Amore: voce del verbo restare. Nel chiarore, nell’aggraziata ostinazione al bello, nelle incessanti fioriture, negli arpeggi «d’agrumeti e girasoli», nelle «corolle di un giro d’aurora», nell’incanto, nella cura della parola, nello stupore del mondo, nel sorriso che diviene casa, nella gloria inattesa, nelle «ossigenate fedeltà», nelle «policromie della luce», nel farsi del dolore «peso della mano», nel «capitombolo di salvezza», nella «timidezza di un fiore», nel «frastuono dei puri», nella «ghirlanda ove dilunga la sera/ ritrovare pace», nell’ombra del Padre fino a «dendriti/ di devozione sottilissimi». Parliamo di “I bimbi nuotano forte”, libro “celeste” di Isabella Bignozzi, edito da “Arcipelago Itaca”, nella collana “Mari interni”, diretta da Danilo Mandolini. Emblematici i versi, «scivola il canto al vento/ vibra l’acqua alla conca// nulla sopisce in altare/ se volgi il viso a verità», con i quali abbiamo scelto di introdurre la nostra intervista.
Partiamo dal titolo: qual è stata la scintilla che ha portato il tuo I bimbi nuotano forte? Meglio: in che modo la (tua) vita diventa linguaggio? Le parole bastano alla poesia?
Il titolo I bimbi nuotano forte deriva da una poesia della compianta Giovanna Sicari, poetessa teneramente materica, vigorosa di bene, tanto amata. Lessi quei versi in piedi, aprendo a caso il libro appena acquistato, mentre indossavo ancora il cappotto. Seppi immediatamente che c’era, su quella pagina, qualcosa per me.
L’aprirsi fulmineo di un canale emotivo e sintonico con una persona scomparsa e ancora quasi sconosciuta è sempre un’esperienza pregnante e drammatica, affettuosamente intensa. Nulla ci raggiunge con tanto impeto quanto il fatidico, l’assegnato: ciò che ci è inevitabile.
L’opera tutta dei miei bimbi nasce da una precisa esperienza esistenziale, un incontro segreto della mia vita con sé stessa: un passaggio disarmato e lacerante, che ha insegnato al mio cuore una nuova misura nelle relazioni umane e nel sostare alle pendici della trascendenza.
Il mio esistere diventa linguaggio così: nella categoricità di un accadere e annunciarsi che mi strattona; e che non saprei dove appoggiare se non sul portolano, sul tappeto volante, sulle sabbie mobili di una pagina.
Quanto al “bastare”: no, le parole non bastano alla poesia. Non la innescano, né la esauriscono. Occorre una disposizione esistenziale nel porgersi al mondo che ha un’impronta fortemente destinale.
Ma prima di tutto, alla poesia serve cuore. Una semplicità spogliata, non banale, che affidi intuizioni minime e vere a una nudità d’intento, senza pretese di sistema. È solo in questa povertà vigile che l’immenso può adagiarsi e prendere forma, generando feconda discrepanza.
Lo smisurato, costituzionalmente di natura emozionale o spirituale, con le sue centrali essenze, e tremende, inscrive allora la propria titanica portata in partiture miniate da severi rigori: talora anche in dettati di sontuosità segnica, ma domati in elettive reticenze; fino a generare quel dinamico senso d’imminenza che strappa alla letargia e apre la visuale. Vastità e veemenze frenate sono ancor più poderose: pura energia centrata in sé stessa: il balzo racchiuso nelle zampe del magnifico, nerissimo felino.
Similmente è l’infinito che si mostra ed esemplifica nel finito: il reale è il solo involucro che possa alludere all’ulteriore. La tensione tra l’inadeguatezza del fodero e le vigorie in esso incluse – tale divario di urgenza – genera la tempra incendiaria della poesia.
Anche per questo tenace alludere e richiamare, le parole, pur simboliche, non bastano: è necessaria la musica, luogo oscillante e sinfonico dove l’inesprimibile contempla sé stesso in miriadi di specchi e danza perdutamente. È in quel dedalo che l’oscurità arpeggia i suoi segreti, volti gli uni agli altri come fantasmatiche suggestioni di verità e di bellezza.
