Sulla pagina l’esperienza fiorisce. È transcodificata dall’immaginazione, «vera possibilità di un viaggio» che restituisce infinite occasioni per un percorso schietto, fondato sulla volontà di capire, sulla tenacia delle intuizioni, sulle intermittenze di voci, di occhi schiusi, di guardiani arborei, di sogni sul bilico del tempo. Parliamo del libro “Sulla materia opaca” di Wolfango Testoni, pubblicato da “manni poesia”. Un’opera, scrive Maurizo Cucchi nella prefazione, di piena maturità nella quale la “considerevole varietà aperta dei ritmi e del metro di ogni componimento, con un felice ricorso frequente alla prosa poetica, conferisce singolare efficacia al tracciato, e mostra una personalità d’autore che si realizza in modo autonomo sia nel vasto panorama e campionario delle scelte tematiche a cui fa ricorso, sia nel controllo, anche attentamente artigianale, dello stile. Una voce, dunque, tra gli oggi circa cinquantenni, da collocare tra le più interessanti e in evidente, progressiva evoluzione”.
Partiamo dal titolo: qual è stata la scintilla che ha portato il tuo “Sulla materia opaca”, meglio: in che modo la (tua) vita diventa linguaggio? Le parole bastano alla poesia?
In principio fu la sorpresa, poi lo spaesamento per il velocissimo spegnersi dell’amico e, pochi anni dopo, di mio padre. “Tutto ciò che non si può dire”, il segreto di Pulcinella, divenne così, nel tempo, silenzio imbarazzante davanti ai loro corpi che chiedevano qualcosa alla piega di un lenzuolo o al bicchiere d’acqua che, benché a portata di mano sul comodino ingombro di pastiglie, sembrava impossibile da raggiungere. Gli ultimi giorni furono immersi in una feroce attesa, tra dolore e liberazione. Poi fu il turno di una vecchia cartolina raffigurante tre cigni, reperto di una vita leggerissima e lontana: gli anni ’70 con le colonie estive e i grandi dormitori pieni di bambini dove, ogni notte, “gallerie di luce scavavano il soffitto e sui torrioni dell’armadio correvano figure a punta”. L’epoca “dei rossi marittimi” dove “L’infanzia passeggera”, così ricca di scherzi, scaramucce e capricciose solitudini, rimetteva in scena le suore nere, il maestro di ginnastica, le belle signorine che fumavano in giardino, il cane sotto alla tettoia di casa e l’armadillo, reminiscenza di un libro illustrato, che si rinchiudeva a palla nel buio del suo corpo. Non fu dunque una scintilla a dare origine al libro, ma la pazienza della brace. La vita si era imposta con forza nei dettagli, spingeva la testa. Parole e frasi isolate iniziarono così ad assemblarsi, a trasformarsi in connessioni sonore e di senso che cercavano, in qualche modo di esprimere il vissuto in un colore, un gesto, un dettaglio. Credo che, in poesia, tutto stia “nell’apparenza” perché “il dentro è sempre fuori”, nessun dualismo. Se “Il mondo è tutto ciò che accade” come scrisse Wittgenstein, anche la parola è un continuo rinnovarsi. Le parole sono “oggetti” instabili in cerca di un senso mai definitivamente dato. La “materia” dunque è il mondo, l’opacità è il linguaggio che lo tocca, “La felicità è attenzione” scrisse Simone Weil. Un verso, nel mio caso, è il risultato di innumerevoli tagli, negazioni, rinunce. Mostrare, non descrivere. Il problema è ritrovare ogni volta “la voce” sperimentando diversi registri stilistici. Le brevi prose presenti nel libro presentano infatti momenti più discorsivi, voci a distanza, corali, simili a rumori di fondo. Una modalità, questa, già presente ne “Un’allegria più mite” presente nel Collettivo Einaudi “Nuovi poeti italiani 7” uscito nel 2023 e curato da Maurizio Cucchi. Dipingo e disegno e nel libro non mancano riferimenti all’arte: il poster di Cézanne appeso accanto alla finestra aperta sul Monte Sainte Victoire, che rese tanto allegra la donna della Reception. C’era tutta una gioia in quella piccola sala d’albergo ad Aix en Provence. Le parole bastano alla poesia? Bisognerebbe chiedersi se la poesia basti alle parole, vista la realtà così fluida, mutevole.
“continui la tua ascesa a solitudini maggiori”, con un tuo verso per chiedere: la poesia può colmare la pensosa solitudine del poeta, può colmare l’inascoltato?
Solitudini maggiori è la ricerca di un punto di osservazione che consenta una panoramica, un porsi tra le cose. Non credo nella solitudine del poeta, banale tentativo di rivestirlo di chissà quale aura. Il poeta non è mai solo perché il linguaggio vive di continue relazioni linguistiche e umane, dialoga ininterrottamente con gli altri. Dante o Cavalcanti sono qui adesso e la loro voce ha la stessa presenza del glicine che posso vedere dalla finestra.
L’inascoltato? Forse è l’impossibilità di esprimersi una volta per tutte, il verso “finale”, ultimo e irraggiungibile che fa posare la penna. Nulla di metafisico, dunque, vorrei essere spinoziano per il quale “L’uomo libero a nessuna cosa pensa meno che alla morte e la sua saggezza è una meditazione della vita, non della morte”. “Sulla materia opaca”, benché affronti tematiche in apparenza connesse alla morte, è soprattutto un inno alla vita.
La poesia è un destino (al pari della vita)?
