Con “Sindrome del distacco e tregua”, Maurizio Cucchi consegna alla parola poetica la sua musica più profonda e colloquiale.

Con “Sindrome del distacco e tregua”, Maurizio Cucchi consegna alla parola poetica la sua musica più profonda e colloquiale.

Sindrome del distacco e tregua di Maurizio Cucchi è un libro improntato sulla più pura e alta forma della poesia, quel dire in versi le differenti, e quasi sempre discordi, sensazioni dell’esistenza, con un tono quieto e dolcissimo: che siano le angosce profonde e dolorose delle nostre perdite o le più miti e docili percezioni delle acquisizioni interne. E la lingua allora si fa portatrice di quei messaggi e quei pensieri che il poeta, cosciente e perenne scolaro della vita, ci consegna con la dedizione e la raffinatezza che soltanto il piacere di sentirsi nel mondo può continuamente restituirci.
Ecco che allora il soggetto, nel sempre più frenetico formicolio umano, spesso oppressivo e portatore di orrore, ritrova la sua singolare adesione, un movimento di rinnovata tregua, una sospensione da quella spinta verso una disarmonica partecipazione omologante, seppure questo possa comportare una sindrome del distacco che il poeta avverte nel quotidiano partecipare a un vuoto brulichio di esseri occupati a chissà quale opera immortale.

Ma poi, e basta qualche ora,
dopo l’orrore della massa accodata,
ecco la tregua benefica che scioglie
la sindrome sinistra e pervasiva
del distacco.

Che paesaggio, piano, indifferente,
serenamente bigio nell’oceano,
nelle sue piccole bianche casine silenziose
e io, la spuma tranquilla alle mie spalle,
in appoggio, slittavo in un sorriso nel vento
di improvvisa adesione. Non totale
adesione, ma quasi.

Questa esperienza di partecipazione e distacco si traduce anche in Pryp’jat’, città nei pressi di Černobyl, abbandonata dopo il disastro nucleare del 1986, che diventa luogo simbolico di un viaggio onirico che il fanciullo compie partendo dalla sua personale esperienza, quella ricerca che si muove nella fantasia come il suo dito sull’atlante. Ritornare alla terra è ritornare alla madre. È l’immedesimazione negli abitanti di quel luogo che, nonostante i pericoli delle radiazioni, non vogliono abbandonare il paese d’origine. A spingere gli uomini è un’appartenenza rivendicata alle tracce materne, più forte della stessa pericolosità che tutto ciò comporta. L’essere umano tenta in qualsiasi modo di riconoscersi in un principio, in una forma che non retrocede nemmeno di fronte allo smarrimento e alle catastrofi personali. Siamo tutti un punto su di una carta geografica, dovunque segnata da dolore e bellezza.

La madre, la terra, la separazione.
La lingua della terra che ti parla.
Tornare, passo ruvido su passo,
carico di vissuto sparso, disperso,
presente nelle povere membra.

Cucchi sa bene che la vita altro non è che una dimensione frattale, il ripetersi della stessa forma nelle sue diverse dimensioni. L’essere umano si trova e si ritrova in un’armonia collettiva che si percepisce parte di un tutto, nella somiglianza custodita perfino nelle sue dimensioni microscopiche. Un parco diventa un universo di mondi, il grande e il piccolo partecipano a questo sovrapporsi della vita nella vita, per un posto e un desiderio di esserci comunque, in questa geometrica costruzione della natura.

Ed ecco che il sottile labirinto
della viva natura frattale
diventa un paesaggio o un arcipelago
abitato dalla sommessa grazia
fluttuante da infiorescenze e vincoli
ricami di sapienti tessiture
dove anche la pensosa pieta
riesce a sognare la gioia quieta
che disegna il più trasparente
il più luminoso sbocciare.