La musica germina laddove la grazia impone alla potenza la sua disciplina, facendone esilità geometrica e rigore perfetto. Cadenze, assonanze, allitterazioni, rilievi tonici e sillabe portanti sono il modo in cui il significante si solleva dal pianale grammaticale e sintattico, evaporando verso l’indicibile. Ma questo lavoro di percezione disciolta in canto è successivo all’esserci.
La poesia nasce in nuda presenza, con assenso a un cuore slegato che conosce i fatali spaventi, i tragici pericoli, gli sprechi incantevoli dell’amore; radicandosi nell’impossibile, poggia su parole edotte alla propria insufficienza, prende il volo nella melodia ed eternamente s’inchina al cospetto del limite che cinge il trono della dismisura.
Alla domanda sulla mia personale modalità di farmi parola rispondo, con semplicità, che quando ho in me qualcosa che non riesco più a contenere nel silenzio del cuore, lascio che provi a diventare musica.
“L’amore è l’attimo in bilico / tra due infiniti restare”: la poesia può colmare la pensosa solitudine del poeta, può colmare l’inascoltato?
Amore è, per me, un infinito restare nel voler bene, a prescindere. Ma tale restare è spesso, nei rapporti umani – così oscuri e tormentati – una condizione unilaterale, che decreta la massima solitudine.
Così la poesia è un restare nel sentire che espone e non colma: qualcosa che, negli anni, ha accentuato i miei taciturni deserti.
Posto che io sono una cosa molto piccola, e dunque inadeguata al discorso, direi però, in generale, che il poeta archetipale dimora in una clausura spoglia e radicale, consacrata all’umiltà. Da lì procede per vie avute in sorte, spirali intime e serbate, gravide di atroci lucentezze, entro una sfera fidata ed eterna, dall’epicentro sacro e inafferrabile: scrigno di una parola futura, priva di volto, che sia cuore nudo e nudo cuore.
Questo esercizio, non stilistico ma intimamente spirituale, scosta e segrega: induce a migrare finanche da sé stessi, fino a divenire traccia muta e trascorsa, guscio vuoto di qualcosa di alato, già avviatosi: ciò che resta dopo il compimento.
La poesia è un destino (al pari della vita)?
Sì, mi permetto una risposta impopolare, elitaria non in senso stilistico ma attentivo. Il poeta è, prima di ogni cosa, una creatura che patisce l’inanellarsi sfinente di elementi e condizioni mobili e cangianti: di mondo e sopramondo, di vigente e trascorso, di materia e invisibile, in una compresenza mirabile e sfibrante. Questo accade indipendentemente dalla volontà o capacità di versificare.
In alcune di queste creature ipersenzienti, già poeti morali, si posa la parola: in forma anomala, ruotata, capovolta – bagliori erti, indizi minuti, particole astrali, maestose ritrosie – accesi da eccedenze sonore e folgori di senso, con reminiscenze etimologiche ignote persino a chi scrive. Stratificazioni del vissuto che provengono da pianure folte di nebbie, figlie dell’assoluto.
Al contatto con il soprasensibile – elemento spesso più assiduo del visibile, in certe vite – il cantore diviene servo che tesse attinenze, accorda forme, discerne essenze cromatiche e spirituali, sottraendosi al gioco delle forze ma perdendo ogni garanzia e ristoro.
La poesia è una pratica tutt’altro che frivola: chi la attraversa si fa via via anima nuda, trasfigurata, con un’avvertenza aliena delle presenze e degli accadimenti. Occhi stremati di solitudine, votati all’intensità, hanno rinunciato a molto per avere visione. Spaesati e profetici, i poeti smarriscono il tempo lineare e l’ordine causale per entrare negli orizzonti mutati della veglia lirica, dove i morti sono presenti, le tinte sovvertite, le apparizioni turbinose.
L’attitudine al reticolo impervio delle analogie rende l’orizzontalità dei corpi un’area di sollecitazione per la memoria, il senso, l’intuizione ulteriore. È noto, a chi scrive, che ciò che più esiste non si vede, e che la Camera Picta del reale, coi suoi esempi di esistenza, non fa che alludere instancabilmente ad altro.
Talora le parole faticano o falliscono, nel risalire il pozzo di tracce e risonanze, e l’estasi del verso è negata. Talaltra emergono con tale facilità da sembrare note, già sentite – la petite sonate de Vinteuil – imponendosi con una caparbietà ferocemente serafica che non lascia scelta se non la trascrizione.
