“Asimmetrie elementari” di Marisa Liseo. Dalla conoscenza interiore alla comprensione più profonda della natura umana.

L’attesa, il fresco candore dell’incontro, l’incantamento degli occhi, la nostalgia delle cose perdute, il lento rimarginare delle assenze, l’incanto ostinato, gli auspici di pace, la piacevolezza del dare, l’imperativo dei desideri, l’eloquente silenzio, la bellezza feconda della luce, i sogni divinatori, la consapevolezza del tutto che ritorna all’origine, il dono dell’amore aurorale che sempre immagina e conduce. Parliamo di “Asimmetrie elementari”, nuovo vibrante libro di Marisa Liseo, pubblicato da “Macabor”, prefato di Giuseppe Giglio che evidenzia come “il dettaglio realistico si veste subito del simbolo, dell’emblema, si fa esempio di un sentimento, di un’emozione, finanche di un modo di stare al mondo; dove i fatti privati illuminano lacerti esistenziali comuni, e da relativi diventano assoluti”. L’“io”, in senso antropologico, è un segnale, un momento cruciale della versificazione che, puntellata da eloquenti richiami letterari, di fronte all’inconoscibile, riconosce la necessaria coscienza dei rapporti tra le cose, «Eppure speranza e amore/ s’agitano nel mio cuore/ perché passando l’Infinito/ mi ha toccata». Poesia, quella della Liseo, distinta da profondità tematica, rigoglio di riferimenti, musicalità e uso sapiente del linguaggio, «Ciascuno ha radici piantate nel suolo/ così appartiene alla terra,/ eppure cerca ali leggere/ e nel volo la rotta del ritorno».

Qual è stata la “scintilla” che ha portato il tuo “Asimmetrie elementari”?

Era una sera di fine maggio del 2023. Stavo rileggendo la silloge Luce della necessità di Sebastiano Aglieco. Avevo sentito una forte attrazione per le poesie di questo libro sin dalla prima rapida e superficiale lettura. Tant’è vero che ad esse sono tornata più volte. Sentendo di trovarmi nel posto giusto, un luogo popolato da tanta natura, da alberi, animali, sentieri… E poi, la casa, lo sguardo su ciò che sta fuori e chiama e i bambini che appartengono alla vita e al futuro. Le voci del mondo che scolorano ogni cosa e chiudono lo sguardo, ma la voce di una poesia capace di scuotere dal sonno e di svelare il segreto delle cose mute.

Avevo il libretto aperto alla pagina 53. Inchiodata a quel testo, ho sentito l’urgenza di quelle parole che stavano interrogando proprio me: “dov’è la tua tana / in quale rigagnolo freddo del bosco / le tue narici hanno sotterrato la vita?”

Per uno strano gioco di coincidenze, quello che Jung ha definito sincronicità, nello stesso preciso momento ho ricevuto la telefonata dell’amico Giuseppe Giglio che stava leggendo il mio Codice di Corrispondenza e che ha esordito dicendomi: «Marisa, devi uscire dal guscio. Non puoi continuare a startene nella tua tana isolata. Tu hai tante cose da dire e devi dare agli altri la possibilità di poterti ascoltare».

Mi sono tornate in mente le parole di Sciascia che qualche giorno prima avevo letto da un libretto delizioso e appassionato, Dalle parti degli infedeli: «Ma perché meravigliarci della causalità della casualità, di tutti gli assortimenti, i ritorni, le ripetizioni, le coincidenze, le speculari rispondenze tra realtà e fantasia, le indefettibili circolarità di cui è fitta la vita e ogni vita: se rappresentano – ormai lo sappiamo – il solo ordine possibile?»

Ho percepito questo accadimento come una coincidenza significativa che mi suggeriva un percorso da seguire, scandito in ogni tappa da una citazione che indicasse la direzione del mio racconto in versi, a cominciare da questa di Sciascia che tutte le precede. E così che sono nati i primi versi di Sono nel guscio che ha dato inizio al cammino che mi ha portato ad Asimmetrie elementari.

Le parole bastano alla poesia? 

