#Orienti_11 Dalla chiusura del mondo, il mondo: ‘Moenia’ di Pietro Romano

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Poesia come forma di clausura, luogo che si separa dal mondo per distillarne alchemicamente l’essenziale «distante già dalle parole», confine d’ombra, vestibolo di silenzio. Già dai tempi di Feriti dall’acqua è questa la strada – tutta spigoli e vertigini – battuta da Pietro Romano, che adesso con Moenia esplicita quasi programmaticamente un modo che è soprattutto un individuarsi al di qua di un perimetro che recide i legami con l’esterno. Ospedale o carcere, gli spazi di detenzione forzata sono il morso di una relazione che si misura parcamente con il «mistero di dire» ciò che sfugge alla verbalizzazione umana.

Nella prima parte, Come se gli uccelli fossero vivi, la malattia, il male che piaga il corpo come lo spirito, «le grigie pareti d’ospedale» sono un nodo scandaloso che permette di riallacciare il rapporto con la terra e con l’origine, quindi con un «Padre, / in eterno riamato» che si irradia nel «tu, padre, [che] mi donavi la parola», e con una madre silente «volta / al tremore piovano / oltre le tende, come in preghiera». Il poeta, vertice alto di questa trinità familiare, mediante la scrittura espia «il debito con l’ombra» in modo che il «figlio incompiuto» possa risalire, se non alla luce del mondo, almeno «al lume» che gli rimanda il proprio «volto di figlio», ovvero «occhi densi di nebbia per svelarmi».

Così nel secondo movimento del libro che dà il titolo, Moenia, a dispetto della ristrettezza della vita carceraria la parola riesce a trovare una dimensione più ariosa che non si traduce necessariamente in leggerezza, piuttosto in una inedita apertura verso il mondo di fuori. Qui non ci sono più volti ma nomi propri, ognuno portatore di una storia sbozzata o comunque ridotta all’osso (e all’anima) dai versi sempre finemente cesellati di Romano. Nello spazio di pena che, quanto a pianto e stridore di denti, non sfigurerebbe come girone dell’Inferno, affiora la «memoria» di un tempo altro che si declina naturalmente per rimpianti e nostalgie, dove anche i crocefissi hanno lo sguardo di madri che attendono o gemono in silenzio e «quel poco di eterno» che fa breccia con la luce del giorno si affida alle preghiere quotidiane.

La precarietà di Pietro Romano, poeta-docente che si muove sulla soglia dentro-fuori, è la situazione in cui ci ritroviamo tutti, creature in bilico tra libertà e costrizione, tutti desiderosi di essere riconosciuti  e poi lasciati andare, oltre «la prigionia delle parole».

Pietro Russo

(da Pietro Romano, Moenia, ilglomerulodisale, Catania, 2026)

Lume in ombra sulla soglia, Padre:
nessun Angelo posa in quest’ora di pace.
Così, mi ti accosti:
scavi dentro al mai più delle nubi
su di me deponi la mano quando
al terzo giorno il dolore, il mandorlo
distante già dalle parole.

*

La pioggia serba memoria di terra,
la nube dei salici lungo il viale
dove non più nostra è la voce,
la preghiera di arrendersi al male.

*

Il silenzio delle stanze trattiene
voci di chi vi ha nascosto,
bozzata, la memoria di un giglio
bianco. Anch’io, tremante,
ricordo volti indugiare
alle finestre e nel buio accostarsi
a letti e pareti e restituire
parole al proprio male.

*

Trent’anni di carcere, cinquantuno prigioni. Chiedi
se le anime abbiano un tempo, se quella
di tuo padre adesso riposi tra la legna
bagnata degli orti o in un abito stirato a festa,
in un’altra luce.

*

Il cielo ha esaurito il suo azzurro.
Non siete più neanche fra i miei versi,
fuggiti nell’arsura a domandare
asilo in altri sguardi
e dare nuova sepoltura al tempo.

Liberi dalla prigionia delle parole.

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