I primi anni settanta erano belli anche racchiusi in un gelato da 30 lire. In un frigorifero Atlantic. Nei dischi da regalare ai compleanni, nelle scatole dei cioccolatini, nella caramella Cinzia, nei primi Baci Perugina. Le rotonde sul mare, le candele ai tavoli di ristorante, le donne dalle gambe scoperte sulle piste da ballo, le passeggiate sotto i tigli, i libri di scuola legati con la cinghia, certi calzettoni molli sulle caviglie. E gonne che si affacciavano corte, a sovvertire tutto. Una guerra appena finita, che la notte, prima di prendere sonno, scompigliava i pensieri sereni. Sarebbe tornata? I genitori ci calmavano. Loro che la avevano conosciuta bene. Ma sorridevamo insieme alle nuove cineprese, agli obbiettivi delle macchine fotografiche. Dietro, a fondale, una Italia che sorgeva veloce. Tutto torna, i giornali comprati dopo la messa e il pranzo in cucine “americane”. Cosa ancora accadrà dopo aver letto le prime pagine dei quotidiani, cosa stiamo lasciando? E mi rigiro fra queste lenzuola, le nuvole sugli Iblei celesti, il dolore fisso. Il tempo. Tutto il mio tempo.
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Mia madre in guerra sapeva ridere. E continuò nei decenni successivi. Negli anni sessanta era felice ed io con lei. Tutto era finito e tutto risorgeva. Nei settanta avemmo paura, viaggiare divenne difficile, cercavamo di non pensarci. Guardavamo le valigie, le stazioni erano luoghi in cui non stare. Ma vivemmo lo stesso, con insana fiducia. Diceva sempre che avrebbe rivissuto ogni attimo, e ne ebbe di bruttissimi. Di dolorosi. Stasera il suo passo da ricordare mi mette allegria, anche se attraversa una strada di un luogo triste, la casa lontana e distrutta, la città bombardata. I nostri sono altri tempi, non il sorriso. Quello della gioventù.
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Gli anni settanta furono quelli degli amori. Un decennio intero. E della malattia di mia madre. Viaggiavamo, andavamo per ospedali, prendevamo treni lunghissimi e scuri. Io mi guardavo negli specchi degli scompartimenti, avevo occhi verdi, lei febbri e sonno, giungevamo nelle città al mattino, ne sentivo l’odore e mi pareva di amarle. I medici avevano polsini bianchi e gemelli d’oro, altri ci aiutarono e restarono con noi nel sempre della nostra vita. Telefonavo al fidanzato del momento, credevo che ci si potesse amare e mi sbagliavo, allora guardavo i cavalcavia di Milano, la densità delle sue nuvole oltre le strade, i confini nebbiosi, mangiavo panini vuoti, credevo di soffrire ma poi dimenticavo. Fu un decennio di abiti e eyeliner, di scarpe senza colore, di riccioli e mèche, di libri che portavano la felicità nei pomeriggi, le biblioteche da saccheggiare, i biscotti di mio padre e le sue urla. Il lavoro che alla fine iniziò. E i baci, che furono gli ultimi
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Le commesse milanesi alte e sottili. Con il viso truccato perfettamente, spruzzavano profumi negli stand della Rinascente, vendevano biancheria intima di seta e pizzo e si inchinavano mentre la poggiavano sul bancone, una linea di matita lucida sulle palpebre, l’incarnato abbronzato, i capelli sciolti e le minigonne a pieghe e gli stivali di vernice e lunghi cappotti da stringere all’uscita, a fine lavoro, nell’aria spessa della sera. Le attendevano uomini in auto “veloci”, i neon si accendevano nelle vetrine in una luce discreta. Negli anni settanta dovevano abbassare velocemente le saracinesche al passaggio dei cortei, fumi lacrimogeni e polizia schierata. Funerali politici in piazza, con gli ombrelli neri aperti sotto la pioggia fitta. Ma Fiorucci era la rottura con tutto, mentre da Dior le signore sostavano, i capelli appena cotonati, le borse firmate e l’Italia che voleva cambiare. Le commesse erano i pilastri, le colonne, il sostegno di ogni negozio, sussurranti e discrete, la flessione milanese e la sciccheria che spesso metteva soggezione. Avevano un mondo a parte, io lo inventavo e immaginavo. La città era anche fatta di loro, tutto si mescolava e gli anni bui erano illuminati lo stesso. Le commesse milanesi tornavano nelle case lontane, nei quartieri avvolti dalla nebbia che era ancora fitta, in un tempo che doveva finire
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In una mattina di novembre vidi sfrecciare Cristhian De Sica in piazza di Spagna. Guidava una Rolls Royce chiara e scoperta piena di giovani, ragazze con i capelli al vento. Lui aveva il sorriso senza sguardo di sempre, era cicciottello e pareva innamorato della vita. Roma apriva le sue strade nella luce e nello sfarzo di quegli anni settanta lontanissimi, con i venditori di fiori agli angoli di via. Io vi ero giunta col treno della notte e avevo preso il tè più buono della mia vita in stazione, dopo aver fatto brutti sogni in cuccetta. La città luminosa, la scalinata e i negozi scintillanti, mia madre malata in attesa di ricoverarsi al Policlinico, vecchio e malandato edificio. Le donne con le borse firmate, le salette dei caffè piene, certi capelli mesciati di biondo, quell’auto da Cenerentola e la vita loro da immaginare, la scia che si portava dietro, il senso del possesso. Come se Roma fosse loro. E forse lo era. Noi prendemmo un taxi e io pensai al grigio opaco di Milano, al suo Duomo non ancora sbiancato, gli anni settanta che volavano. I miei, immobili
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Ascolto una playlist di Fred Bongusto, in sottofondo, cercando il sonno pomeridiano. Perché proprio lui? Perché sì. E infatti scorro velocemente tutta la mia vita fino agli anni settanta. Le estati soprattutto. Io bambina con i genitori in locali in cui lui cantava e le coppie si stringevano e il mare era nerissimo. E avevo dolori alle gambe e volevo mi si prendesse in braccio. E mangiavo le prime penne al gratin, a Viareggio. E tutti gli amori sognati e fantasticati e le lettere scritte con gioia di innamorata, e il senso che sconoscevo, e le donne bionde e bellissime come le descriveva lui. E i colpi di fulmine, tutto accadeva improvvisamente nelle sue canzoni con una sessualità quasi manifesta e pure un romanticismo di cui non vergognarsi.
