Tre poesie inedite tratte da un progetto in corso “Margini che Respirano”, un lavoro dedicato ai luoghi di soglia e alle forme di rivelazione che emergono nei territori liminali. “Sono testi che cercano una lingua essenziale, attenta al respiro delle cose e alle metamorfosi che attraversano il sacro, la memoria e la materia”: ‘Strano Presentimento’, ‘Chiesa sconsacrata’ e ‘Mura Megalitiche’.
*Strano Presentimento
Se non fosse per quello strano presentimento
di essere vivo,
avrei lasciato cadere i futuri
come cenere d’ombra,
per rimanere nel presente immanente,
ovvero nell’eterno infinito.
Avrei coltivato soltanto l’arte del respiro,
se ne avessi avuto uno,
oppure il dono dell’ascolto
quando il silenzio e’ già tutto,
o forse la facoltà della vista
in quel luogo dove nulli sono i punti di riferimento
e il mondo accade solo come assenza.
Luce senza forma
scrive l’orizzonte che non passa.
*Chiesa sconsacrata
Soglia liminale, non chiedi permesso.
Carezza inattesa per viandanti e cercatori di sogni,
tua la rovina e la rivelazione.
Tempio di culti ancestrali
riconsegnati all’oscurità primordiale,
obelisco catapultato dal cielo,
come frammento d’angelo senza orbita.
Ecco gli sguardi di santi lignei: immobili
come al primo istante della creazione.
E i fedeli?
Svaniti come bruma.
Cala il sipario su coreografie interrotte,
vuoto il presbitero.
Qui le maschere dell’orgoglio
non trovano pane,
il giudizio non ha più voce,
il verbo si fa ombra.
Il superfluo, denudato, si dissolve
tra le trame luminose di un rosone.
Resta un crocifisso sospeso:
simulacro di un’eternità sommersa.
Molti passarono di lì,
senza vederlo.
Un silenzio oceanico mi accolse nella sua nudità:
era la mia.
*Mura Megalitiche
Giavellotto lo sguardo oltre il castagno antico,
raggiunge annichilito la muraglia ciclopica.
Creature pietrificate
plasmate da mani umane,
ossa del mio popolo.
Voi lì da millenni,
io tornato ora,
profezie di ricongiungimento.
Furono i terremoti a scomporvi o i nemici?
A voi, pastori guerrieri,
nulla vi fu negato,
ma tacquero i ventri delle madri
sotto le spade di Roma.
Guerriero sannita,
cavallo alato
e armatura di vento.
Struscio la guancia sull’enorme macigno,
cerco una carezza.
Sentite la mia pelle?
Vi appartiene.
Grande fu il vostro coraggio,
il vostro genio,
il vostro amore per gli Dei.
Troppo piccoli i miei occhi
per affrontare l’immutabile.
Ecco la porta,
unico accesso all’ara di Mefites,
farfalle di nero e porpora mi danzano attorno.
È un segno?
È il tuo respiro antico che mi esala altra vita?
Ogni fessura reclama il mio sguardo,
bocche aperte nella roccia:
avete fame di offerte?
Nella bisaccia ho soltanto monete,
nulla da consegnare all’eternità.
L’acero che ha fatto tana nei vostri anfratti
è ben più alto di me.
Destino di pietra:
nascere pietra, tornare pietra.
Come un oracolo vi giro attorno,
ogni passo cede al vento,
impercettibile il mio respiro, immerso nel vostro.
Il sole radente del tramonto
restituisce il belato delle greggi.
Fratelli, il vento cambia.
Leggo cieli plumbei oltre le chiome del castagno.
Ecco! Il primo tuono,
avanza il muro di pioggia.
Mi proteggerete sui tratturi della transumanza,
l’orso resterà lontano,
mieteremo ancora il farro
nella valle delle Neridi.
Rintocco di foglia sulla schiena nuda,
autunno che cade.
—
Dario Novellino è antropologo culturale e ha vissuto per oltre trent’anni accanto a popolazioni indigene in diverse regioni del mondo, in particolare nel Sud-Est asiatico e nell’isola di Palawan (Filippine). La sua ricerca sul campo ha dato origine a numerose pubblicazioni scientifiche internazionali e al libro autobiografico Sagua Saguai (Sperling & Kupfer). Per il suo impegno nella difesa dei diritti delle minoranze etniche ha ricevuto importanti riconoscimenti, tra cui l’Ostrom Award per la tutela dei domini collettivi.
Ha sempre coltivato la scrittura poetica come pratica privata, lontana dai circuiti editoriali, ricercando in essa un movimento inverso rispetto all’indagine antropologica: non analizzare il mondo e le culture, ma attraversarne le fenditure. Solo recentemente ha scelto di rendere pubblica questa voce, avviando la composizione della raccolta ‘Margini che Respirano’, un progetto che esplora ciò che vibra ai bordi del mondo: ciò che migra, muta, resiste, si spezza e si ricompone. Nei suoi testi, la metamorfosi dei territori diviene inseparabile dall’esperienza del corpo come memoria ancestrale; l’intimità si fa rito e il margine non è più periferia, ma soglia di rivelazione.
in copertina Paul Cézanne, Interno di una foresta, ca. 1885