Su questo tema mi sono espressa di rado. E sempre pensando di non riuscire a farlo in modo adeguato Le parole comunemente servono a comunicare, a esprimere pensieri, sentimenti ed emozioni e a mettersi in relazione con gli altri, veicolando informazioni e trasmettendo stati d’animo che producono reazioni in chi le ascolta. Già nell’uso comune perché la comunicazione sia efficace non è sufficiente il solo linguaggio verbale. Le parole sono l’essenza della poesia, però da sole non bastano alla poesia. La poesia nasce dall’insufficienza delle parole ordinarie, che per diventare poetiche devono essere colmate di significato e spinte al massimo, oltre i loro limiti. Le parole ordinarie per catturare un’esperienza interiore che non è fatta solo di linguaggio devono essere caricate di emozione, di immagini, visione, ritmo e musicalità; ma anche di pause, silenzio e di profondo ascolto per trascendere il loro significato comune, creando nuove risonanze e prospettive per toccare l’inconscio, la memoria e l’immaginazione.

Qual è (o quale dovrebbe essere) la lingua ideale della poesia?

Penso che non esista una lingua ideale unica per la poesia. Io cerco da sempre di crearne una tutta mia, attingendo alle parole della lingua parlata quotidianamente e di quella che incontro nelle mie letture, ma usandole con un significato inedito e personale. Nella poesia sento la necessità di esprimere un linguaggio che rappresenti uno spazio di libertà e di disobbedienza verso ogni forma di sopraffazione e di svilimento dell’io. È un’urgenza, un bisogno quasi fisiologico di scavare giù, in fondo fino alle viscere, per una maggiore consapevolezza di me e per riportare in superficie il caos dell’esistenza, del mio stare al mondo, cosi come il mondo lo percepisco, rendendo le parole uno strumento per raggiungere una verità più profonda. A volte insisto su un testo fino allo sfinimento, fino a quando non trovo le parole più adatte per esprimere un’idea, un’esperienza e un significato aderenti al sentimento e al pensiero che li hanno generati, attraverso un uso attento della concisione e della musicalità, in una fusione di senso e di suono.

La forma quanto incide sulla “verità” della parola poetica?

La forma non è avulsa dalla scelta del lessico perché insieme determinano l’impatto del testo, che deve essere autentico e non costruito artificiosamente. La forma incide profondamente sulla verità della mia parola poetica, perché è il mezzo attraverso il quale plasmo l’idea, la visione e l’emozione rendendole aderenti all’interno sentimento che le ha generate. La forma non è un mero orpello, ma uno strumento essenziale per trovare il ritmo, il suono, il tono, le pause e le cesure più adatti a comunicare la mia verità interiore. La forma, attraverso la metrica (anche libera), le rime (anche al mezzo) e l’alternanza di versi, crea un ritmo e una musicalità che sono fondamentali per il significato della poesia, realizzando un’armonia interna al testo e influenzando il modo in cui le parole risuonano e possono essere poi percepite dal lettore. La struttura poetica, inoltre, anche con le sue figure retoriche (come l’uso di metafore, similitudini, sinestesie, ossimori, ecc.), mi permette di dare rilievo a ciò che è importante, creando una connessione profonda tra l’esperienza interiore e la narrazione.

Ad oggi, dove sei stata condotta dalla poesia? Qual è stato l’insegnamento?

La poesia mi ha condotto a conoscermi meglio. A pormi domande e a cercare di comprendere ciò che mi abita, inclusi bisogni, desideri, punti di forza, debolezze, abitudini e modi di reagire alle situazioni. Ad avere consapevolezza dei valori in cui credo e di come questi influenzano le mie scelte. Questa consapevolezza mi ha permesso nel tempo di prendere decisioni più autentiche, di riconoscere le mie reazioni emotive e a dare loro un nome per evitare di esserne sopraffatta. La poesia mi ha portata ad affrontare, riconoscere ed elaborare le esperienze negative passate e i conflitti inconsci, l’esplorazione delle mie paure, dei sensi di colpa e dei pattern disfunzionali che tendono a ripetersi e che influenzano anche la mia vita presente, mostrandomi la capacità di superare quelle esperienze negative, di resistere alle avversità o ai progetti spezzati, per rifiorire ogni volta con l’energia di un nuovo germoglio. E questa maggiore conoscenza interiore mi ha condotta a una comprensione più profonda della natura umana, delle relazioni interpersonali e del mondo circostante, insegnandomi a non fermarmi alle apparenze, ma a cogliere con sottigliezza e attenzione quante più sfumature possibili, facilitando la comprensione degli altri. Sempre però in via provvisoria accendendo di volta in volta nuove domande e nuove curiosità.

