#Orienti_3
L’amore è un inferno di carne
Erica Donzella, L’ora della fame, con Nota introduttiva di Maria Attanasio, Nous editrice, San Giovanni La Punta (Ct), 2025, pp. 78.
Per uno dei tanti paradossi che governano il mondo delle relazioni umane, la poesia che canta l’assenza è generalmente una poesia materica. Diciamo pure: una corporale disincarnata. Al punto che persino un castigato Petrarca (“castigato” se ne facciamo una questione di anatomia femminile) non può tacere delle belle membra dell’amata per dire il grumo di dolore e nostalgia sillabato nel nomen di Laura. Sappiamo bene, con Benjamin, la fine riservata all’aura della poesia in epoca moderna, tuttavia (e per fortuna) continuano ad esserci poeti, come è il caso di Erica Donzella, che non temono di lordarsi le mani rovistando nel fango dell’amarezza e del disincanto. Da sempre la scrittura dell’autrice siciliana si contraddistingue per una visceralità di fondo che non di rado arriva a un picco di espressione ferina; e che «anima e animali sono la stessa cosa» (p. 38) lo ribadisce, Erica, nell’ultimo L’ora della fame (edito dalla giovane “Nous”), canzoniere d’amore e di lotta che ribalta lo stereotipo lirico della relazione Io-Tu con l’implicita dinamica di desiderio (e potere). Il soggetto poetante e desiderante, infatti, qui sembra restio a voler dare l’ultima parola al dolore della perdita: il Tu del desiderio e della lontananza è chiamato a salire sul ring dell’evocazione poetica come comprimario, anzi come vero e proprio antagonista a cui contendere un “pezzo di pane” («’n piezzu ’i pani ’nterra», p. 17; «Cchi nn’am’a spattiri / ri stu piezzu ri pani?», p. 45), simbolo-feticcio della fame animalesca del titolo. E se l’amore è guerra di sopravvivenza, il corpo diventa «ricordo della fame» (p. 32), segno tangibile di una santità carnale: «Nominare un dio qualunque tra le tue gambe / farti santa di carne» (p. 33); «C’è dentro di te / la linea del Sacro / un cuore più largo» (p. 36). Per Donzella ecco allora che «amare più forte» significa «amare secondo sangue» (p. 41), ovvero come in una ferocissima «caccia» dove i ruoli di predatore e predato si confondono, il tutto sotto lo sguardo impassibile di una divinità che presiede a «inferni di carne promessi alla polvere» (p. 50), un dio cioè come destino e maledizione: «Io ti cerco e / non trovo più segni antichi da seguire» (p. 65). Nemmeno i confini linguistici del siciliano (variante del sud-est ragusano), territorio entro cui Donzella si muove con assoluta maestria, garantiscono quella pace del perdono tanto anelata nelle ultime poesie del libro. Rimane quindi un “energico viandare tra lingua e dialetto” (così Maria Attanasio nella nota introduttiva) a caratterizzare e suggellare «l’ora della fame», quando il tempo si ferma, le illusioni cadono, e la memoria è «comu na scorcia ca prima si cogghia e appoi si jetta» (‘una crosta di pane che prima si raccoglie e poi si butta’, p. 66).
Pietro Russo
C’è questa incandescenza
un fatto di fuoco
che inizia dalla tua parola.
C’è questa discendenza dalle bestie
che si annusano per fare branco.
C’è questa linfa di grumo
di sale di carne di bambina
che salta dal pianto al riso con noncuranza.
Amare più forte
e in più la notte
che ci sorveglia con la sua giustizia.
C’è dentro di te
la linea del Sacro
un cuore più largo.
*
Nell’ora della fame
io ti chiamo
e si illuminano i sentieri oscuri
si ritirano i rami
per il transito del tuo passo.
Ma la caccia del sangue
è il suo ricordo.
Io.
Tu.
Dimentichiamo il mio e tuo nome.
Da questo solco
cominciare a dire e a fare il mondo.
*
Unni simu quannu simu nichi
senza pinzieri ranni
unni finiu u ruppu r’o truppiettu
quannu arririeumu senza cianciri
e ciancieumu arrirrennu.
Na lazziata erumu
na corda veloci e forti.
E ora ca simu sulu
ruppa ruppa
u cori ciancia.
S’aggrizza comu a scorcia
ri n’arancia.
Dove siamo quando siamo piccol3 / senza pensieri grandi / dove è finito il nodo della trottola / quando ridevamo senza piangere / e piangevamo ridendo. / Una lazziata eravamo / una corda veloce e forte. / E ora che siamo solo / pien3 di nodi / il cuore piange. / Rabbrividisce come la scorza / di un’arancia.
*
E cu’ u sapi unni fuisti
unni lassasti l’occhi
a cu’ ci rasti a ucca.
Stu luci u stutasti ch’e ta manu.
E cu’ u sapi su t’arrizzunu i carni
quannu ti chiamu ri luntanu.
E chi lo sa dove sei scappata / dove hai lasciato gli occhi / a chi hai dato la bocca. / Questo fuoco lo hai spento con le tue mani. // E chi lo sa se ti vengono i brividi / quando ti chiamo da lontano.
*
Cosa ti manca
per tornare?
Una maledizione
un segno della croce.
Nel nome del padre del figlio e dello spirito santo
pregare è implorare
entrare nella tua bocca
e non sapere in quale inferno si può cadere
quando non c’è nessuna saliva da ingoiare.
Nessuna mano sulla fronte
che ci assolva nella notte.
Io ti cerco e
non trovo più segni antichi da seguire.
in copertina foto di Marco Ragaini







