“Un prestito dell’esistenza” di Stefano Vespo. “La poesia è portatrice di una completezza e unità in grado di offrirci una guida”.

«Andavi per la tua strada – ma vegliando nascosto,/ con un fischio ogni tanto, da lontano, la mia». Un verso scelto dal nuovo intenso libro di Stefano Vespo, “Un prestito dell’esistenza”, pubblicato da “Pietre Vive”. Leggendo emerge la forza genitoriale della poesia, ci conduce dentro «il senso/ del tempo che si vive», dentro la bellezza impalpabile, dentro la luce, l’aria, la memoria. Un sentiero che, nell’invalicabilità del presente, nell’attesa di una «parola possibile», guarda «ai nomi certi delle cose», «al profumo/ di ciò che si rinnova», alla contemplazione del «solitario incanto», avverso l’«ostinazione cieca del male», fino alla «gioia intera del vivere»

A partire dal titolo sul quale mi piacerebbe potessi soffermarti, qual è stata la “scintilla” che ha portato il tuo “Un prestito dell’esistenza” (Pietre Vive Editore)?

Il libro di poesia che ho scritto è l’analisi di un processo, che inizia da un confronto sofferto con l’esistenza e arriva alla comprensione di un nuovo percorso. Il confronto più drammatico è avvenuto con la memoria. Ad un certo punto della vita si può vivere la sensazione che la nostra memoria appartenga ad un altro, tanto sono diverse dal noi di oggi le figure che siamo stati in passato: è una sensazione che ci fa sentire enormemente ricchi, ma che può anche sconcertarci. La memoria assume allora quel carattere fascinoso e terribile che è difficilissimo aggirare e superare senza una buona guida. Si percorrono reminiscenze squadernate di fronte a noi come pagine da rileggere, pagine da comprendere seriamente. Dei prestiti che vanno pero restituiti. Il passato va ricucito dentro un destino. Questo “prestito dell’esistenza” può prendere anche una forma, ad esempio può assumere la forma dell’adolescente. Un adolescente che cammina ancora accanto a me, talvolta; oppure che prende strade impossibili, avventurose. Tutto il libro non è altro che un viaggio verso una comprensione essenziale: quella figura così distante è in realtà la parte essenziale di me, proterva e solitaria. È la poesia stessa.”

Oggigiorno, poesia per chi? Perché? Le parole bastano alla poesia?

Un tema importante del mio libro è quello della morte. La memoria e la scrittura sono due preziose alleate nell’affrontare il passaggio rappresentato dalla morte. Inoltre, questo tema è tra quelli che più ricorrono oggi tra i poeti italiani. Perché proprio la morte? Essa è una soglia, un limite, e la poesia è l’esperienza stessa della soglia. Cosa vuol dire questo? Anche se oggi è in voga una certa reticenza a scrivere parole come ‘cuore’ oppure ‘anima’, la poesia occupa proprio l’interstizio tra corpo e anima, visibile e invisibile, suono e silenzio. La poesia la si può incontrare, in un testo, in luoghi inaspettati: una rima, un aggettivo, spesso nel bianco lasciato dai versi. È una lingua erratica, di cui tentiamo la traduzione, senza che le parole siano mai completamente esatte. Anzi, la poesia appare proprio in quello scarto. Eppure, è la lingua della poesia che ci permette di salvare l’essenziale. Quale linguaggio allora può parlare della morte se non la poesia? Le parole non basteranno mai alla poesia, per fortuna, proprio perché essa sta costantemente affacciata verso quell’orizzonte. Per chi, la poesia? Forse la mia riflessione è paradossale: oggi l’efficienza delle macchine, la loro rapidità e precisione anche nella sfera del pensiero, la loro immortalità, hanno fatto precipitare nel discredito la nostra forma umana, destinata invece alla morte. Questa dimensione è in fondo quella che ci dona la possibilità dell’apertura verso l’imponderabile, è quella che ci consente la meraviglia, l’intuizione. La poesia è per le donne e per gli uomini.

“La profondità del cielo, è gremita di rondini/ nere, taglienti scritture/ di una parola possibile.”, con i tuoi versi per chiedere: qual è (o quale dovrebbe essere) la lingua ideale della poesia?

La lingua ideale di una poesia è quella che ha percorso tutte le forme retoriche, tutte le strutture metriche per arrivare alla constatazione della sua insufficienza. La mia esperienza di lettore di poesia mi ha condotto a questa convinzione: senti vibrare la poesia sempre accanto alle parole che leggi. Un sonetto di Petrarca è in grado di traghettare la poesia fino a me, percorrendo i secoli. Ma arriva come qualcosa che è passata attraverso le maglie delle strofe e delle rime.

Ad oggi, dove sei stato condotto dalla poesia? Qual è stato l’insegnamento?

La poesia non è soltanto scrittura, ma è una forma del pensiero, una modalità di conoscenza. Per scrivere una poesia bisogna saper congiungere le due anime che per natura tutti possediamo: quella femminile, che ci dona le intuizioni e le conoscenze; quella maschile, che è pervasa dalla volontà di espressione, dall’astuzia della parola. La poesia, in questo senso, è portatrice di una completezza e unità in grado di offrirci una guida. La poesia mi fa sempre cogliere ciò che è autenticamente importante. Il mio libro è anche e soprattutto questa presa di coscienza, questa assunzione di responsabilità, nei confronti della poesia. Mi rendo conto che ciò che dico contrasta in maniera preoccupante con il modo in cui oggi i poeti vivono la condizione dalla poesia: una condizione di inattualità, di marginalità, di incomprensione. Eppure, proprio oggi, e proprio perché è così, non bisogna chiudere gli occhi davanti alla sua enorme importanza. Anche a costo di apparire ingenui.