Non so cosa sia il destino. L’etimologia, dal latino destinare, composto da de e stanare (fermo, saldo) indica un resistere al flusso degli eventi e non un cammino già deciso. Controllare, prevedere l’ininterrotto flusso degli accadimenti, divenirne in qualche modo padroni consapevoli, è un desiderio che ci accompagna da sempre. Forse è in questo stare saldi, senza per questo divenire rigidi, che la poesia si fa destino. Vivere la nostra precarietà mentre tutto si rinnova può dare alla parola poetica quel tanto di tristezza e quel tanto di serenità che possano, in qualche modo, favorire una vita ben spesa. Non lo so, in ogni caso fatico a parlare della “Poesia”, troppo vago, come dire “alberi o bosco?”. Preferisco limitarmi ai nomi, ai casi singoli: Sereni, Benn, Penna, Rosselli, Frost, Cavalcanti, tanto per citarne alcuni. Maestri da cui attingere perché la scrittura nasce anche dalla “buona” lettura, essere un buon lettore è già molto e credo questo sia valido in ogni campo artistico. Il pittore Lucian Freud lasciava spesso il suo studio e, ancora sporco di colore, correva alla Tate Gallery per capire come un grande del passato avesse risolto un problema pittorico. Sono per la vita e, se in un museo dovessi decidere tra salvare un gatto o un Rembrandt, opterei per il gatto. L’arte non scusa tutto, la vita è “cosa” maggiore.
scelte per voi
Ho visto mio padre
riflesso nel vetro. Mi sono voltato
a guardare le scale deserte,
le porte socchiuse. Quel grido
di voci squillanti, di freschi
germogli spuntati sui banchi.
Mi sono voltato a guardare
nel vuoto e ho visto
me stesso, mio padre, nel vetro.
*
Chi ti ha incatenato, chi.
Randagio/lupo, cane/schivo
lontana è la tua buca la tua felce
la radice. La riva sempre fresca
della sete naturale. Scorre
il rivolo inquinato/schiuma
la ragione tra le tue zampe armate.
Fiorisce
tra gli scarti la prateria sognata
dalla tua immaginazione.
*
“I miei vicini? C’è un giardino sai, stanno dietro la siepe,
li sento cinguettare”
Dirimpettaio
La smettesse una buona volta
il temporale
di sbattere le imposte, di agitare
il panno riacciuffato al volo.
Più vedovo che vivo
continui la tua ascesa a solitudini maggiori,
appena un po’ più in là
di un qualsivoglia più arido paese. E mai
ti ho sentito parlare, mai
uno sguardo al mio saluto
mentre strappi i tuoi calzini dalla pioggia.
Dirimpettaio nasce da un’iniziale antipatia. Vivo al secondo piano di un vecchio edificio affacciato su un piccolo cortile. Di fronte, a portata di fischio, sporge un balconcino di quelli tipici delle case dette a ringhiera. Quel balcone, sole o pioggia che sia, è in minima parte coperto da una tenda sporca e stinta, color nocciola, aggancia male, in balia del vento. Mi siedo spesso a fumare sul terrazzino davanti alla porta d’ingresso. Mi piace, tra una boccata e l’altra, osservare la montagna di Brunate dietro ai condomini, il saliscendi della funicolare e l’immobilità dell’uomo che, quasi sempre alla stessa ora, in piedi, schiena al muro, passa lunghi minuti con la faccia al sole prima di rientrare silenziosamente in casa. È un uomo anziano, ma apparentemente forte, sempre solo, silenzioso e segaligno, un uomo lento. Ogni tanto canticchia cose incomprensibili e non saluta quasi mai. Credo ci senta poco perché, le rarissime volte che, incrociandolo per strada, ha accennato un minimo saluto, ero già distante da lui. Forse il mio buongiorno viaggia a rallentatore rispetto ai suoi pensieri. Dicono che abbia una figlia. Una sera, durante un temporale, uscendo come al solito a fumare l’ennesima sigaretta, vidi la sua tenda incurvata dalla pioggia gocciolare una seconda pioggia sullo stendino da cui pendevano indumenti altrettanto fradici. Provai ad immaginare la scena: lui esce lentamente sul balcone e, mostrandosi più giovane di quel è, ingaggia una lotta con i calzini stesi e con la tenda che si agita, poi, all’improvviso, le imposte agganciate male iniziano a sbattere. E così il mio vicino ridiventa giovane. Per quel che riguarda le “solitudini maggiori” e l’”arido paese”, sono ciò che non conosco di lui, il panorama che immagino del suo passato: la moglie, la giovinezza, i lunghi pomeriggi della sua età e i luoghi interiori che si porta dentro. Il testo è il risultato di innumerevoli tagli, di cambiamenti rispetto all’idea iniziale. Volevo solo descrivere il temporale e, non so perché, ho parlato anche di lui. Azioni e immagini si sono intrecciate o, forse, mi interessavano i calzini che, quella sera, nel vederli in balìa della pioggia, mi sembrarono così tristi. Dopo aver scritto questa poesia, mi è quasi diventato simpatico.
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Wolfango Testoni è nato nel 1970 a Como, dove vive. Ha frequentato l’Accademia di Belle Arti a Milano negli anni Novanta, alternando da allora disegno e scrittura. Ha collaborato con la Casa della Poesia di Como. Ha pubblicato L’amaro sale (LietoColle, 2010) e La prima ora (Stampa 2009, 2013). Nel 2019 ha vinto il Premio Fogazzaro con la silloge In un mutare o nel nulla (Stampa 2009, 2018) e nel 2023 ha pubblicato la silloge Un’allegria più mite nel collettivo Einaudi Nuovi poeti italiani 7, a cura di Maurizio Cucchi. Un testo già presente nel collettivo Einaudi è stato inserito nel volume Einaudi La sposa mistica – Corpi terreni, erotismo divino dal “Cantico dei cantici” a Paul Celan, curato da Giulio Busi (Collana Millenni, Einaudi 2025).
(la versione ridotta di questa recensione-intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA del 25.05.2026, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”).









