Leggere Il fuoco memoria del fuoco (puntoacapo 2026) significa entrare in un mare vasto e magmatico che non concede facilmente un punto d’approdo. La raccolta di Delfina Provenzali, nella sua forma complessiva, appare piuttosto come un lungo attraversamento della materia, del tempo, della memoria, dell’assenza. Un attraversamento nel quale la parola procede per sottrazione, si asciuga, si fa sempre più essenziale, fino a sfiorare quel confine in cui dire e tacere sembrano diventare quasi la stessa cosa. È forse questo, più di ogni altro, il tratto che mi pare di riconoscere nel libro: la poesia non viene utilizzata per spiegare il mistero, ma per avvicinarsi sempre più alla sua soglia senza cancellarlo.
Il primo grande nucleo tematico è la materia. Terra, pietra, acqua, fuoco, ferro, ghiaccio, radici, vento, sabbia, metalli: il mondo di Provenzali è profondamente fisico. E tuttavia la materia non è mai semplice paesaggio, né repertorio di immagini. È una forma di conoscenza. Le cose conservano il tempo dentro di sé, lo registrano attraverso erosioni, fratture, sedimentazioni, mutamenti. La materia diventa così una sorta di archivio muto dell’esistenza. Non racconta ciò che è accaduto, lo porta inscritto nella propria forma.
Da qui nasce il rapporto strettissimo fra materia e memoria. Il fuoco del titolo è già un’immagine decisiva: Il fuoco memoria del fuoco. Il fuoco è ciò che brucia, trasforma, consuma; la memoria è ciò che resta di quella combustione. Non c’è separazione fra il presente della fiamma e ciò che della fiamma è ormai cenere, residuo, traccia. La memoria, nella poesia di Provenzali, non sembra infatti avere il compito di ricostruire il passato. Ne custodisce piuttosto i frammenti, le impronte, le zone non più ricomponibili. Ricordare significa allora ascoltare ciò che rimane quando la forma originaria è già perduta.
È qui che la poesia comincia a interrogare anche la propria possibilità di dire. Progressivamente, nelle diverse sezioni della raccolta, il verso si contrae. Le immagini diventano più nette, il linguaggio più rarefatto, le connessioni meno esplicite. Non è una difficoltà ricercata per rendere oscuro il testo: è la conseguenza formale di una ricerca che avverte quanto il linguaggio sia inadeguato davanti a ciò che tenta di nominare. Provenzali sembra sapere che ogni parola, nel momento stesso in cui illumina qualcosa, lascia inevitabilmente fuori qualcos’altro.
Per questo assume un rilievo particolare La parola muta. Qui la riflessione sul linguaggio entra direttamente nella materia della poesia: fonemi, morfemi, alfabeti, tracce, incisioni. La parola viene trattata quasi fosse un oggetto, qualcosa che può essere inciso, depositato, consumato. È un passaggio importante, perché il libro finisce per rivolgere la propria attenzione non soltanto alle cose del mondo, ma allo strumento con cui proviamo a raggiungerle. La parola è traccia e insieme cancellazione della traccia. Dice l’assenza proprio mentre cerca di colmarla.
Mi sembra che tutta la raccolta si muova dentro questa tensione: fra il desiderio di raggiungere un centro e la scoperta della sua perdita. Non è casuale che compaiano, nel percorso del libro, titoli come Omphalos e Perdita del centro. L’uno richiama il luogo originario, il punto attorno al quale il mondo potrebbe ordinarsi; l’altro registra invece la dispersione, la frattura di quell’ordine. Non sono due direzioni opposte, quanto due momenti della medesima ricerca. Cercare il centro significa anche scoprire che il centro non è più disponibile, oppure che non si trova dove lo stavamo cercando.
In questo senso, l’infinito che compare in alcuni testi non ha nulla di astrattamente filosofico. Viene quasi sottoposto a un esperimento: l’istante aggiunto all’istante, l’uno all’uno. È un’infinità che nasce dalla ripetizione del minimo, dalla successione delle cose concrete. Anche qui ritorna una caratteristica profonda della scrittura di Provenzali: l’astrazione non si separa mai dalla materia. Il pensiero passa attraverso le cose, attraverso il corpo del mondo, attraverso la loro resistenza.
Forse anche la sua formazione scientifica aiuta a comprendere questa attenzione alle strutture, ai processi, alle trasformazioni. Non perché la poesia debba essere spiegata attraverso la biografia, né perché la chimica possa diventare una chiave interpretativa totalizzante, ma perché in questi versi si avverte una precisa fiducia nella capacità della materia di custodire un ordine e, contemporaneamente, una trasformazione. Il mondo è composto, scomposto, inciso, eroso. Anche la parola subisce lo stesso destino.
E allora il fuoco ritorna. Non soltanto come elemento, ma come principio poetico. Il fuoco trasforma ciò che tocca e lascia dietro di sé una memoria della trasformazione.
La crepa, altra immagine ricorrente, compie un movimento analogo: è ferita della materia, ma anche apertura. Attraverso la frattura entra la luce, oppure diventa visibile ciò che la superficie intatta nascondeva. In Provenzali la lacerazione non è dunque soltanto perdita. È anche una possibilità di visione.
È forse per questo che la poesia della raccolta non cerca mai una vera pacificazione. Rimane sospesa fra presenza e assenza, parola e silenzio, materia e altrove, centro e dispersione. E proprio questa sospensione ne costituisce la forza critica. Provenzali non risolve la contraddizione: la mantiene viva dentro il verso. La poesia diventa così un luogo di resistenza, una forma del pensiero che non pretende di possedere ciò che interroga.
Alla fine, ciò che resta è una parola sempre più vicina al silenzio. La parola muta non rappresenta allora la sconfitta della poesia, bensì il punto verso cui essa tende. La parola, dopo avere attraversato il fuoco della materia, della memoria e dell’assenza, comprende che il proprio compito non consiste nel riempire il vuoto, ma nel renderlo percepibile.
Il fuoco memoria del fuoco cova una poesia che non aggiunge rumore al mistero, ma ne ascolta la combustione lenta. Una poesia che scava nella materia per cercare ciò che la materia non riesce a dire, e che proprio quando sembra avvicinarsi al silenzio trova una forma più radicale della parola. Il fuoco è già cenere, la memoria è già perdita, la parola è già silenzio. E tuttavia, proprio dentro questa contraddizione, il verso continua a cercare disperatamente il senso profondo del nostro strabiliante stare al mondo.
Alessandro Pertosa









