Non ci chiese moneta alla soglia,
bastò il sangue a ricevere il marchio.
Ci legammo così ad una voce.
L’orto macero d’ossi
esalava radici,
terribili i frulli nel vento
cucito alla terra ferita.
Ci guardammo sperduti –
tremore di sterpi e di rovi –
la selva era casa di specchi,
dannata a rifrangere
volti e timori.
Capimmo che il nostro destino
era unirci alla cupa invetriata,
alternare il riflesso alla voce
ingannarci, smarrirci
e cercarci.
*
Nel buio che infittisce
all’ombra dove il tempo cede,
testardo si accanisce un rampicante
sul lume che si scorge da un infisso.
Chi sa dov’è insediato
e se resiste alla tempesta,
da dove nasce e dove va a morire…
È tutto un rifiorire di radici
e cento fenditure e mille nodi
mille volteggi avvolti alla parete.
Amore mio, amarsi nelle crepe
è ciò che della notte resta vero
è l’edera con forza muta
che beve luce a una finestra.
*
Quanto dura la tregua
per chi non sa rendere conto
al passato.
Se meschino m’illudi, presente,
mi sembra di stare sospesa
sull’onda che mente e rimena
silenzio e boato.
*
Chissà se la strada conserva
memoria di ogni afflizione.
Potessi spiccarle un ricordo,
potesse chiamarmi per nome.
*
Ci vollero intere
al ricatto dei tempi,
la colpa, la carne e la schiava.
L’oracolo al rogo,
la sposa che serve l’impero.
Madre Natura,
Madre Coraggio,
Madonna che allatta il bambino.
Circe che inganna,
Eva che morde,
l’adultera in preda al piacere.
Il mito ci fonde e ci svela
ai ruoli che il mondo dispone,
finché nella luce d’un lume
restiamo sol una
Signora che disfa il giudizio
che il giorno le impone.
—
Isabella Paola Stoja è docente e autrice. Nata a Bologna nel 1990, ha studiato Lettere e Filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ha pubblicato tre raccolte poetiche, tra cui Cronache dalla controra (2022) e Lettere a Endimione (2023), vincitrice del Premio Alessandro Manzoni della città di Arcore. Accanto alla scrittura in versi, collabora con siti online e riviste culturali, occupandosi di critica letteraria e recensioni.
in copertina, Caspar David Friedrich, Nebbia mattutina in montagna (1808; olio su tela, 71 x 104 cm; Rudolstadt, Thüringer Landesmuseum Heidecksburg)








