi indifferenti, ignorando persino il secondo urlo che squarcia il silenzio. «Dobbiamo andare a vedere cosa sta succedendo.» Maria scioglie i lacci del suo grembiule e lo sfila. Raggiunta l’uscita delle cucine, si ferma e si volta; è l’unica ad essersi mossa. «Cosa vi prende? Su, muovetevi! Qualcuno ha bisogno di aiuto!» «Lì fuori è pieno di braccianti, signora. Non serve che andiamo anche noi.» Una delle massaie cerca di dare voce al pensiero di tutte. «E questa sarebbe una giustificazione per non fare niente?» Le donne fingono di non aver sentito e riprendono le loro faccende. «Bene, restate pure con le mani in mano. Vedendovi adesso, so cosa dovrei aspettarmi se fossi io a gridare aiuto» afferma Maria, irritata e delusa, aprendo la porta e richiudendosela con violenza alle spalle. Dallo studio di Pietro prende un fucile da caccia appeso a una parete e controlla se è carico; nel maneggiarlo, si accorge che è molto più pesante di quanto immaginasse. A un passo dal portone d’ingresso sente di avere qualcuno alle spalle: sono sol tanto in tre, le uniche abbastanza coraggiose da seguirla. Maria le ringrazia e insieme avanzano verso i campi. Un vento caldo soffia sulle spighe; l’oro del grano è lucente, il sole un fuoco che si spegne tra i monti. Maria sente le ginocchia tremare, il fiato venire meno. A un tratto le donne intravedono un gruppo di braccianti.
• COSA?
Le vicende ruotano attorno alla nascita della Federazione Nazionale delle seminatrici di coraggio, un movimento di volontariato femminile fondato e presieduto dalla scrittrice e giornalista Sofia Bisi Albini che, da Nord a Sud, è riuscita a coinvolgere un gran numero di volontarie decise ad abbracciare la causa -ognuna nelle proprie possibilità- a favore della patria; referenti dell’Ufficio Notizie, madrine di guerra: le seminatrici di coraggio divengono ponte tra le famiglie rimaste a casa e gli uomini partiti.
Ma non solo. Il romanzo La seminatrice di coraggio racconta una Sicilia apparentemente lontana dal fronte di guerra, eppure dilaniata dalle sue conseguenze: la vendita dei bambini nelle solfatare, la rivolte delle donne nelle campagne, la sottomissione a una mafia che detiene il controllo del mercato nero e delle terre rimaste senza uomini, sono gli altri grandi temi trattati nel corso delle vicende narrate.
Nondimeno, La seminatrice di coraggio desidera affermare quanto la parola scritta possa divenire forza, consolazione, salvezza. E del grande, immenso potere che ha l’istruzione: quello di renderci liberi.
«Voi proprio non capite» ribatte Maria togliendosi il cappello. Vuole sentirsi libera; libera di mettere a nudo una verità scomoda, dolorosa. «Guardatele bene, queste persone. Vivono in una miseria tale da non conoscere nemmeno qualcuno in grado di leggere per loro. E non mi riferisco soltanto ai bollettini di guerra, signore. Ma alle cose necessarie, capite?» Sentendo la discussione, le persone sino ad allora rimaste in fila iniziano ad avvicinarsi; donne, anziani, persino ragazzetti inviati dalle famiglie più indigenti. «Siete una di loro, una di quelle che porta speranza?» «Vi prego, dateci una mano, almeno voi.» «Venite, presto! È una seminatrice!» Maria non comprende sino in fondo quelle parole, ma non può fare finta di non sentire quella chiamata; persino il responsabile archivista, poco prima, l’aveva scambiata per una seminatrice. Le richieste di aiuto sono moltissime, e non c’è tempo per pensare ad altro se non leggere tutte le lettere che le vengono quasi gettate tra le mani. Maria diventa così la loro messaggera, e lo fa con delicatezza. Legge e riporta le notizie che quella gente ha tanto atteso: alcune di morte, altre di gioia, altre di speranza. Attorno a lei è un fiume di lacrime e strette di mano, urla di gioia e di dolore. Nell’ufficio si crea il caos e tutti, lei compresa, vengono invitati a lasciare l’edificio.
• QUANDO?
L’idea è nata nel momento in cui ho pensato di voler scrivere un romanzo che avesse la donna protagonista in un determinato periodo storico dell’Italia. Poi, attraverso le numerose ricerche effettuate, ho capito che avrei intrapreso un percorso più affascinante, seppure non poco rischioso: avrei raccontato la Storia attraverso le donne. Nello specifico, la storia della Grande Guerra che ci riporta indietro un affresco della nostra patria incredibilmente variopinto, dove le donne lottano in nome dei propri diritti, della loro terra, degli uomini di cui chiedono il ritorno dal fronte di guerra; di quella stessa guerra che nessuno aveva voluto veramente. Donne che hanno sfidato le leggi e le autorità per chiedere due cose semplici, eppure a loro negate: pane e pace. Per farlo, erano armate solo di un coraggio per certi versi sconsiderato, eppure incredibilmente valoroso, che le ha aiutate a combattere per il loro presente e per quel futuro da consegnare nelle mani delle nuove generazioni.
