#1Libroin5W, Pasquale Almirante, “Da Pasquale a Giorgio Almirante. Storia di una famiglia d’arte”, Marsilio.

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Chi?
Una famiglia d’attori girovaghi, fra le più importanti e rinomate nel panorama teatrale italiano tra il 1840 e i primi del 900. Fondata dal patriarca Pasquale (1799-1863), figlio di Pietro Almirante, duca di Celsa Piccola, e di Gaetana Caputo, forse una popolana del napoletano, e da Elisabetta Quintavalle, cugina di Francesca Quintavalle, madre di Rosina Anselmi. Delle loro avventure artistiche e familiari, sappiamo molto grazie alle lettere che Antonio Teodosio Almirante, il secondo genito, scrisse a Lionardo Vigo di Acireale, giacenti presso la Biblioteca degli Zelantei di Acireale. Sappiamo così che da Pasquale ed Elisabetta nacquero otto figli: Pietro, Nunzio, Michele, Antonio Teodosio, Giuseppina, Raffaella, Barbara, Filippa Maria, tutti attori presso la compagnia, prima condotta come capocomico da Pasquale e poi da Antonio Teodosio.
Da Pietro, attraverso Pasquale e Loreto, deriva l’autore del libro;
da Giuseppina, che sposa Luigi Garzes, verranno Francesco, allievo di Bellotti-Bon, fautore del rinnovamento del teatro, e Arturo che ritroviamo con compagnie come la Galli, Sichel, Duse e pure al cinema con registi come Ridolfi;
da Nunzio, attore brillante, nascono: Luigi, il primo interprete dei “Sei personaggi in cerca di autore” di Pirandello, di cui fu amico e dal quale ebbe scritta una commedia cucita sul suo personaggio, “Bellavita”; Ernesto, che ricordiamo in alcuni film di Germi, Fellini, Monicelli, Risi, Zampa ecc.; Giacomo attore presso compagnie prestigiose, come quella della Duse; Mario, attore e regista cinematografico fra i migliori del nostro cinema muto, uomo di punta della Cines, poi, dal 1932, doppiatore, padre del più famoso politico, Giorgio;
da Michele, Italia che acquistò fama internazionale col film di Giovanni Pastrone, “Cabiria” del 1917. Il primo grande Kolossal nella storia del cinema e su cui poggia il museo del cinema di Torino. Attrice ricercata, rappresentò la bellezza muliebre del tempo. Morirà in Brasile a 51 anni. Di lei sappiamo finalmente la data esatta della morte e la causa.

Cosa?
La storia del teatro e del cinema italiano osservata e descritta attraverso questa famiglia di attori girovaghi, nel corso degli anni, fino ai primi del 900, poi passati al cinema e pure nei teatri stanziali più importanti d’Italia. Ma nel libro troviamo pure i nomi delle altre compagnie con cui viaggiavano per la Sicilia e l’Italia, unendosi, e magari sposandosi talvolta fra loro, per ingrandire repertorio e personaggi; ma con cui si veniva pure qualche volta in conflitto per accaparrare un teatro, una piazza, un comune. E dunque, i titoli delle commedie rappresentate e i nomi degli autori e poi i luoghi delle rappresentazioni. Il pubblico, le condizioni dei teatri, coi risvolti culturali e politici del tempo, mentre appaiono personaggi che hanno fatto grande il nostro teatro, come i Garzes, i Grasso, i Menichelli, i La Rosa, i Malvica, gli Anselmi, Musco ecc.

Quando?
Una sera del 2013, in macchina con mia moglie, rientrando a casa dal cinema, con parole che lei solo sapeva dire, mi spinse a occuparmi di questa grande famiglia di artisti. Così rinacque un vecchio progetto e una antica idea covata fin dagli anni Novanta del 900 e nel 2016, dopo tre anni di ricerche, Marsilio accettò la proposta di pubblicare il libro. Questo volume, oggi in commercio, è la Seconda edizione, riveduta e aggiornata, in occasione del 110° anniversario della nascita di Giorgio Almirante.

Dove?
Se il concepimento è stato in macchina, il suo parto è stato tra un impegno con La Sicilia, con la Tecnica della Scuola e altri giornali d’arte, ma soprattutto grazie alla serenità che mia moglie mi ha dato. La sua crescita invece la devo ai compianti Enzo Trantino e Roberto Lanzafame, poi a qualche funzionario dell’archivio di Catania e di Roma che non mi hanno fatto penare, mentre altri archivisti sono stati non solo inefficaci ma pure poco gentili. Ma devo lo spirito più intimo dei suoi riconoscibili tratti, ai racconti familiari di mia nonna e di mio padre e poi di donna Assunta, uditi dal marito Giorgio.

Perché?
Un omaggio dovuto a mia nonna e a mio padre che mi hanno appunto narrato di questa famiglia di attori fin da quando ero bambino. E dunque un ritorno alle origini miei e che lascio in eredità ai nipoti. Mentre, se devo dire perché leggerlo, si capisce da ciò che prima è detto: è la storia di una famiglia d’arte impegnata col teatrale itinerante, girovago e che in sé assomma parte delle vicende artistiche della nazione e pure della sua cultura, perché con le sue opere portava in giro, presso paesi sperduti, l’Idea di Nazione e il concetto di teatro coi risvolti umani e sociali. Per tale motivo è anche un romanzo storico, una serie di biografie che si intrecciano con altre, di artisti e attori, di persone comuni e intellettuali, storici, giornalisti, commediografi. In questa seconda edizione c’è una intervista a Giuliana De Medici, la figlia di Giorgio Almirante, avuta con donna Assunta Stramandinoli, un intervento di Gianfranco Fini, in ricordo del suo segretario, una delle oltre mille lettere che Giorgio scrisse alla sua Assunta.

