#Orienti_8
Karin Boye, La consolazione delle stelle, a cura di Fulvio Ferrari, Iperborea, 2026
La luce delle stelle è una slogatura del tempo, un paradosso: quella che ci raggiunge non è la luce dell’inizio. Ci sta allora che la “consolazione” sia declinata al presente ma anche al passato, o meglio è del presente ma con uno strabismo dello sguardo che si rivolge indietro. Karin Boye (1900 – 1941) è una poetessa che scrive di e da questo scarto. La consolazione delle stelle, titolo editoriale di una selezione di testi curata da Fulvio Ferrari per i tipi di Iperborea, ci riporta una materia freddata, («La mia luce è un fiore che appassisce / nel tardo autunno dei cieli»), quasi postuma rispetto al momento della scintilla aurorale («E allora sai di essere morto e che vivi in una nuova forma»), dove i movimenti astrali non si limitano a fare da sfondo o a influenzare le vicende umane ma gli uni e le altre si compenetrano in un equilibrio che ha la grazia della creazione. Anche la «più frusta vita d’ogni giorno» trova modo di «suscitare l’intuizione di Dio», così come «i saggi e i bambini arrivano in gioco / a quel che è nascosto nel cielo»; abbassando dunque il tiro, nei modi propri dell’elegia e delle tinte crepuscolari («Ogni sacro giorno d’amore / conosce la sera e la solitudine»), Boye si spinge a sondare un abisso di «desiderio e devozione» che ha il volto di una creatura sulla Terra «stranamente felice e commossa / e stordita e ansiosa e molto confusa», colta nel momento in cui essa si abbandona «a quella fiducia / che crea il mondo». La poetessa svedese traccia così l’identikit di «un granello di polvere nella successione di mondi meravigliosi», di una nudità che rende grazie al creato, sulla scia di Francesco d’Assisi e di Borges, per quella «immeritata grazia / dell’eterna fiducia di un essere umano». Sul versante della fiducia – che è cardine tematico di questa poesia – si gioca il rapporto tra umano e divino, tra contingente ed eterno, tra segno antropico e natura: tra due tempi sfasati che coesistono, come luce di stella, al punto che infine (o all’inizio) si può esclamare, madidi della rugiada del destino: «Verso di te / ho vissuto».
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Il desiderio di un pittore
Vorrei dipingere un misero frammento
della più frusta vita d’ogni uomo, così logora e grigia,
rifulgente però di quel fuoco che fece
scaturire tutto il mondo dalla mano del Creatore.
Vorrei mostrare che quel che disprezziamo
è sacro, è profondo, è la veste dello Spirito.
Vorrei dipingere un cucchiaio di legno in tal modo
da suscitare l’intuizione di Dio!
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La consolazione delle stelle
Ho domandato stanotte a una stella
– luce lontana e inabitata – :
«Chi illumini tu, ignota stella?
Tanto grande e chiara procedi.»
Mi ha allora rivolto uno sguardo di stella,
rendendo muta la mia pietà:
«Illumino una notte eterna.
Illumino uno spazio senza vita.
La mia luce è un fiore che appassisce
nel tardo autunno dei cieli.
È questa luce a consolarmi.
Questa luce basta a consolarmi.»
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Per l’ora della grande umiliazione
Anche per l’ora della grande umiliazione voglio rendere grazie,
l’ora in cui ci si accorge di essere nudi
e senza più nemmeno un po’ di fierezza e intorbidire
ci si lascia inserire
come un granello di polvere nella successione di mondi meravigliosi –
meraviglioso tutto, meravigliose la salute e la vita,
meraviglioso il tetto, il pane e meravigliosa l’acqua,
e più di tutto meravigliosa l’immeritata grazia
dell’eterna fiducia di un essere umano.








