Paolo Artale, “allusione alla flora”, la natura è il fine della mia poesia

Lo sguardo diviene lingua che muove dal creato fino a «chiarità lontanissime», l’autore ora dimora in prossimità della luce, ora percorre perimetri addentro la «complessità delle vedute», addentro attese di stupore, di «un giorno propizio», di congiunzioni, di fantasticato giubilo, di consapevolezza (“di fallire, almeno in parte”), di ricordi, «su queste terre si archivia la bellezza per sempre». Parliamo di “Allusione alla flora” di Paolo Artale, pubblicato da “Anterem”.

Partiamo dal titolo: qual è stata la scintilla che ha portato il tuo “allusione alla flora”, meglio: in che modo la (tua) vita diventa linguaggio? le parole bastano alla poesia?
“allusione alla flora” è stato portato come da un vento repentino che sposti il senso acquisito degli scritti precedenti. Voler alludere appunto a qualcosa, anelare a qualcosa con la consapevolezza di fallire, almeno in parte. Come in tutti i miei libri, la natura è il fine della mia scrittura. Tutta la mia vita è votata a questo. In realtà, da molto tempo la frequentazione della poesia americana, in particolare di autrici quali Glück, Levertov, Oliver, è stata la lingua alla quale tendere, sentendomi in sintonia con loro e con il loro linguaggio appunto, che non “spiega” ciò che vede: si situa dove è la natura. In questo modo, la mia vita, attraverso loro, è diventata il linguaggio che cercavo. Naturalmente non tutto diviene linguaggio, dicibile: “le parole bastano alla poesia?” sì e no… dipende molto da ciò che cerchiamo; arrivare a dire tutto ciò che vediamo o sentiamo credo sia impossibile, trasporre in parola il colore di una foglia, che non sia solo parola. La natura, questo è il mio caso, invia messaggi, informazioni, ma cela anche linguaggi che non ci è dato decifrare. Questo mi affascina e il tentativo rimane; a volte si attende la parola giusta per molto tempo e potrebbe non arrivare.

“se poi tutto riemergesse dalle foglie”, con un tuo verso per chiedere: la poesia può colmare la pensosa solitudine del poeta, può colmare l’inascoltato?
“se…” appunto: anche a questa domanda, non posso rispondere in modo esauriente. È sempre conseguenza del nostro “scavo”, più ci addentriamo nelle cose, più cerchiamo di conoscere “la lingua sul fianco delle cose” maggiore, a mio avviso, potrebbe essere la difficoltà a trovare risposte, a colmare appunto l’inascoltato, ciò che ci sfugge. Io, per esempio, passo molto tempo di quello libero, a cercare quel silenzio, quell’ascolto che potrà forse aiutarmi in ciò che scriverò.

La poesia è un destino (al pari della vita)?
Direi di sì, nella misura in cui il nostro destino è a noi sconosciuto. Non dico nulla di nuovo, affermando che è la poesia a sceglierci, a diventare quindi il nostro destino a nostra insaputa. A noi non resta che servirla fedelmente fino a quando sarà possibile. Almeno nel mio caso, è diventata indispensabile, ne avvertivo la necessità, già alle medie e ringrazio quel professore che, senza esserne conscio, mi ha trasmesso questo mistero. Ma non dimentichiamo: la poesia non è diversa dalle altre arti, la più difficile e alta è vero, ma le dobbiamo il “sacrificio” delle nostre notti.

d’altra parte: ecco l’aspetto domestico delle
piogge o ‒ qualcosa in fiore invece non è
cambiata la terra incolta di cui si diceva

domani prepareremo la luce per
tutte le cose che digradano verso il mare – perché

lo splendore non è solo una forma di
riflesso è quello che mi aspetto –

– mirabili comunque i tentativi degli
uccelli di educarsi alla terra –

ma io non ho voluto insistere perché
in questi luoghi gli abitanti piumati erigono
fortezze per i venti incisori e conducono sogni

oggi contraddice tutto ciò che si illumina e
compone foglie aderenti alla terra
saprà inoltrarsi nella luce deviata non

aspettata capacità di separare i
cieli in un unico sguardo

lontano svolgono compiti di persuasione
davanti a moltitudini di fiori così
da una luce all’altra conosce la casa

