“Nel tempo” di Letizia Dimartino

Igor entra nella camera, divani bianchi e tende che svolazzano. La città fuori che sembra sola nell’ora tarda, i tetti rossi che si coprono di nero cielo. Amici che sorridono, gentilezze e capi inclinati, la tavola con la tovaglia ben tesa, i bicchieri tozzi e pesanti, il vino appena stappato. Igor ha una camicia sbottonata appena sul petto perfetto, una leggera stempiatura, la sua altezza che lo rende diritto. La sua vita semplice eppure diversa, lui bambino nel letto della stanzetta in penombra, suo padre che si siede e gli parla prima del sonno, le parole per calmarlo, la manina stretta, ciò che avverrà di entrambi, gli anni che saranno difficili. Le donne che lo guarderanno, il loro desiderio. Il suo. L’amore.
E i corridoi d’ospedale.
Ma adesso gli amici si siedono a tavola vociando un poco, scelgono il posto casualmente, Igor sa di non avere limiti, nessun livido. Non vuole ricordare. Accanto si trova una giovane dai capelli di biondo nordico, innamorata del compagno che ha da pochi mesi, amico di Igor. Lei mangia e si sofferma spesso. Gira il capo per guardare Igor che ride alle parole di tutti. Lo osserva, e poi gli dice, piano: il suo orologio ticchetta fortemente.
E gli occhi lo fissano.
Igor resta in silenzio, lo sguardo che scivola lungo i mobili, il soffitto, le luci accese, i piatti colmi, la frutta disposta elegantemente.
Le sue labbra come sornione, la testa che si abbassa e poi si avvicina all’orecchio di lei, le scosta i capelli: è il mio cuore, operato da poco, ticchetterà spero per sempre, altrimenti non potrei vivere.
Si asciugano entrambi le bocche, gli occhi abbassati. Il silenzio improvviso, solo il cuore di Igor fa rumore. Quello della vita. Della libertà

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Amos non vede più. Gli occhi suoi brillano ancora, sotto il colore tenue di un celeste invecchiato, annacquato. Luce ama il suo camminare lento per la casa, il toccare sfarfallando le mani pallide, allungandole nel vuoto. Luce gli sorride e sa che a lui giunge il sentore delle sue labbra schiuse. A volte si guardano, l’una di fronte all’altro, eretti, le braccia sulle spalle e fermi. In un gioco di silenzi e anche di parole, quelle che si dicono fra loro in ogni momento. Amos vuole uscire ogni tanto, sentire l’aria sugli occhi, fredda e pungente e che li fa rivivere. Luce lo trascina e ha un passo veloce, col desiderio di portarlo ovunque. Lui ha invece una grazia nel camminare, come se dovesse spiccare il volo col tremito delle ali. Sa che la città può essere tutta sua, nel ricordo di ciò che era stata per lui, nel bagliore e nella bellezza, nel rumore che adesso sembra lo sovrasti sempre di più. Il senso a sopperire, l’odore di marcio e di vita. Luce gli parla, gli stringe la mano e poi il braccio, lo conduce per strade nascoste e a lui sconosciute. E poi d’un tratto lo bacia. E Amos ha un sussulto. Una piccola paura. Ride poi, la cerca fra i capelli, allunga il collo e non la trova e ha il timore di restare solo. Luce allora poggia la testa sulla sua spalla per un attimo e attende. Lui fa un passo, senza direzione. Ambedue hanno perso qualcosa, lo sprazzo necessario, forse, forse la fede che fa stare in piedi e che fa delle cose tutte la ragione del vivere. Un clacson li risveglia, Luce porta Amos in un vicolo stretto e buio e gli dice che sono su un viale alberato, poi sente che piangerà in silenzio ma Amos può sentire il rumore delle sue lacrime. Ed è come felice, finalmente

