DUE VOCI A DISTANZA SULLA VOCAZIONE POETICA di Dario Borso

Scommetto che tantissimi conoscono le Lettere a un giovane poeta di Rilke e pochissimi il testo qui sotto pubblicato da Diderot cinque generazioni prima. Io stesso l’ho trovato per caso, cercando altro, nella “Correspondance littéraire, philosophique et critique”[1] del luglio 1780, siglato Un aneddoto del signor Diderot.[2] Anzi, scommetto pure che moltissimi lo vedranno adesso come antitesi radicale delle lettere rilkiane, ma pochissimi individueranno un importante punto di contatto prima di leggere quanto qui segue a esso. Eppure…

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 IL POETA DI PONDICHERRY

Un giorno mi arriva un giovane poeta come me ne arrivano tutti i giorni. Dopo i soliti complimenti sul mio spirito, il mio genio, il mio gusto, la mia benevolenza e altri discorsi di cui non credo una parola pur essendo più di vent’anni che forse in buona fede me li ripetono, il giovane estrae di tasca un foglio. “Sono versi, mi dice. ‒ Versi! ‒ Sì, Signore, sui quali spero che avrete la bontà di dire il vostro parere. – Voi amate la verità? – Sì, Signore, ve la chiedo. – Adesso la saprete. – Come! siete così stupido da credere che un poeta venga a cercare la verità da voi? – Sì – E da dirgliela? – Sicuramente. – Senza tanti complimenti? – Senza dubbio: i complimenti più affettati non sarebbero che una volgare offesa; interpretati fedelmente, significherebbero che voi siete un cattivo poeta; e siccome non vi ritengo abbastanza forte da intendere la verità, non sareste che un pover’uomo. – E la franchezza vi è sempre riuscita? – Quasi sempre”… Leggo i versi del giovane poeta, e gli dico: “Non solo i vostri versi sono cattivi, ma dimostrano che non ne comporrete mai di buoni. ‒ Bisognerà dunque che ne componga di cattivi, perché non saprei impedirmi di comporne. – Ecco una terribile maledizione! Convenite, Signore, in quale avvilimento state per cadere? Né gli dèi, né gli uomini, né le bancarelle hanno perdonato la mediocrità ai poeti; è stato Orazio a dirlo.[3] – Lo so. – Siete ricco? ‒ No. – Siete povero? – Poverissimo. ‒ E voi aggiungerete alla povertà il ridicolo del cattivo poeta; avrete sprecato tutta la vostra vita, sarete vecchio. Vecchio, povero e cattivo poeta, ah, Signore, che credenziali! – Lo capisco, ma sono trascinato mio malgrado. – Avete parenti? – Ne ho. – Che mestiere fanno? – Sono gioiellieri. – Farebbero qualcosa per voi? – Forse. – Ebbene, andate dai vostri parenti, proponetegli di anticiparvi un assortimento di gioielli. Imbarcatevi per Pondicherry,[4] comporrete cattivi versi durante il viaggio; giunto, farete fortuna. Fatta fortuna, tornerete a comporre tutti i cattivi versi che vorrete, a patto di non farli stampare, perché non bisogna rovinare nessuno”… Erano dodici anni circa che avevo dato questo consiglio al giovanotto, quando mi riapparve. Non lo riconoscevo. “Sono io, Signore, quello che avete mandato a Pondicherry; ci sono stato, ho accumulato lì centomila franchi. Sono tornato, mi sono rimesso a comporre versi, ed ecco che vi porto… sono sempre cattivi? – Sempre, ma adesso il vostro avvenire è assicurato, e io consento che continuiate a comporre cattivi versi. – È proprio il mio progetto”.

Eppure, nella prima delle dieci lettere rilkiane datata Parigi, 17 febbraio 1903:

Lei chiede se i suoi versi sono buoni. Lo chiede a me. Prima ha chiesto ad altri. Li manda a riviste. Li confronta con altre poesie e si inquieta se certe redazioni respingono le sue prove. Ora (visto che mi ha autorizzato a consigliarla) la prego di rinunciare a tutto questo. Lei guarda verso l’esterno, e questo soprattutto adesso non dovrebbe fare. Nessuno può consigliarla e aiutarla, nessuno. C’è un unico modo. Scenda dentro di sé. Esplori il motivo che la spinge a scrivere; verifichi se esso affonda le sue radici nel posto più profondo del suo cuore; confessi a sé stesso se dovrebbe morire nel caso le venisse negato di scrivere. Ciò soprattutto: si chieda nell’ora più silente della sua notte: devo scrivere? Scavi dentro di sé alla ricerca di una risposta profonda. E se dovesse essere affermativa, se lei può affrontare questa seria domanda con un forte e semplice io devo, allora edifichi la sua vita secondo questa necessità; la sua vita fin nell’ora più insignificante e minuscola deve diventare un segno e una testimonianza di questo impulso. […] Forse però anche dopo questa discesa in sé e nella sua solitudine dovrà rinunciare a diventare un poeta (basta, come detto, sentire che si potrebbe vivere senza scrivere per non doverlo fare affatto). Ma neanche allora questo ritorno in sé cui la invito sarà stato invano. La sua vita in ogni caso troverà a partire da lì vie proprie, e che possano essere buone, ricche e ampie, glielo auguro più di quanto io sappia dire.

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In due parole, il punto di contatto è nella comune diffidenza verso quanto ruota intorno alla poesia: riviste, case editrici, recensori e letterati – in una parola quel demi-monde che nella seconda metà del Novecento prenderà il nome di industria culturale. Diverso invece l’antidoto: la solitudine del poeta per Rilke, la verità del giudizio per Diderot. Ciò dipende fondamentalmente dal profilo degli autori: poeta il primo, filosofo il secondo. Ma non è detto che le due prospettive, pur senza incrociarsi, non possano correre in parallelo: il giovane poeta infatti ha bisogno di solitudine come di dialogo, ossia di una figura che lo comprenda tacendo come di un’altra che lo stimoli parlando.[5]

 

in copertina foto di Mia Lecomte

[1] Mensile manoscritto distribuito in una quindicina di copie manoscritte.

[2] Sarebbe confluito sedici anni dopo, modificato, in Jacques il fatalista e il suo padrone.

[3] Orazio, Ars poetica, vv. 372-373.

[4] Minuscola colonia francese dal 1674, situata a sud di Madras.

[5] Su ciò, cfr. D. Diderot, Due intrighi, una satira e un divertissement, a cura di D. Borso, La vita felice, Milano giugno 2026. Le traduzioni nel post sono mie.

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