Annotandole, però, le suggestioni più intere svaniscono e possono ritrovare dimora solo in un’altra coscienza radicalmente attenta, capace di scomparire a sé stessa in ascolto e compassione. Perché nella lettura di un gesto lirico, come nell’assenso all’esistente, l’intelletto non basta: occorre un votivo annientarsi, un porsi in ricezione come corpo inerte.
Il vero lettore del regno dei simboli è, da altri, designato: coglie i rimandi in filigrana che armano il reale e li esaudisce senza costrizione. Al lettore predestinato basta un cenno, e tant’è. In questa epigrafica malìa di Cristina Campo si raccoglie tutto il significato destinale e il tragico splendore dell’essere al mondo del poeta.
Per concludere, ti invito, per salutare i nostri lettori, a riportare tre poesie dal tuo libro; e di queste scegline una per condurci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere (nel contesto del libro che l’accoglie).
Ti ringrazio di questa opportunità, e scelgo, per prima, questa poesia. Parla, in modo un po’ velato, di quanta delicatezza occorra, in azioni e parole, per muoversi nel mondo senza fare male:
se la lentezza di un respiro
ritrova l’asse senza bilico, diventa
un foglio immobile di profili
riflessi nell’angelo, dove il calice
del mattino indietreggia illuminando
il cuore nella culla degli orfani,
a tombolo sul filo della notte,
orma nuda che preme l’infinito
come un aratro, dove l’oceano
muove la timidezza di un fiore
*
Questo è, da sempre, un tema nodale di tutta la mia ricerca poetica; insieme alle varie forme d’amore, che in me e in ognuno penso si fondano e amplifichino verso l’alto, nei momenti di grazia, portando la creatura umana più vicina al suo luminoso compimento:
*
il punto vero in cui una rosa s’illumina
è il centro di un bagliore nero che
ripete la candela della mezzanotte
tu, costola di cielo madre, nel ventre
di un’eternità che abbaglia le sue labbra
il piacere radiante, delicato che
ciglia d’innocenza chiudi sulla
terra cauta di un enigma acceso,
che come spina accade spalancando
nel sangue sottilissimo
il profilo tuo incerto, ruscello di
penombra lenta, altalena lenta, rallenta
caldo l’amore
amore
tendimi nella luce
*
quando le tue mani come navi portandomi
a medievali semicerchi d’oro
incendi che ancora brillano
da prima dell’anno mille
e ancora ampie le tue mani come navi
nell’incavo di lago portandomi
un’orchidea di spade, la tua bocca
fiore cardinale verso una notte
tutta chiamata al preesistere,
nitida fino alla scucitura,
la tua suprema serietà nella luce
è un calice di carità,
così le tue mani, cripte caldissime
inarcano al fuoco le pupille dei santi,
nel battesimo di una rosa segnano
l’infinito amare
fino alla misericordia delle nubi
come velieri alati portandomi
***
Isabella Bignozzi (Bologna, 1971) è una poetessa italiana. In poesia ha pubblicato: Le stelle sopra Rabbah (Transeuropa 2021), Memorie fluviali (MC edizioni 2022), I bimbi nuotano forte (Arcipelago itaca 2024), Fermagenesi (Anterem Edizioni 2025), opera vincitrice, nella sezione prosa poetica, della 38^ edizione del premio Lorenzo Montano. In prosa ha pubblicato: Il segreto di Ippocrate (2020) e Cantami o diva degli eroi le ombre (2023), entrambi editi da La Lepre Edizioni. Il saggio Quieto è il mio cuore è uscito per Velar editrice nel 2025. Una sua traduzione dall’ebraico del Salmo 131 è nel Salterio dei poeti, volume realizzato in occasione del Festival Biblico 2025; è presente con suoi testi poetici, saggi e interventi critici in alcuni volumi collettivi; scrive per riviste letterarie cartacee e on line. È stata recentemente insignita, per la poesia, del Premio “Le città delle donne”, creato dalla giornalista e scrittrice Mariagloria Fontana, dal Presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati. Insegna presso il Centro Astalli (Jesuit Refugee Service) di Roma.
(la versione ridotta di questa recensione – intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA dell’08.02.2026, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”).