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La città avvolta dallo scirocco, le strade ancora vuote, l’aria che trema, i finestrini dell’auto abbassati, una estate che si prolunga e ci abbatte. Il neurochirurgo mi aspettava. Due baci e il suo sorriso. Il mio parlare, gli occhi spesso umidi, il suo sguardo che si allontanava, la stanza dalle tende spesse, il senso di grande peso sul mio cranio, la sua comprensione, il poco da fare, il racconto delle mie giornate, lui che vuole sapere, come felice. Il desiderio di rivederci per un conforto. La stretta di mano, l’abbraccio. Lui che prenderà un aereo per tornare dai suoi ammalati lontani, in ospedale, in una città diversa, in questa giornata che finirà col calore di un autunno fittizio, la mia vita che rivendica ragioni e leggerezza, quel che non avrò. Mi è rimasta una domanda in sospeso, la solita, cui so che non avrebbe risposto. Meglio tacere. E ho voltato le spalle. Fuori il giallo del sole, gli abiti incollati, la sensazione del mio sempre. Il non possibile: abbracciarci. O sì, per ritrovarci

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Entrò in città. L’attesa al semaforo era snervante. Il caldo penetrava dal finestrino abbassato con folate di vento denso. L’aria era opaca nel cielo lattiginoso. Il suo clacson non funzionava – meglio così. Lo sorpassavano con compiacimento. Si vergognava, era come fuori dal tempo perché avanzava lento e non sgusciava quando conveniva, ma restava incolonnato. In compenso conosceva bene la strada che avrebbe dovuto percorrere, prima o poi sarebbe arrivato. Gli altri guidatori suonavano frementi ma lui era calmo e metodico, non permetteva che lo travolgessero neanche nel pieno di un mezzogiorno d’aprile in una città ampia e nevrotizzata. Napoli. Poi vide il mare. Era lì, smosso, metà verde e metà celeste. Scese il finestrino per sentirne il profumo. Sul lungomare la fila delle auto era meno intensa, si sentì libero di procedere piano come piaceva a lui, per meglio poter guardare. C’erano barche a vela, esili, e qualche surf lungo la costa, un po’ lontani però. Era un principio d’estate. Si fermò, non aveva previsto la sosta ma era indispensabile perché quel panorama inaspettatamente sereno gli giovava. Era venuto lì proprio per godere dei benefici dell’aria, la clinica poteva aspettare. Spento il motore, il caldo si fece risentire nell’abitacolo, così scese, si asciugò con il fazzoletto la fronte umida, tolse la giacca inutile e respirò la brezza.
Ora il cielo era meno caliginoso, più trasparente, lo strato di nubi sciroccose sembrava si diradasse e, in un ampio spazio, si sfilacciasse, facendo penetrare il sole tiepido. Stava appoggiato alla ringhiera impolverata in un punto in cui il mare penetrava fino allo sbarramento di cemento e i flutti inevitabilmente si facevano alti e odorosi. La collina che si stendeva di fronte era punteggiata da palazzi alti e ville sontuose. Lui doveva raggiungere quei posti, la clinica era affondata nel verde, naturalmente, a dare un ‘idea rassicurante. Il ricovero sarebbe stato lungo ma necessario. La camicia gli si gonfiava sulle spalle, i capelli si smuovevano leggeri. I rumori sembravano attutiti, le auto veloci. Non c’erano passanti, stranamente per Napoli, lui solo guardava, nella calma dell’ora, il mare. Beveva aria e profumi, la salsedine la sentiva sulle labbra, sulla poca pelle scoperta. Lo scirocco non è mai piacevole, rende stanchi, inginocchia le gambe, offusca i pensieri – i suoi erano disordinati. Il primo pomeriggio iniziava, doveva andare. Lo strato leggero di nuvole aveva coperto lo spazio vuoto d’azzurro e tutto era di nuovo giallo, il vento si era intensificato e spingeva le poche barche verso gli scogli. Rientrò nell’auto, dopo un sospiro. Accese il motore, non si smosse subito, però, attese qualche minuto ancora, le mani strette al volante, le braccia rigide e tese, gli occhi sull’orizzonte offuscato. Le nuvole premevano e la cappa lattiginosa la sentiva sul capo, pesante. Tirò su il vetro e partì. Il Vesuvio fermo e maestoso.