aspetto, aspetto qualcuno. sempre dopo la
presenza del giglio selvatico – sono
disposta a tacere i rimproveri della luce sono
nel sistema della casa e

tu, da te stessa decidi quale vento deterge le
nostre somiglianze – cosa comprendere delle
imitazioni
verranno a conoscere il bosco – lasceranno ogni
cosa nel suo stupore

portando la lampada in casa – ma era la quiete di
giugno a interessarci non
ti dico tutto ma come si sporgono le cose

aspetto, aspetto qualcuno. sempre dopo la
presenza del giglio selvatico – sono
disposta a tacere i rimproveri della luce sono
nel sistema della casa e

tu, da te stessa decidi quale vento deterge le
nostre somiglianze – cosa comprendere delle
imitazioni
verranno a conoscere il bosco – lasceranno ogni
cosa nel suo stupore

portando la lampada in casa – ma era la quiete di
giugno a interessarci non
ti dico tutto ma come si sporgono le cose

Il testo che ho scelto riassume un po’, credo, il senso di questo libro. Una premessa: devo chiedere scusa a tutte le poesie che lo compongono, dato che all’inizio della stesura ho avuto qualche perplessità, dissipatasi poi, constatando invece le buone impressioni avute da chi se ne è occupato. Questi testi sono sostanzialmente una costola del libro precedente, “conversazioni in giardino”, già apparso su “L’estroverso”, scritti incrociando appunto questi ultimi. Da un colloquio diretto o quasi con la natura, cercavo di conseguenza qualcosa che invece alludesse a essa velando qualcos’altro, lasciando al lettore il compito di indagare. Dire quando sia nato con precisione il testo considerato, è un po’ difficile, direi che sia cresciuto con gli altri, scambiando con essi il senso appunto del “dire”. Grazie quindi al libro che non ha rifiutato di accoglierlo e perdono a me che, pur amandolo (il libro) mi ci sono avvicinato esitante.

Paolo Artale, nato a Busto Arsizio nel 1966, vive a Cantello (VA). Suoi testi o recensioni sono apparsi su: “L’Ulisse”, “Resine”, “Atelier”, “La clessidra”, “L’Ortica”, “Il segnale”, “Gradiva”, “Poesia; “Oubliette magazine”, “Cartesensibili”, “Carte nel vento”; “poeticodiario” (Lietocollelibri), “Poesia Ultracontemporanea”; “Le vie della letteratura” e “almanacco punto” (puntoacapo Editrice); “L’Estroverso”; “Imperfetta ellisse”; “Il tasto giallo”; “L’Altrove-appunti di poesia”; “Alma poesia”. Un suo testo è stato tradotto in spagnolo da Antonio Nazzaro, per il Ha collaborato con puntoacapo Editrice di Alessandria. Ha pubblicato: ”La stagione sconosciuta”- Centro Stampa (1998); “L’abbandono” – EOS Editrice (1999); “Una specie di quiete”- Dialogolibri Editore (2008); “Gli incanti”- Book Editore (2010); “i meli”- puntoacapo Editrice (2014); “conversazioni in giardino”- Contatti Edizioni (2022)- finalista al premio “Lorenzo Montano” 2022; “allusione alla flora”- Anterem edizioni (2025)- finalista al “Lorenzo Montano” 2023 per l’inedito.
Ha ottenuto diversi riconoscimenti sia per l’edito che per l’inedito. Si sono occupati della sua poesia: Angelo Lorenzo Crespi, Lorenzo Scandroglio, Giorgio Romussi, Fabio Simonelli, Marco Merlin, Giuliano Ladolfi, Manrico Zoli, Jacopo Marchisio, Valeria Serofilli, Emanuele Andrea Spano, Tito Cauchi, Raffaele Piazza, Laura Caccia, Davide Argnani, Filomena Gagliardi, Fernanda Ferraresso, Antonella Lovisi, Grazia Calanna, Giacomo Cerrai, Giorgio Bonacini, Rosanna Frattaruolo, Daniela Leone, Marco Tabellione, Alessandro Pertosa.

 

 

(la versione ridotta di questa recensione-intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA del 28.06.2026, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”).

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