Valentina Demuro (1987) è pugliese, attualmente vive e lavora a Bologna. I suoi testi sono stati pubblicati su diversi articoli e blog italiani e internazionali (tra cui Rai Poesia di Luigia Sorrentino, il Centro Cultural Tina Modotti di Antonio Nazzaro e La bottega della poesia – La Repubblica). Dal 2020 è editor per Alma Poesia (progetto sul linguaggio poetico fondato da Alessandra Corbetta) e cura la rubrica I fumetti di Alma in collaborazione con Lo Spazio Bianco. È curatrice di Barchette di carta (Calamaro Edizioni, 2024), antologia poetica a sostegno dei bambini palestinesi. Che i fichi nascano rossi (peQuod, 2024) è la sua ultima raccolta di poesie.
Nel tuo inedito usi l’espressione profondamente evocativa e enigmatica «il fuoco delle cose mute». Quale fuoco ha interrogato e continua a interrogare il tuo spirito poetico e creativo?
Con “il fuoco delle cose mute” intendo quella parola inespressa ma comunque manifesta che è contenuta, per esempio, nei prodigi, nel sogno e nella percezione della poesia quando osserviamo la vita (soprattutto) senza comprenderla pienamente. Non la interrogo, ma cerco di “sentirla” quando scrivo, di coglierla e poi di coltivarla fino a darle una voce concreta, quanto più possibile fedele.
Nella tua poetica è spesso presente la dimensione delle stagioni, lo scandire del tempo attraverso i colori e i frutti della natura. Come hanno agito sulla tua immaginazione creativa il tempo e le stagioni da quando hai iniziato a scrivere?
Sono molto affascinata dal mondo naturale e sono stata educata a prestargli attenzione. Credo sia una fonte inesauribile di verità e misteri che sanno dialogare con i nostri enigmi personali e aiutarci a trovare – se non delle risposte – il modo giusto di interrogarci. A volte, ci dimentichiamo che ne siamo parte in un modo molto semplice.
Qual è la tua formazione di studi, esistenziale e esperienziale, e come ha influenzato la tua scrittura?
Sicuramente il mio percorso di studi mi ha permesso di addentrarmi in modo più approfondito nella letteratura e di acquisire e studiare anche i “tecnicismi”. Ma non è la formazione letteraria che fa il poeta, non credo nei virtuosismi (per quanto pregevoli a livello estetico) della poesia scritta a tavolino o della ricerca della parola estrema per provare le proprie capacità o andare oltre la parola poetica. Quando una poesia è vuota, si sente. Per me (ma questo è ovviamente solo il mio parere personale), fare poesia significa andare nella direzione opposta, non cercare fuori ma stare dentro. E stare dentro è difficilissimo. Per scrivere, attraversare la vita è fondamentale, ma il rischio è quello di cadere nel proprio racconto biografico utilizzando un linguaggio poetico senza fare realmente poesia. Allora occorre un altro passaggio: prendere quello che sta dentro, la verità, e renderla altro da sé, guardarla da fuori, con una distanza che permetta la creazione di un testo senza perdere la verità (o il mistero) che vogliamo comunicare.
Hai un aneddoto per te particolarmente significativo che ha siglato il tuo amore per la scrittura?
Penso di poter rispondere così: non so cosa sarà di ciò che scrivo, ma ogni volta che scrivo trovo il mio spazio nel mondo, so di esistere e di essere chi sono.
Ci sono forme di espressione artistica diverse dallo scrivere che ti vedono particolarmente coinvolta come fruitrice?
Certamente. Apprezzo l’arte, il fumetto, il teatro, il cinema e la musica, sia da un punto di vista prettamente edonistico, sia perché trovo sia interessantissimo fruire dell’arte attraverso codici diversi. Questi trovando il mondo di stimolarci e far sedimentare dentro di noi altri messaggi, ci arricchiscono come persone e ci dicono qualcosa di nuovo sul mondo e su noi stessi.
Quanto conta per te la dimensione del silenzio?
Sono abbastanza silenziosa per natura (anche perché, fondamentalmente, sono una persona timida), esserlo mi aiuta nella riflessione, nella “cova” di quelle cose mute di cui si è parlato prima. Il silenzio mi serve per fare il punto della situazione anche nel vivere quotidiano e mi piace ritagliarmi i miei spazi di solitudine per questo motivo.
Quali sono le emozioni, i sentimenti, gli affetti, per te particolarmente importanti anche come nutrimento alla dimensione espressiva?
Penso che tutto ciò che della vita voglia parlare sia un sentimento di cui parlare. Nei miei testi parlo di quelli che mi hanno attraversata personalmente, che mi sono passati accanto con il vissuto delle persone care o che hanno significato qualcosa in quel momento. Credo sia sempre un modo di attingere al vero. Per esempio, non si inventano l’amore o il dolore, si vivono o li si sente vivere. Per questo motivo, nei miei testi sono molto presenti la mia famiglia, chi ho amato, chi mi ha lasciato qualcosa da dire, chi mi ha condiviso qualcosa di sé.
Ha un ruolo importante la dimensione onirica?
La dimensione onirica è una di quelle a cui spesso attingo e su cui rifletto. Senza scomodare la psicanalisi, diciamo che attraverso il sogno elaboro moltissimo cose e grazie ai suoi simboli straordinari trovo altre chiavi di lettura su di me.
Ci racconti lo spirito che ha animato la nascita della tua raccolta recente e le sensazioni che hai raccolto a stesura finita, presentandola al pubblico nelle varie presentazioni (se queste ti hanno permesso di guardare in altro modo i tuoi stessi versi o scoprire aspetti non pensati prima del tuo lavoro).
Su questa raccolta ho lavorato per cinque anni, non mi sentivo mai pienamente pronta per l’uscita, ma questo penso sia un sentimento piuttosto comune per chi scrive. Volevo essere sicura che ogni testo non potesse dire di più di così. Ho attraversato anche fasi dolorosissime nella stesura, nonché di liberazione, riuscendo a dar luce a molte voci ctonie dentro di me. Poi, ovviamente, nonostante le piccole insicurezze e un po’ di tensione, ne sono stata felicissima. Anche perché ho incontrato la stima di alcuni cari amici scrittori, tra cui Stefano Simoncelli che ha avuto per me parole bellissime e ha fortemente voluto questo libro (lo abbraccio forte, sempre, in qualunque dimensione di pace e poesia sia ora). Inoltre, ogni presentazione mi restituisce sempre qualcosa di sorprendente: c’è chi empatizza, piange e mi racconta di sé (questo per me è un dono grande e un onore incommensurabile), chi mi offre un punto di vista inedito e chi coglie pienamente il senso delle parole. Che i fichi nascano rossi è un libro che mi ha dato e mi sta dando moltissimo, penso che una delle parole principali che collego a questo lavoro sia gratitudine. Per chi lo legge, per chi lo accoglie, per chi mi scrive o ne scrive, per chi lo fa suo, per chi, come te, mi offre questa intervista. Grazie a te e a tutti, di cuore.