Subito dopo però, la vita a borgo Bonaventura è tornata ai ritmi di sempre perché la guerra, come la miseria, non si ferma mai. Nel giro di pochi giorni, ad animare le bocche affamate delle braccianti sono argomenti nuovi tra cui uno in particolare: le normative che continuano a mettere tutti in ginocchio, proprietari e contadini. I primi, costretti a rinunciare ai ricavi e tenuti a versare allo Stato tasse così alte da non riuscire a mettere da parte nemmeno la metà dei guadagni; i secondi, invece, sempre più condannati alla fatica, alla fame e all’indigenza. Gli animi si accendono, si pensa a come dar voce al diritto di una dignità perduta. Piccoli gruppi di donne si riuniscono per raccogliere il furore, la stanchezza, il coraggio, idee che possano aiutarle a migliorare la situazione. A Maria non rimane che assecondare i bisogni della sua gente e dimenticare il dolore personale. Poi però arriva la notte, con i suoi silenzi pieni e profondi, suoni lontani che sembrano note sparse e la solitudine che diventa una poesia incompiuta.
• DOVE?
La seminatrice di coraggio è una storia che nasce dalla terra, da quel grido presente e capace di risuonare più a lungo nelle nostre menti: «La campagna siamo noi!», gridano infatti le donne che scelgono di seguire Maria Roccaforte nella difficile impresa che è stata quella delle proteste nelle campagne -evento concentratosi tra la primavera e l’estate del 1917, da Nord a Sud-.
«La campagna siamo noi!» è un manifesto di dolore, ma anche di riscatto. È la donna che diventa terra, la terra stessa che reclama un’identità sepolta dal sudore e dal sangue delle famiglie più indigenti, vittime delle confische da parte dello Stato e delle organizzazioni criminali pronte e togliere loro tutto, persino la dignità.
La seminatrice di coraggio nasce in una Sicilia aspra, incantevole e ferita, dove la mescolanza dei paesaggi mozzafiato si scontra con quella delle emozioni provate dalle donne e dagli uomini che danno vita a questo romanzo corale, dove la parola cerca di dare corpo e voce alla memoria.
I canti intonati dalle contadine però la incitano a una battaglia presente. Riecheggiano storie d’amore e sventura, e lei non può fare a meno di ascoltarli con orgoglio. Il cambiamento che le loro vite hanno subìto negli ultimi anni ha permesso loro di arrivare sin lì, con i fazzoletti in testa e i vestiti della domenica addosso, tutte mosse dallo stesso scopo: rivendicare a gran voce la propria fatica e raccontare ciò che si vive in quei luoghi dimenticati dallo Stato. Hanno i volti abbronzati, le mani cosparse di vesciche e le ginocchia dolenti, ma il loro grido risuona con una forza dirompente. Alcune stentano a tratte nere le lacrime, che scendono silenziose sui loro volti affaticati. «La campagna siamo noi!» gridano all’unisono. In mezzo a loro, Maria sente di essere finalmente nel posto giusto. Mentre tutte cantano e sventolano i fazzoletti come fossero bandiere, i bambini al seguito scorrazzano tra le loro gonne. Alla gente che si è radunata curiosa ai lati delle strade, le donne mostrano i manifesti pubblicati su varie testate giornalistiche, dove le fotografie di guerra raccontano la loro lotta per l’emancipazione. Il cuore batte forte dentro al petto di Maria, al ricordo del dolore e di tutti i sacrifici compiuti.
• PERCHÉ?
Perché scrivere di storie nella Storia è un cammino di scrittura impervio, ma bellissimo. Perché esistono racconti che si perdono nella memoria collettiva, alcuni dei quali sono stati volutamente cancellati dai dati storici a noi pervenuti: ritenuti pericolosi, rivoluzionari, in grado di creare il vero cambiamento.
Sono storie di un Paese, il nostro, che meritano di essere riscoperte e di ricevere il giusto valore; in loro assenza, non saremmo pienamente in grado di comprendere il senso delle battaglie passate, i ruoli che ci definiscono, il presente in cui viviamo.
«Studentesse, casalinghe, insegnanti» gli occhi di Sofia brillano, la sua schiena è dritta. «Ognuna di noi cerca di fare del suo meglio per fornire quel sostegno morale e materiale di cui i soldati e le loro famiglie hanno bisogno. Noi donne possiamo dare agli uomini al fronte un contributo reale, che va ben oltre il semplice volontariato» prosegue Sofia, scrollandosi le mani dalla polvere che riveste alcuni rotoli di stoffa dimenticati in un vecchio baule, dopo aver suggerito alle più giovani lì presenti quali indumenti cucire per i pacchi di prossima spedizione. «Partecipiamo attivamente ai loro bisogni, a quelli delle loro famiglie, di chi resta solo.» Mentre parla della Federazione, la sua voce si leva su tutte le altre. La forza esplosiva di quell’ambiente colpisce Maria nel profondo; lì dentro percepisce una vitalità travolgente che è stata costruita col tempo, di mano in mano, donna dopo donna. «Il nostro movimento coinvolge tutto il territorio: da Nord a Sud, noi seminatrici stiamo facendo la differenza. Perché la guerra non è il solo male da cui dobbiamo difenderci.»









