#Orienti 5
Il poeta è una creatura che fruga tra gli scarti. Potremmo dire anzi: è nello scarto (come nella parabola evangelica della “pietra d’angolo”) che trova il fondamento della sua opera. La poetica degli “ossi di seppia” di Montale ce lo ha insegnato, si fa poesia con i resti, con quello che c’è, arrivato da lontano e forse non per caso. Ora Massimiliano Mandorlo con Almadìra compone un museo del frammento e della scheggia che conduce la folgorazione della scrittura alla trasparenza del vetro, previa azione del fuoco. Letteralmente, nel dialetto romagnolo dell’autore, la parola che dà il titolo al libro indica «i poveri resti che il mare trasporta a riva dopo la burrasca: alghe, canne, conchiglie, legname». C’è della bellezza nell’immaginare il poeta durante una passeggiata sulla battigia che raccoglie una conchiglia e ascolta «la forza dell’acqua e il vento della memoria, almadìra come il respiro di ciò che è stato», e così riconnette il proprio centro vitale a quello dell’universo. Nello specifico, il libro di Mandorlo ha una natura spuria che mette insieme “illuminazioni” rimbaudiane, brevi note ermeneutiche su arti varie e poesia, attraversamenti biografici, reperti di viaggi spirituali e pellegrinaggi terrestri. A raccordare tutto questo materiale all’apparenza eterogeneo è, appunto, il «fuoco» – lo stesso fuoco da preservare e tramandare che sta al cuore de La strada di McCarthy – di una coscienza che osserva il mondo e che travasa nella scrittura un’«idea di combustione continua, bruciare e dissolversi, rinascere nel fuoco». Scrittura come riversamento incandescente di un’esperienza che non ha paura di rasentare il territorio della cenere. E poesia allora come il naturale sbocco di una «lingua dell’abbandono» che vuole liberarsi delle scorie dogmatiche di modelli che deragliano da questo sacro intento: «Dentro il fuoco che scintilla ciò che perdi. Ciò che ami». Già salmista incendiato d’amore, qui Mandorlo si dimostra pedinatore libero e randagio del «canto nascosto» nelle cose, rabdomante sulle tracce di una voce che ha la cadenza di una «preghiera nascosta a sostenere tutto il peso del mondo». Se Almadìra ha davvero «qualcosa di arabo e orientale», come scrive lui stesso, è forse in questo voler indicare l’origine, l’ispirazione da accogliere e ri-abbracciare nell’ascolto del mare, nei resti che ci riporta.
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(da Massimiliano Mandorlo, Almadìra, peQuod, 2025)
Contro la sbornia tecnocratica lo sguardo ardente della scoperta, gli scarponi infangati e lo zaino di Chatwin. Farsi pellegrini e nomadi del cielo, ritornare alla terra.
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La poesia è un viaggio incendiato verso la trasparenza.
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Senti il calore sprigionato dalle fiamme ardere forte, vieni, fuoco di vita fuoco di morte, scrivi nel mondo, scintilla divampa, lingua di fiamma, lingua che incanta.
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La poesia sta ai margini del pensiero e della lingua, non appartiene veramente a nessuno perché è libera, randagia, è un movimento dello spirito, dell’occhio spalancato alla visione.