La poesia è (anche) la lingua dell’invalicabile?

Sì, la poesia può essere considerata la lingua dell’invalicabile perché è una voce che si muove oltre il limite del visibile e del dicibile, usando un linguaggio visionario e analogico per esprimere ciò che non è esprimibile con il linguaggio comune, come emozioni profonde, esperienze ineffabili ed esplorare la solitudine interiore e accompagnare il pensiero verso l’impossibile, il sogno o il non ancora. Attraverso immagini, ritmo e metafore, la poesia permette di dare forma a emozioni e idee sospese sul confine del mistero, con un linguaggio che non teme di non essere completamente afferrabile, ma che allo stesso tempo cerca un contatto con l’universale, permettendo di accedere a stati d’animo e realtà che sfuggono al pensiero razionale. Così, la “lingua dell’invalicabile” nella mia poesia si disloca verso l’oltre perché non miro solo a comunicare, ma ad accompagnare verso l’esperienza interiore, suggerendo percorsi che non sono del tutto esplorabili e stimolando l’immaginazione.

La poesia può colmare la pensosa solitudine del poeta? Può colmare l’amaro “disincanto/ per questo mondo da odio consumato”?

La poesia può offrire un sostegno e un conforto per la pensosa solitudine del poeta, trasformandola. Piuttosto che una fuga, la poesia è un modo per metabolizzare ed elaborare la solitudine, trasformando il dolore dell’isolamento in un atto di creazione e offrendo un mezzo per esplorare i propri sentimenti e connettersi con gli altri in un modo universale e duraturo. La poesia nasce spesso in uno spazio solitario e intimo, dove ci si ritira dal rumore del mondo per ascoltare la propria interiorità. Questa solitudine non è necessariamente una mancanza, ma piuttosto una condizione fertile che permette alla parola poetica di prendere forma. Sebbene si scriva nel silenzio, lo si fa per creare un contatto invisibile con il lettore e, in questo senso, la poesia trasforma la solitudine in un ponte, che stabilisce una connessione e rompe l’isolamento, creando un senso di comune esperienza umana. Di fronte all’amaro disincanto/ per questo mondo da odio consumato non a caso nella mia poesia parlo di cura. La poesia può e deve cantare anche l’orrore, il male e la disarmonia del mondo, testimoniandoli senza esserne sopraffatta. Essa consente di esprimere tutto il proprio “male di vivere” e l’ineluttabile dolore e infelicità per le miserie e l’odio che consumano il mondo, ma offre anche la possibilità di pensare a tutta la bellezza che ancora resta, di vedere dentro di sé quella scintilla di luce che ti fa conservare, nonostante tutto, la speranza che tornerai a essere felice e a credere nell’intima bontà dell’umano che resiste oltre ogni pena. La poesia può quindi esorcizzare il dolore e l’odio del mondo attraverso la parola e offrire una diversa prospettiva, un’etica della parola di fronte alla rovina.

Ancora, può (la poesia) colmare l’inascoltato?

Si, scrivere poesie permette di dare voce a sentimenti che altrimenti rimarrebbero inascoltati. Le parole diventano un modo per comunicare la propria esperienza interiore, i pensieri inespressi e le emozioni profonde. In questo senso, la poesia non solo riempie un vuoto, ma può cercare e accogliere le tante solitudini delle periferie esistenziali, creando uno spazio di condivisione e un ponte di comprensione con altri esseri umani che altrimenti non esisterebbe. Si può così dare un respiro universale ai propri versi che vada oltre la propria esistenza e solitudine, offrendo un senso di continuità e connessione che perdura oltre il tempo, specialmente nei momenti di tempesta interiore, sia per chi scrive che per chi legge, perché l’inascoltato diventa un’eco che, una volta accolta, risuona nella forza espressiva della parola poetica.

