ALFABETI DIMENTICATI di Linda Mavian: “Le parole del quotidiano non sempre bastano alla vita”.

Partendo dal titolo: qual è stata la scintilla che ha portato il tuo Alfabeti dimenticati a divenire linguaggio?
Il titolo sottende diversi significati. Il più evidente è quello di alfabeti antichi, andati perduti, di cui si cercano possibili trascrizioni o dei quali non si conoscono le trasposizioni sonore. Possono divenire metafora del mondo onirico, dove i nessi, le conseguenze non rispondono a una logica razionale, ma sono, piuttosto, affini alle modalità del pensiero mitico. Sono vicini ai ricordi che si sedimentano come dei flash nel fluire del tempo. Ricordi, a volte, per me, molto precoci, della primissima infanzia: su di essi non ci si deve soffermare troppo per non perderli. Nella raccolta alcune poesie si riferiscono anche a situazioni non direttamente vissute, a un passato remoto, rivisitato e immaginato per empatia. Gli Alfabeti dimenticati concernono, in qualche modo, l’alfabeto armeno – la mia famiglia è in parte di origine armena – alludono a un luogo interiore/anteriore connesso all’infanzia, alla presenza delle nonne, ai loro racconti. L’armeno parlato in famiglia è quello della diaspora occidentale, ora in via di estinzione, una koinè commista di vari apporti, in cui sono presenti anche parole di cui non conosco l’origine. Senza pretese scientifiche, mi affascina pensare che alcune radici fonetiche, che non so collocare, possano essere relitti superstiti, un trasferimento da più remoti linguaggi perduti, una sopravvivenza assimilata da altre lingue antiche. Vi è un sovrapporsi di temi e significati. Il sogno è, per certi aspetti, un tratto distintivo della cultura orientale e, nella storia della mia famiglia, ebbe un ruolo nel determinare scelte che ne furono la salvezza. Nei racconti gli accadimenti si trasferivano senza quasi cesura dal sogno alla vita reale, superavano con naturalezza la soglia della dimensione onirica, per fare ingresso nella realtà. Tale inclinazione si è trasferita alla mia poesia.

Le parole bastano alla poesia? La poesia è un destino?
Le parole della poesia, con il loro significato, con la loro musicalità intrinseca, possono giungere a un’adesione completa alla vita, coglierne il senso profondo; le parole del quotidiano non sempre bastano alla vita. A volte avviene che alcune mie poesie siano trascrizioni di sogni. La fase di dormiveglia cancella in me le barriere poste dall’autocensura e quindi mi consente un fluire più libero di sensazioni e emozioni, ma non è, naturalmente, questo il solo modo in cui scrivo. Nella raccolta sono presenti tracce, sequenze filmiche, lacerti di colonne sonore. Sono evocati luoghi, situazioni rimaste sospese, da decifrare, dialoghi inespressi. La poesia consente di dare loro voce. Frequente è la presenza del giardino, tema connesso all’infanzia, quella porzione di spazio, l’hortus conclusus, in cui ho sperimentato la scoperta della natura, dove ho giocato con mia sorella Rosanna, a cui è dedicato il libro, giardino che ora rientra nella categoria della perdita e dell’assenza. È, d’altronde, indispensabile e necessario acquisire ed esercitare l’arte di perdere – cui si riferisce Bianca Tarozzi in una recensione su “L’immaginazione” del maggio scorso – per poter sopravvivere e vivere. Mi affascina una sorta di impermanenza, di situazioni destinate subito a trasformarsi in altro, ma che, proprio nel breve momento in cui sussistono, così vere, sono capaci di esprimere in pieno la loro intima essenza e di fluire indelebili nella sequenza temporale. La poesia offre loro questa possibilità. Come molti ho iniziato a scrivere da bambina. Non so se la poesia sia un destino; per me si è trasformata nel linguaggio con cui comunicare.

Per concludere, ti invito a riportare qualche poesia dal tuo libro.
Volentieri, ne scelgo una da ciascuna delle quattro sezioni che compongono la raccolta.

alfabeti dimenticati
ne rimane un riverbero sonoro
come ero erano loro
campi elisi sorrisi
riflessi di narcisi
strade polverose rose
sandali ali

*

la voce proveniva da lontano
fuori dal palcoscenico
era un canto sommesso
così a volte anch’io canto
qualcuno mi salutava
volgendo le spalle nella neve

*

piccoli regali al mio
motore di energia in avaria
una stanza di bianco e di niente
forse sufficiente
a togliere ogni peso dalle ali

*

è impalpabile la dimensione temporale
passano ere ore
il millennio ha cambiato nome
vorrei un rapporto diseguale
poterti contemplare
raccontarti il futile e l’essenziale
e dopo avertelo detto
sperare che tutto divenga semplice perfetto

Linda Mavian è nata a Venezia, dove vive. Laureatasi in Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università Ca’ Foscari e perfezionatasi presso l’Università di Padova, ha lavorato nel settore dei beni culturali e del paesaggio. È tradotta in spagnolo, francese, armeno, cinese e inserita in più raccolte antologiche. Pubblicazioni: Alfabeti dimenticati, La Vita Felice 2025; I rimanenti mari, Campanotto 2014; Dove la città diviene cielo, Supernova, 2011; Aliante del mattino, LietoColle 2008; Città leggera, Marsilio, 1999; Dattiloscritto d’acqua, Edizioni del Leone, 1994.