Nel panorama della narrativa contemporanea esistono opere che raccontano una storia e opere che tentano di ridefinire il modo stesso in cui percepiamo la realtà. Sergej Roić ci ha spesso abituati a questo tipo di interpretazione con opere che hanno rasentato livelli altissimi di difficoltà comprensiva di primo acchito, ma che proseguendo nella lettura chiarifica le non risposte di eccellenti tesi che aprono a interrogativi e riflessioni che come nel suo nuovo Dura madre (Mimesis, pp. 136, € 17) entra in una terza dimensione narrativa, che potremmo definire cosmomemoria: uno spazio letterario in cui il ricordo individuale, la struttura dell’universo e la formazione della coscienza diventano manifestazioni di un unico processo. Non siamo pertanto di fronte a un romanzo tradizionale, né a un semplice racconto speculativo. Roić costruisce una forma narrativa che sembra appartenere a un genere ancora inesplorato, quello della narrativa cosmogonica introspettiva, dove la domanda sull’origine del cosmo coincide con la ricerca delle proprie radici. Uno degli aspetti più sorprendenti del libro è ciò che potremmo chiamare “ecoformazione”. Nel mondo immaginato da Roić, la realtà non appare come un’entità già compiuta, ma come qualcosa che si struttura attraverso la coscienza che la osserva. Ci sono personaggi come Neven Nazor, che non scoprono semplicemente il mondo: contribuiscono piuttosto alla sua emersione. Ogni parola pronunciata, ogni ricordo recuperato, ogni intuizione genera un’eco che modifica il significato dell’esistente. L’universo non è quindi un contenitore neutrale ma un sistema in continua negoziazione con chi lo abita. Questa prospettiva introduce una visione radicalmente nuova: non è l’uomo a vivere nell’universo, ma l’universo a prendere coscienza di sé attraverso l’uomo. Dall’infinito leopardiano all’infinito rigenerativo c’è il richiamo a Leopardi che rappresenta molto più di un riferimento culturale: in Dura madre l’infinito non coincide con l’illimitato spaziale, ma con una dinamica permanente di rigenerazione. Parallelamente alla dimensione cosmologica si sviluppa il percorso di un altro personaggio, Mario, che attraversa territori fisici e interiori alla ricerca di una ricomposizione personale. Qui emerge un secondo concetto innovativo: la geografia dell’identità fluida. I luoghi dell’Adriatico orientale non sono semplici scenografie, ma archivi viventi di memoria. Le lingue, i confini, le appartenenze culturali e familiari non definiscono un’identità stabile; la rendono invece mobile, stratificata, continuamente riscritta. La casa del nonno, il paesaggio dell’infanzia e il patrimonio linguistico diventano strumenti di orientamento esistenziale, quasi fossero costellazioni interiori. L’anamnesi attraversa l’intera opera, ma Roić sembra spingerla oltre la tradizione filosofica classica. La memoria non è soltanto recupero del passato; diventa una vera e propria tecnologia dell’essere.
Ricordare significa accedere a livelli più profondi della propria esistenza. Ogni frammento recuperato non aggiunge semplicemente informazioni: modifica la struttura stessa dell’identità. In questo senso la memoria assume una funzione generativa. Non conserva ciò che siamo stati, ma contribuisce a creare ciò che diventiamo. Sicuramente Dura madre è letteratura che non semplifica la realtà, ma ne accoglie le contraddizioni. Forse la definizione più adatta per Dura madre è quella di cosmobiografia, un nuovo modello narrativo in cui la storia di una famiglia, la nascita della coscienza e il destino dell’universo vengono raccontati come parti di un’unica vicenda. Sergej Roić non cerca risposte definitive. Propone invece una visione in cui identità, memoria e cosmo partecipano allo stesso movimento di conoscenza, ed è proprio qui che risiede l’originalità dell’opera: nell’idea che ogni essere umano possa essere considerato una forma attraverso cui l’universo tenta di ricordare se stesso.
“Dura madre” di Sergej Roić, quando l’infinito coincide con una dinamica permanente di rigenerazione.
Salvatore Massimo Fazio
Salvatore Fazio detto Massimo, classe '74, è giornalista (ODG Sicilia Albo n. 178088), pedagogista, pedagogista clinico e psicologo, catanese. Ha fondato la tesi del “nichilismo cognitivo” che ha destato non poche polemiche per quella topica estremamente pessimista legata alle domande progressiste dell’esistenza. Si forma approfondendo il pensiero dei filosofi Cioran, Caraco, Zapffe e Sgalambro, da quest'ultimo prenderà le distanze con il saggio "Regressione suicida, dell'abbandono disperato di Emil Cioran e Manlio Sgalambro" (Bonfirraro, 2016). Vive la conflittualità calcistica: è tifoso del Catania e della Roma, due squadre che hanno le tifoserie che si odiano profondamente: “Non riesco a farne a meno, il cuore è giallorossazzurro”. Ha fondato il blog “Letto, riletto, recensito!” che nel 2019 è diventato rubrica cartacea nel mensile Paesi Etnei Oggi. Nel 2019 con Cirino Cristaldi fonda il Festival del Libro e della cultura Etnabook, ricoprendo il ruolo di presidente del comitato scientifico. Scrive anche per SicilyMag e La Sicilia.