Per concludere salutando i nostri lettori, ti invito a scegliere una tua poesia dal tuo libro e, nel contempo, ti invito a portarci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere.

In conclusione di quest’intervista mi sembra opportuno ricollegarmi alla mia prima risposta, quasi a voler chiudere il cerchio, inseguendo quelle stesse circolarità della vita che nutrono le pagine di Asimmetrie elementari. Nel raccontare la genesi del libro, ho citato la poesia Sono nel guscio che a esso ha dato inizio e del filo sotterraneo che la lega a Luce della necessità di Aglieco, in armonica corrispondenza e confronto tra poeti, pur nella differenza tra la sua visione di siciliano che vive nel brumoso Piemonte della luce intesa come chiarezza sul mondo, dove la necessità (la realtà) è perno della luce,  e la mia visione di siciliana che vive a Catania, in una terra di luce accecante, che ribadisce la convinzione di non sapere mai abbastanza o di sapere di non sapere e della necessità di vedere nell’intimo della coscienza quella luce, certo metafora, che avvicina al mistero della vita. Con l’ultima strofa di Sono nel guscio avevo già scritto anche i versi finali della poesia Cosa porterò in sogno che chiude la raccolta: Vorrei aprire gli occhi al nuovo sole/ per legare l’esile bellezza del fiorire/ alle forti radici avvinte ai miei piedi/ con la linfa della libertà e giustizia/ e cantare con tutta la mia carne/ l’umana grazia d’incompiuta pace/ che mai non tace nel seme buono/ del pane quotidiano calpestato/ dagli arroganti padroni del mondo. E in circa due anni ho scritto tutto il resto.

SONO NEL GUSCIO

Sono nel guscio vicino
più vicino alle radici
del grande castagno accogliente
tra gli anfratti muschiati
ove s’annidano versi d’aria
e pensieri che sanno di pane,
mi nutro e cammino
come un orologio avanti e indietro
nell’attesa del giorno buono
e aspetto il risveglio.

Sono nel guscio ghermito
dall’abbraccio della terra nuda
nella resa all’intreccio dei veleni
che hanno popolato di fantasmi le radici
e scavato oscuri confini alla mia casa,
così trema il mio sguardo
e le parole si scompongono nel grido
soffocato dal gelo dell’inverno
mentre tutto tace nel bosco,
solo improvviso un ululato.

Sono ancora nel guscio
quando una volpe s’avvicina
con passo leggero di rugiada mattutina,
l’osservo nel fresco candore dell’incontro,
non so nulla del suo pelo fulvo,
del suo orecchio vigile all’ascolto,
nel mio riccio rotolato dal vento
sotto un nugolo di frasche e sterpaglie
nessuna coperta potranno tessere le sue mani,
nessun copricapo per darmi riparo.

Sono nel guscio precipitato nel fosso
dietro la collina, nessun segnale,
né il solito divieto nel punto
in cui il sentiero si biforca, nessuna bussola
orientata verso costellazioni di giganti,
mentre briciole segnaletiche
sono beccate da rapaci passerotti
dalle ali gelate e dal cuore caldo
che mangiano e non volano
tu potrai raggiungermi?

Sono sempre nel guscio
accecata dalla luce riflessa
del sottobosco fertile e affollato,
le foglie fradice segnano il viale al tramonto
con le sue rughe umide di pioggia
e le ferite della terra arsa
chiudono gli occhi agli insetti
e insegnano la pazienza,
il vento desta i ricordi e scuote i semi dalle cime
così si aprono i solchi al respiro di un nuovo risveglio.

Sono nel guscio delle crepe ancora vive
nel silenzio che nutre ogni germoglio
all’ombra di un nuovo fiorire,
come nel bozzolo bruco addormentato
mi muovo nel buio di un sogno
ed immagino ali e temo voli
degradati verso la rovina,
così sento la necessità della luce
in questa attesa che sfida l’alto
dei rami verdi e vibranti nel tacere.

(la versione ridotta di questa recensione-intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA del 28.12.2025, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”).

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