Questa tenerezza della parola è il vero cuore pulsante del libro. Non c’è lingua che sia più conforme alla comunicazione poetica, cioè umana. Anche quando si tratta di avere a che fare con le immagini raffiguranti antichi bestioni, mostri, o semplicemente animali in relazione simbolica con l’uomo delle caverne. Non è diverso il poeta contemporaneo che ritrae i suoi simili, spesso orridi eppure sempre specchianti, in qualche misura, a lui stesso. E lo fa ancora una volta lasciandosi guidare da quella dimensione dell’infanzia, della nostra personalissima preistoria, quell’età che accompagna tutte le altre nel corso dei nostri anni.

Si staglia il pachiderma
in un cupo trionfo cromatico
dove la luce bianchissima via schizza
e l’animale appare in un mistero
come nell’incubo buio dell’infanzia,
quando scavalla nella notte
come l’incubo infantile
nel gorgo della gola.

Il personaggio, che di volta in volta nel libro compare sotto diversi e mai precisati ruoli, si muove anche nella frugalità sempre più rara e dispersa all’interno della città, nella sezione “Felicità frugale”, che potremmo definire un vero e proprio prosimetro. Tutto comincia da un orto di campagna, dove gli strumenti e le cose manifestavano la più alta funzionalità dell’esistenza: la sopravvivenza. Il poeta, moderno flâneur, va alla ricerca dei quei segni semplici e quotidiani lasciati dalla mano dell’uomo, sognando una vita basata sulla quotidianità essenziale, scevra dagli inutili orpelli sovrabbondanti del presente. Presente che tuttavia non viene escluso, e forse nemmeno abbandonato, se non nell’idea più nobile rispetto allo sterile possesso eccessivo contemporaneo, dove il senso della materia sfugge dal punto di vista del contatto più profondo, quello cioè indirizzato al sentire la realtà come viva, seppure misera o minima, che contiene tuttavia l’essenza più diretta con l’umano.
Mi sono messo in giro per la città osservando muri e case, luoghi in cui si potesse ancora vedere la traccia fisica del percorso umano, della storia di gente, di gente qualsiasi, soprattutto. Magari nella stessa sporcizia o nei muri scoloriti o scrostati. […]

O possono essere ancora le vicende accadute negli anni, quelle che emergono dalla date riportate sui muri o sulle porte di un antico quartiere della città di Nizza, quei segni che leggiamo come senso storico di una appartenenza comune, nell’idea, nell’immaginario cammino che l’uomo ha compiuto anche per noi, che ci ritroviamo in un tempo che è solo un’altra tappa o momento del vivere storico, inconsapevoli eppure partecipanti di una catena che ci collega e ci distanzia allo stesso modo.

Ci ritroviamo infine alla distilleria ideale
mirabilmente istoriata di dentro e io
mi sento più sereno di esserci e meglio
nutrito dalla grazia sensibile, labile, chissà,
e sinistra delle epoche che furono.

Ancora più interno, a fondo,
più persuaso in un sorriso,
nella fisica, bassa normalità opaca
della terra, degli esseri e delle cose
senza nome, nella pasta vitale
e ruvida dell’umano mondo.

Non possiamo che farci rasserenare da questo libro di Cucchi, che non maschera né vuole naturalmente evitare l’orma sempre incerta che lasciamo durante l’esistenza. Il suo registro è quello di un uomo mite e consapevole, che consegna alla parola poetica la sua musica più profonda e colloquiale, tornando continuamente alla possibilità della chiarezza, del dettato diretto e pulito, dell’immediatezza di uno stile che ha segnato mezzo secolo di poesia italiana. E noi lettori la ascoltiamo con un istintivo piacere naturale questa voce dolce e fraterna, altissima comunicatrice della saggezza, che trova il suo travaso più felice nella capacità di continuare a restituirci versi che ci permettono di imparare qualcosa. Esattamente come fa lui nei confronti degli altri. E’ proprio qui che si vede un maestro.

Sono tornato principiante
e lo considero il mio solo privilegio.
Godo, infatti, di un presente che sorride
aereo a una nuova idea di movimento,
di apertura a un possibile futuro.

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