” Del giorno in cui l’ammalato della camera 28 giunse qui, ho pochi ricordi, ma ho davanti l’immagine di un uomo sudato, affranto nel volto, dal sorriso incerto. Aveva poche cose con sé, questo sì, e mi guardava fissamente, in attesa. Veniva da un paese montano. Aveva fatto il viaggio in auto, solo. Nessuno ha mai chiesto sue notizie. I suoi movimenti erano lenti, quando si spostava per i corridoi sembrava non dovesse mai raggiungere la meta. Non doveva avere mete. Tutto era sospeso intorno a lui. Guardava alla finestra, quella in fondo al corridoio. Stava appoggiato leggermente all’infisso e sostava a lungo. Da lì si scorge il mare, lontano però, e incorniciato dagli alberi della nostra villa. E più di ogni cosa si vede il cielo che sembra alto, grosse nuvole lo sovrastano e poi si fermano sulla collina. Lui diceva che ogni città ha le sue nuvole, queste non le riconosceva, erano diverse, l’aria gli scompigliava i pochi capelli, arrossava le guance pallide e un fremito pervadeva il suo corpo che conoscevamo come inerte e passivo. Le sue parole erano rare, un’ombra di nostalgia si soffermava sugli occhi statici. Della vita che freme in città a noi non arriva niente, solo il luccichio dei neon nella notte silenziosa, una luce intermittente che ci fa come sognare, ma sono sogni duri e poco raccontabili, restano nella profondità dei risvegli e ci inducono ad iniziare la giornata con fatica. Lui doveva farne di simili, le immagini sembrava che attraversassero il suo sguardo più volte in un incantamento, per poi spegnersi nel grigio delle ore dolorose. Ieri è andato via, con la sua auto. Si è inoltrato per il vialetto ombroso ed è scomparso, oltre la prima curva. L’ho visto giungere giù in fondo alla discesa, oltrepassare il cancello. E poi basta. La città, stesa sotto la collina, lo attendeva. Il suo rumore giunge fino a me, lo riconosco perché è un brusio sordo. Mi fa spesso compagnia.
Quell’uomo si è portato la sua solitudine.
Qui, non ha lasciato niente”. Il Vesuvio lo attendeva nella sua magia

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Sara aveva sguardi solo per Alfio, che era bruno e torvo in certi momenti. Lei gli sorrideva spesso, lo attendeva sdraiata su di un divano antico, dal tessuto setoso, in una camera che si affacciava sulla via centrale chiassosa e assolata. Metteva una bibita ghiaccia sul tavolo, girava le fettine di limone e sollevava le gambe abbronzate e brevi. I suoi riccioli scuri sulla fronte, il tempo che le sembrava infinito.
Alfio arriva in ritardo e le sorride inclinando il capo: il bianco acceso dei suoi denti per lei. Escono nel caldo del pomeriggio, cercano il mare in fondo alla piazza larga, gli scogli lucenti. Le dice che non la ama, così, d’un tratto. Mentre insieme guardano l’orizzonte. Mentre la gonna di lei si solleva leggermente per la brezza del tramonto. Mentre non hanno pensieri e tengono le mani intrecciate. Mentre la città romba alle loro spalle. Mangiano un gelato velocemente, i caffè si riempiono, l’asfalto è nerissimo, e loro immaginano la campagna e i castagneti e l’ombra dei villini antichi che si affacciano sul mare lontanissimo. Poi lei lo tocca e gli sposta il ciuffo incolto dalla fronte. I ristoranti si illuminano piano piano, i pesci freschi vengono adagiati sulle alghe e sul ghiaccio triturato, le loro bocche spalancate e differenti. Sara sa che dovrà tornare a casa da sola per sempre. Che è la loro ultima passeggiata, che dovrà dimenticare ogni attimo di questo pomeriggio, e degli anni trascorsi senza mai parole ma con abbracci furiosi che lasciano scontenti. Prende il cucchiaino, che lui sta usando, per baciarlo, in un gesto che non ha significato. Le labbra di Alfio non la toccheranno più. Lei finirà di amare, forse per sempre. Le strade, le spiagge, i mercati, i chioschi, le piazze quadrate, i luoghi sugli scogli, ogni punto della città verrà dimenticato in un attimo. Come mai vissuto. Torna a casa e spegne le luci. Si sentono solo le voci allegre fuori, i clacson impellenti, il nervosismo di chi vive a Catania. E l’amore che non esiste più, perduto in un pomeriggio di fine agosto. Il bacio non dato. Il silenzio e la sera pesante sul letto dalle lenzuola di lino, la camera calda e il senso che non esiste

