Il nuovo libro di Federica Iandolo, “L’ultima generazione di Gaza”: quando la testimonianza diventa memoria

di Katya Maugeri

«Non chiediamo la pietà ma la testimonianza». È la frase di una madre palestinese, Munira Elnajar, scelta da Federica Iandolo, giurista e ricercatrice, per aprire L’ultima generazione di Gaza, edito da Nulla Die edizioni. Un’inchiesta attraverso le testimonianze. Ed è anche una chiave di lettura efficace per un libro che nasce proprio dall’esigenza di raccogliere voci, esperienze e testimonianze per trasformarle in memoria. L’autrice non costruisce un racconto lineare della guerra, ma affida l’inchiesta a una pluralità di interlocutori: operatori umanitari, giornalisti, storici, attivisti, persone impegnate sul campo e protagonisti di iniziative di solidarietà. La struttura del saggio riflette questa scelta, alternando testimonianze, riflessioni, dati e approfondimenti sull’informazione e sulla tecnologia.

Il risultato è un libro che prova a guardare Gaza da più prospettive, senza nascondere il punto di vista dell’autrice. Iandolo lo dichiara fin dalle prime pagine: il volume riflette la sua prospettiva e raccoglie testimonianze attraverso interviste. Allo stesso tempo, precisa di aver cercato interlocutori differenti e segnala anche l’assenza delle comunità ebraiche italiane, invitate a partecipare ma che non hanno dato disponibilità. «Il mio intento è quello di fotografare una realtà e non dare giudizi», scrive.

Uno degli aspetti più significativi dell’opera di Federica Iandolo, è il tentativo di sottrarre le vittime alla dimensione astratta delle statistiche. Nelle testimonianze degli operatori umanitari, la guerra appare attraverso il lavoro quotidiano, gli ospedali, i feriti, le famiglie e le persone costrette a vivere in condizioni estreme, la distruzione non è quindi soltanto un dato: diventa esperienza individuale. È nelle storie raccolte durante le interviste che emergono la perdita della casa, la morte dei familiari, la paura e, insieme, la capacità di resistere. Una delle testimonianze ricorda come le persone incontrate a Gaza rimangano nella memoria proprio attraverso episodi quotidiani, spesso difficili persino da raccontare.

La prefazione, a cura della giornalista Laura Aprati, pone una domanda importante: come raccontare ciò che accade a Gaza quando ai giornalisti internazionali viene impedito l’accesso al territorio? In questo contesto acquistano un peso particolare le testimonianze dei giornalisti locali, che diventano gli occhi attraverso cui il resto del mondo può conoscere ciò che accade. Il libro non si interroga soltanto su ciò che viene raccontato, ma anche sul modo in cui una guerra viene documentata. Da qui nasce la parte dedicata alla manipolazione delle immagini, alla cartografia, ai dati satellitari, alla geolocalizzazione e all’intelligenza artificiale. In un conflitto nel quale immagini e informazioni possono essere utilizzate per documentare, interpretare o manipolare la realtà, la domanda sulla veridicità delle prove diventa parte stessa dell’inchiesta. La forza del libro sta anche nella sua struttura corale. Iandolo pone spesso le stesse domande a persone con ruoli differenti, nella convinzione che esperienze diverse possano ampliare la comprensione dello stesso fenomeno.

Accanto agli operatori umanitari troviamo giornalisti e storici, quindi le Storie di speranza, le testimonianze di persone in prima linea, i soldati israeliani in Italia e la Global Sumud Flotilla. Il libro si allarga poi alla questione dei dati e alla trasformazione tecnologica della guerra. Questa varietà impedisce che Gaza venga raccontata attraverso una sola dimensione: la tragedia umanitaria si intreccia così con la storia, la geopolitica, l’informazione e le trasformazioni tecnologiche. Nonostante la durezza delle testimonianze, il libro lascia spazio anche alla speranza. La dedica dell’autrice è rivolta al popolo gazawi, agli israeliani che credono possibile vivere insieme in pace, ai giornalisti, ai medici, agli operatori umanitari e a chi continua a cercare verità e umanità.

L’ultima generazione di Gaza non racconta soltanto una generazione cresciuta dentro la guerra: pone implicitamente una domanda su ciò che resterà delle sue esperienze e su come verranno ricordate. Il libro di Federica Iandolo prova a rispondere raccogliendo le parole di chi ha visto, ascoltato, curato, raccontato e vissuto quella realtà. Perché, in questo caso, testimoniare non significa solo raccontare il presente, ma anche impedire che quelle voci scompaiano.

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