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“Discendenti da generazioni di comici, i figli d’arte erano discepoli dei magnifici «virtuosi» del Cinque e del Seicento, gli eredi di quella commedia dell’arte che sbalordì il mondo, i pronipoti delle millenarie «maschere» laziali e campane, e dei «mimi» siciliani. Alla frequente incultura supplivano come tutti sanno, con l’intuito; all’improvvisazione, con la genialità improvvisatrice. Nati sul palcoscenico, e vissuti dall’infanzia, per dodici ore al giorno, fra proscenio e camerini, non conoscevano di solito altra vita se non quella appresa dai copioni e chiusa nella maniera della scena, né altre facce se non quelle delle truccature tradizionali. […] Il mestiere è alla base dell’arte; e questi acrobati della scena, a forza di formularli, avevano quasi tutti imparato a fare al momento buono il loro salto mortale; ogni tanto poi tra loro nasceva uno capace di fare due, tre quattro salti in una volta sola, ad altezze da istupidire, e allora costui si chiamava Tommaso Salvini, o Ermete Novelli. E a rendersi conto della loro personalità presuntuosa prepotente e deformatrice basta dare un’occhiata alle loro memorie”.

È Elisabetta Quintavalle, la moglie di Pasqualino Almirante, il fondatore di una fra le più importanti famiglie d’arte, che narra ai suoi nipotini, a Ernesto e Gigetto Almirante e a Francesco e ad Arturo Garzes, nell’ultimo raggio dell’Ottocento, la sacralità del teatro e il suo arcano risorgere ogni sera non appena il sipario viene sollevato di fronte al pubblico. Il velo di Maya dietro al quale si nascondono i misteri di Sais e di Rosenblütchen, e che solo l’arte magica del teatro, di cui dispongono gli iniziati, riesce a svelare, incantando di suggestione il popolo dei fedeli.
E allora, lo spirito del personaggio, incarnato dall’attore sulla scena, viaggiando sull’oceano dell’immaginazione, lentamente sembra impossessarsi, come l’anima dell’Africa nel rito voodoo, di ogni singolo spettatore nella sala e nel cuore di ciascuno egli vi alita la propria anima, parte della sua esistenza, frammenti del suo mondo, schegge della sua esistenza, porzioni di se stesso, cosicché la religiosità della rappresentazione diventa corale connubio e appassionato sposalizio, se non profana transustanziazione. L’attore che riesce a creare questo flusso ectoplasmatico col suo pubblico, diventando medium del personaggio che sente dentro di sé, restituendolo con tutte le sue caratteristiche agli spettatori in sala, è quello che ogni commediografo vorrebbe, ma che molto spesso rimane solo un suo pio desiderio e una semplice ambizione, finché non spunta quell’acrobata di cui il D’Amico parla, il funambulo temerario che riesce a stare fra la terra e il cielo, fra l’umano e il sacro. Sacro come è appunto la sacralità dell’arte nobile del teatro.

Cabiria fu primo grande kolossal del cinema di tutti i tempi, tanto che nel 1931 fu eseguita una edizione sonora e nel 1938 Corrado Pavolini (1898-1980), fratello del ministro fascista della Cultura popolare, oltre a tessere le lodi dell’aristocratico e imperiale D’Annunzio, a cui anche allora veniva attribuita la sceneggiatura e l’idea complessiva dell’opera, ne propose una “rielaborazione” che eliminasse però alcuni inevitabili difetti dell’epoca del muto, mentre elogiava la «varietà ingegnosa dei personaggi», tipica delle narrazioni epiche, come il gigante Maciste o Fulvio Axilla o la bellissima sorella di Annibale, rappresentata dall’attrice di teatro, ma passata al cinema: Italia Almirante Manzini.
La trama di questo film italiano, o meglio torinese, visto che i primi stabilimenti cinematografici furono costruiti in questa città, è per lo più nota: l’azione si svolge durante la Seconda guerra punica e Sofonisba, che è figlia di Asdrubale, e quindi sorella di Annibale (di cui nel film leggendarie rimarranno le scene dell’attraversamento delle Alpi con gli elefanti e il numeroso esercito), è promessa sposa al vecchio re Siface, da lei non amato, si ritrova a proteggere una ragazzina romana, Cabiria appunto, venduta schiava dai pirati fenici ai cartaginesi e destinata dal sacerdote Karthalo a essere sacrificata al dio Moloch a Cartagine.

 

PASQUALE ALMIRANTE è nato a San Cono il 1/1/1951. Già docente di Lingua e civiltà tedesca nei Licei, è iscritto all’Ordine dei giornalisti di Sicilia dal 1984 e collabora col quotidiano La Sicilia di Catania, con la testata online Tecnica della Scuola e con altri giornali di cultura e arti applicate. Ha scritto componimenti in versi dialettali in forma di Carnevalate e ha pubblicato: Omaggio a San Cono, Brancato, 1990; Immagini San Cono, Cuecm, 2007; Da Pasquale a Giorgio Almirante. Storia di una famiglia d’arte, Marsilio, 2016; Il Bandito e Margherita, A&B, 2019; I racconti del barbiere, Emil, 2020; I racconti della Piazza Grande, Algra, 2024. A breve uscirà, per Algra, La Sicilia come teatro, attraverso le 37 lettere spedite da Antonio Teodosio Almirante, tra il 1859 e il 1873, a Lionardo Vigo Calanna di Acireale. Vive a Trecastagni.

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