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Dina è una donna minuta come il suo nome.
La sua piccola statura non le ha mai procurato problemi: sconosce gli oggetti visti dall’alto, le manca un’altra visione della realtà, solamente questo.
Ha sul comodino laccato di bianco una vecchia sveglia d’argento annerito e uno specchio rotondo su cui guardarsi tutte le volte in cui crede di perdersi e nel quale si ritrova – volto ingrigito senza sorriso.
Il borsone è pronto, spalancato sulla cerniera ma nascosto nel misero armadietto.
Le sue gambe tremano un poco quando inghiotte l’ultima pillola rossa. Fuori le luci illuminano una nebbia appena addensatasi che spinge pesantemente sui vetri.
Il ticchettio della sveglia si ingigantisce.
” Gentile dottore Accorsi
quanta fatica nel decidere, dico solo decidere, di scrivere queste poche parole. Sono necessarie, però.
Ci conosciamo da tempo, da troppo tempo. Non ci vedremo più perché me ne andrò e non tornerò. Nessun malanno improvviso mi indurrà a tornare. Cerchi di credere a quanto le sto dicendo. Quante volte sono venuta a cercarla, mia unica speranza! In certe mattine gelide di gennaio che tutto era trasparente e vitreo mentre la mia anima era calda e piena. O in certe primavere appena abbozzate in cui le dicevo di aver sentito per tutta la notte le rondini – il suo sorriso dottore come lo ricordo bene, un lieve sorriso di condiscendenza.
O ancora gli arrivi timidi e insieme tumultuosi (dentro, dottore, ero tutta un fragore) nelle sere d’estate quando le finestre erano spalancate sul giardino, gli altri ammalati sembrava mi attendessero lì seduti immobili sotto una luna poco amata, sì poco amata, perché non splende certo per chi sta male, lo sappiamo bene noi che di certe nottate godiamo poco e il cielo è nero e basta, solo nero e attendiamo la luce del sole per meglio mettere ordine nel corpo – una pillola alle 9, 30, quella verde dopo un’ora, a pranzo la flebo e poi … poi…
E invece parto allo stesso modo in cui sono sempre partita con il mio borsone pieno di piccole cose, sempre le stesse che ormai conservo in fondo all’armadio pronte per essere arraffate nei momenti di panico, il cappottino grigio scuro e la sciarpa più volte avvoltolata al collo.
Nessuna medicina in tasca, solo un biglietto di ritorno e lo specchio, quello sì, per ritrovarmi durante il viaggio e poter dire che sono io, solo io, quella donna che si specchia, vera, con ciglia diritte, due lunghe pieghe ai lati della bocca, due piccoli nei sul mento, un leggero cedimento che segna i contorni del viso, capelli di un improbabile biondo e occhi, dio dottore, che occhi.
I miei occhi lei li conosce. Non glieli ricordo. Adesso sono gli occhi gonfi di chi vuol scappare, di chi ha pensato per intere notti, di chi ha desiderato, di chi ha immaginato un tragitto conosciuto e lo ha arricchito di colori, finalmente.
Lei sarà contento nel leggere questa lettera, forse la attende da tanto tempo, è la risposta al suo lavoro, un lavoro che non le ho mai invidiato. Invece lei ha invidiato a me le risate improvvise, rare, ma ampie, le risate che portano alle lacrime, lacrime che scendono giù velocemente e non vengono asciugate subito. Si lasciano scendere per il viso, libere senza vergogne, le lacrime che ridono e non certo le lacrime dei pomeriggi solitari trascorsi davanti alla TV accesa – perché e per chi? – e il mondo cade e ricade e ricade e loro corrono sul collo, solleticano il petto bagnano il golfino e bisogna subito asciugarle prima che arrivi l’infermiera.
Ha invidiato i miei ritorni a casa sul pullman per meglio io godere i prati oltre il finestrino, per sentire sbattere la vecchia tenda impolverata sul viso, per sobbalzare sulle troppe buche di una strada dissestata.
La lascio e lascio pure sul comodino una mia fotografia non recente, risale ai tempi in cui mi conobbe per la prima volta ed io venni affranta e spezzata perché lei potesse ricucire i pezzi di un corpo frantumato.
Vado con la certezza di non tornare, il suo lavoro di ricamo è ultimato.
Mi resta il dolore della sua ultima immagine, la sua bella figura bianca stagliata in fondo al corridoio, il busto appoggiato alla vetrata fredda, lo sguardo perso oltre i confini di questo luogo sventurato.”