La poesia è (anche) la lingua dell’invalicabile?

“La poesia valica l’invalicabile, perché di per sé precede la parola.”

La poesia può colmare l’inascoltato? Può preservare-ancora “il senso/del tempo che si vive.”?
La poesia ci indica proprio che vi è un inascoltato: che non tutto è parola o concretezza sensibile. Ricapitolando i passi del nostro cammino, ci accorgiamo proprio dell’inascoltato: dell’insospettabile direzione che hanno sempre avuto i nostri passi. La poesia è proprio questo inascoltato che ci salva.

Per concludere salutando i nostri lettori, ti invito a scegliere (riportandole) tre poesie per i nostri lettori; tra queste per una in particolare (sceglierai tu quale) ti invito a portarci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere.

Scelgo un testo dalla sezione centrale, che da il titolo al libro, e le ultime due del testo. La poesia che conclude il libro, Vulcano, descrive un’esperienza molto forte, che ha coinvolto me e i miei allievi. Avevamo deciso di trascorrere una vacanza, prima degli esami di maturità, proprio a Vulcano, una delle isole eolie. È un’isola che ha sempre esercitato un fascino particolare su di me. Eravamo saliti in cima al vulcano e avevamo goduto della veduta delle isole e del mare. Poi, lungo la discesa, i miei ragazzi hanno cominciato a chiedermi se io credessi all’immortalità dell’anima. Ne nacque una bellissima discussione, in quell’ora del tramonto, circondati da un paesaggio straordinario. Io cercavo di riportare le argomentazioni dei filosofi, per contrastare la loro incredulità, ma in fondo nemmeno io ne ero veramente convinto. Il mattino dopo una delle ragazze ricevette la notizia della morte improvvisa del padre. Rientrammo, perché sapevo che era importantissimo per lei vedere il suo corpo prima del funerale. I giorni successivi li dedicai completamente a lei, con una preoccupazione dedizione tali che andavano ben oltre quelle naturali al mio carattere: c’era l’esame da sostenere e bisognava aiutarla, convincerla a sostenerlo. Era così potente la corrente d’affetto che mi trovavo a convogliare su di lei che non poteva essere soltanto mia.
Quella corrente cessò improvvisamente soltanto quando gli esami terminarono. Era andata benissimo. Ed io avevo finalmente ricevuto la certezza autentica dell’esistenza dell’anima.”

 

Un prestito dell’esistenza
V

                     ma tu riprendi il tuo viaggio,
la tua certezza è sacra, inviolabile
il tuo momento: la prua della mente
solca diritta il mare.

Agire, agire! Perché si possa
sentire di nuovo il tempo,
perché ritorni a pulsare, a correre
senza freno, aperto
di fronte a noi!

Hai fretta d’abbandonarmi
ai miei pensieri, che si fermano
dove inizia il tuo volo,
su quella spiaggia dove batte
senza orizzonte un corteo
di onde sempre uguali.

lo sono ancora il fanciullo
che nell’incanto di un’ora estiva
andava senza meta
lungo l’ombra dei canneti,
che bastava a sorprendere
un lampeggiare d’ali tra gli alberi,
e una meraviglia
lo salvava.

Sentiero

Sotto ogni parola pronunciata,
sotto ogni faticoso giorno,
vedi chiaramente un sentiero
tracciato senza alcuna memoria
di te.
                  Sale vuoto tra erbe dall’odore
amaro, scompare sopra l’altura,
dove una sparuta preda si cela
al lento volteggio della poiana.
E conosci chiaramente che tutto
poggia sopra quel sentiero.

Vulcano

Alla fine, anche gli aridi cespugli
della ginestra erano spariti,
le radici sbucavano contorte
dagli anfratti e iniziava la distesa
di sassi e di sabbia, sulfurea
e sanguigna. Risalimmo allora
il crinale a strapiombo
sopra il cratere: il vento,
mutando ad ogni istante, disperdeva
le fumarole, smarriti fantasmi
intorno al cieco varco.

                    Le nostre voci,
pacificate nell’estrema
confidenza della sera,
si chiedevano se tutto
debba finire, o se qualcosa,
dopo, rimanga. Li, per noi,
era certo, era evidente,
ricordi?

Poi
giunse il momento.
Su una sedia, in un angolo
del sagrato, esile, piegata,
come un fiore senz’acqua, guardavi
le pietre del selciato, dure,
impenetrabili, come il luogo
dove infine portavano tuo padre,

Allora,
                       un vento sembrò risalire
dalla terra, un’oscura corrente
che bramava ancora un corpo con cui
abbracciarti, sentire il tuo sospiro
bruciargli sul petto, della tua voce
il bisbiglio nell’orecchio e godere
del tuo volto abbandonato alla luce,
felice.

Ti ha cercata,
la buia necessità dei morti,
quella pena che il cuore indurisce
come la scorza di un frutto appassito.
Guarda l’ombra degli alberi che freme
silente e copre il muro lungo il nostro
cammino: è il solo dono che ci spetta
da loro, dai loro ciechi passi
che s’allontanano da noi.

Guarda,
in questo mattino, come sbocciano,
in cima alle siepi, i fiori
dell’oleandro, guarda
come il loro sangue si fa più puro,
più limpido, senti
come giunge a noi
il loro profumo,
amaro e dolcissimo.

 

 

(la versione ridotta di questa recensione-intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA del 28.07.2026, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”).

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