Asteroidi D’inchiostro (Peter pan non è che un nome)

Asteroidi D’inchiostro
                 “libri come corpi celesti persi nello spazio dell’indifferenza”

 

“Peter pan non è che un nome” difronte a questo titolo non si può che rimanere, piuttosto che incantati, direi disturbati, ma è in questa sensazione di disturbo che forse si fonda tutta la poetica di Leopoldo Marìa Panero: uno dei più grandi poeti spagnoli del novecento. Se non altro è il poeta che ha fatto della sua estraneazione sociale un pretestuoso canto di libertà ben radicato nel caos. Anche se penso poi con dovuti accorgimenti che la sua vicenda esistenziale costernata da turbe psichiche, dagli abusi di droghe, dai ripetuti soggiorni in carcere per la sua attività politica nelle frange estreme, non abbia intaccato il suo stile espressivo, che pare nascere da un classicismo pensante per poi infettarsi dell’orrido acquisito da un’esistenza deviata. C’è o sembra ci sia un punto di rottura nel lirismo di Panero che non è un urlo di vittimismo o una urgenza di rabbia, ma forse è soltanto l’arte che incontra il genio allattato dalla rovina. Conosco il mondo estremo dei manicomi, la gabbia che opprime l’estro incontrollato dei pazienti: c’è una spinta di follia certo ma a volte c’è pure quella follia che crea meraviglia nella desolazione. Panero infatti vive il manicomio come una sorta di albergo della disperazione, e quando se ne allontana come scrive il suo traduttore italiano e co-autore di questo libro Janus Pravo, diventa un perfetto marziano catapultato in un mondo che pure detesta ma del quale accetta la sua mediocrità oggettiva fatti di incontri, sigarette, decine di coca cola, reading con le spalle rivolte agli spettatori come se lui non avesse necessità di presenziare la vita perché la sua di vita è tutta nella parola , in  quell’io allucinato che pratica il silenzio per placare le turbolenze del passato, quasi una vitalità antropologica dove la bestia sovrasta l’uomo e per istinto fa emergere la crudeltà del bene. In lui come avverte ancora Janus Pravo esiste e resiste “una coscienza del linguaggio” ed è lì che inizia il suo scavo “del palinsesto per riniziare un inizio già iniziato”. Ma con versi come questi “Oh! Esplosione di un revolver nella tempia/ unico poema e unica terapia/ e un giorno mangeranno la mia carne/ come giallo limone/ e getteranno nel fiume il mio cervello” qualunque lettore rimarrebbe atterrito per la crudeltà del dettato, invece penso che in quell’urlo dissociato dall’esistente germogli la dolcezza di un essere umano dotato di talento che si immola come un eroe nella battaglia bipolare della parola, non c’è poema che possa non reggersi nell’impulsività della carne, in quella religiosa comunione di geni e sangue e Panero in un certo senso è un sacerdote del nulla quel nulla che fonda la società dei vuoti, della bellezza icastica e in ragione a questo lui gli volta le spalle con un delirio di versi e una amputazione a tutto ciò che regala pacatezza. La sua vita squarciata è il poema stesso di un ego processato da uno stato, forse, di falsa follia. Leggendo Panero bisogna addentrarsi nella sua poetica in punta di piedi, schivare le chiazze di sangue, piscio, vomito con assoluta naturalezza, perché il suo mondo, non mondo, è un cimitero di errori appagati da un dialogo con artisti senza causa, filosofi condannati alla solitudine, poeti in combutta con i propri demoni. E poi altri versi, un fiume di versi “Il diamante è una supplica/ che tu inietti nella mia carne/ e il sole fugge sgomento/ quando quello entra nella mia vena” quasi una supplica all’eroina, allo stupefacente che regala al bambino Peter Pan uno spiraglio di lucidità per dire che “La roba con la sua spada/ divide la vita in due:/ da un lato il piacere senza niente/ e dall’altro, come donna sconfitta/ la vita che emana una cattivo odore” e dove se non nei manicomi puoi aggirarti tra i cattivi odori, lì mentre (rovistando tra i versi del mio libro La quiete dei respiri fondati) “L’urlo supera/ il confine spinato/ evade da ogni/ camicia di forza/ avvolta in un lezzo/ di bestemmie/ incredibilmente/ mette in ordine/ l’identità delle lacrime:/ qui non è il futuro/ che spaventa/ ma la dignità di un fiore/ che cresce/ nella giungla del piscio”.

scelti per voi

p. 91

 

p. 93

 

p. 95
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