“Grazie signora Dina,
la sua lettera è bellissima, l’ho gradita.
Mi è giunta inaspettata quando avevo già sulla scrivania la foto portatami dalla infermiera di turno.
Succede spesso che gli ammalati mi lascino qualcosa di loro, piccoli doni significativi che io conservo e a cui penso ogni tanto nei miei rari giorni di calma.
Lei non mi ha chiesto, andandosene, niente ma io faccio finta che una sua richiesta ci sia fra le parole addolorate che mi ha inviate e le rispondo.
Rispondo alla sua domanda taciuta: no, mia cara Dina, non l’abbandonerò mai. Resterà con me seduta sulla sedia grigia della sua camera, seduta sulla panchina verde del giardino spoglio, seduta sulla poltrona sfondata del corridoio, seduta sul lettino del mio studio, seduta sul divano della camera d’attesa, seduta sul sedile del pullman che la portava qui in quelle mattine che io e lei conosciamo bene.
Vada pure ora che si sente libera e capace di andare e non torni in questo luogo sventurato, lasci che ci resti io a ricucire l’anima degli altri. La sua è perfetta e non ha bisogno di nessuno. Parola mia. Vada e mi invii una fotografia recente del suo sorriso ritrovato. Vada. “
Il dottore Accorsi si scosta dalla vetrata, la spinge ed esce sulla veranda impolverata. Si appoggia alla ringhiera. Sotto, due pazienti parlano lentamente, poi si accorgono di lui e con la mano lo salutano, contemporaneamente.
Nella tasca ha la fotografia di Dina, la foto degli anni passati. La prende, la appallottola, la ripone spiegazzata nella tasca del camice.
Il tramonto è aranciato dietro la collina, in fondo più a est il rigo del mare lontano si intravede confuso. Il pullman si ferma rumoroso, un paziente vi sale trascinando una piccola valigia. La vetrata, per una improvvisa folata di vento, sbatte alle spalle del dottore che sussulta. Poi è silenzio.

**

Ho conosciuto chi ha una casa con l’Etna alle spalle, immensa, e il mare di fronte con Taormina nella sua immobile bellezza. La Calabria visibile nei giorni limpidi, i colori illuminati della natura ionica. E ho pensato dovesse essere questa la felicità: un giardino, la vegetazione diversa da quella nostra, noi che siamo adagiati sugli Iblei. E invece non è così, nessuna meraviglia lenisce chi ha dentro la vita come spezzata, chi vuole l’amore e poi lo abbandona facilmente. E il mare non ha colpe, e la neve di febbraio neanche, e nemmeno l’Italia che si immagina oltre il cielo. Certe lacrime non dovrebbero esistere mai, basterebbe che si tendessero solamente le mani. Ma non accade mai. Mai. Resta solo il dolore di uno. Inutile dolore. E sono inutili pure l’armonia e la magnificenza della natura e del cuore che accoglie e non riceve più.

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Letizia Dimartino è nata a Messina nel 1953 e vive da sempre a Ragusa. Ha pubblicato otto libri di poesia, è stata ospitata in diverse antologie poetiche nazionali ed internazionali, e ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Ha collaborato e collabora con la rivista culturale «l’EstroVerso», diretta da Grazia Calanna, e scrive settimanalmente per l’inserto cultura Babele sul quotidiano «La Sicilia», diretto da Antonello Piraneo. Ha pubblicato in prosa: Direzione inversa (Il Seme Bianco, Roma 2017); Tutta mia la città. Ovvero dalla Marina a Beddio (Archilibri, Ragusa 2020); Le città degli altri (Archilibri, Ragusa 2022); Ragusa infinita (Abulafia Editore, Ragusa 2026).

 

 

In copertina “La persistenza della memoria” di Salvador Dalì The Museum of Modern Art, New York

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