Anni e anni e le case e le strade e le invidie sane e il mondo piccolo e leggero, e l’Italia dei viaggi e i ritorni in Sicilia e ciò che desideravo fanciullescamente. Ora cerco di dormire. Le mie sono solo parole
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Erano gli anni ’70 e L’Espresso aveva titoli allarmanti in prima pagina. Ma vi leggevamo anche i reportage di Moravia, i suoi viaggi e i film che vedeva. E io andavo a Milano e poi tornavo e tutto iniziava. E le bombe scoppiavano e i temporali facevano anche allora vittime. Ed era vita pure quella. Eravamo nel pieno della gioventù, quasi dimenticando il “piombo” famoso di quel decennio, ma rivivendo le canzoni e le notti, i baci, gli abiti e i primi trucchi degli occhi, e gli sguardi allo specchio e i viaggi per l’Italia in ferrovia e gli ospedali e i medici belli e vicini e pure distanti, le piazze e le stazioni, le bombe e le strade con la polizia e noi che correvamo in una Milano dal Duomo ancora grigio e poi ridevamo liberi. E vivevamo lo stesso. Le vetrine oscurate e gli abiti irriverenti. E votavamo ai referendum senza più sentirci in colpa. E la leggerezza era dentro. E così l’amore. E il lavoro che non fu facile.
Rivedo infatti “La meglio gioventù” e tutto torna. Quegli anni attraversati, duri, pericolosi, eppure integri in molti. Non fu fatta mai pulizia di essi. Noi abbiamo camminato molte volte a testa alta e con il mostro della politica dentro. Ma volevamo vivere a tutti i costi, col male e senza male. Quando gli anni settanta furono il nostro destino. Il pop, le saracinesche abbassate di fretta per le rivolte dei giovani, i lutti importanti in Duomo a Milano, quando la rivoluzione significava uccidere.
Bisognerebbe cercare sempre il senso.
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Anni settanta, sono una ragazza, sono giovane e sono a Milano con mia madre che si sottopone al primo dei tanti suoi interventi. Luglio di fuoco, ospedale dalle stanze grandi. Spesso piove di pomeriggio, i baracchini delle angurie chiudono sotto il temporale. Poi torna l’azzurro. Ho una t-shirt con una stampa delle sigarette Camel, molto estiva e che fa pensare al deserto. Via Dante vuota, alcuni caffè con le sedie al sole, una gonna plissettata e niente reggiseno, allora si stava così. Una domenica vado al lago, l’afa distrugge la passeggiata, i lucci ai ferri mi piacciono poco, il gelato è deludente per me che sono siciliana. Cerco quadrifogli, compro pantofole dorate, ho capelli dorati e mossi, un fidanzato che non sa amarmi, ma quanti lo hanno saputo fare? Allora non me lo chiedevo di certo, la vita era già segnata ma avevo mille speranze e tutto appariva bello. Le strade della città mi intristivano. Compro un profumo Guerlain, anni trenta nella boccetta e nell’odore cipriato. Penso all’autunno, a ciò che mi spetta, ai medici in corsia che mi sorridono, al primario che mi abbraccia per confortarmi, alle nuvole che si addensano nell’aria umida e ferma. Il resto è come un mistero. Un piccolo niente
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Nel tempo si accumulano vecchi dolori alle ginocchia, sbucciature, conte ossessive di mattonelle, raccolte di cartoline lucide, maglioni e camicette anni settanta, cotolette troppo fritte, feste mal riuscite, piedi freddi in gennaio, capelli sottili e corti quando li si voleva lunghi, grida di mio padre in una auto lanciata a 150, profumi di torte con mele acidule, passeggiate col vento a sollevare le gonne, mattine di scirocco o di maestrale in spiagge affollate, albe dalle nuvole scure con la sveglia puntata alle cinque, caffè bevuti al bar da soli e con il groppo in gola, preghiere mal dette, attese estenuanti e inutili, baci dati con la noia dentro, Natali col desiderio di essere finalmente amati davvero, compleanni mal riusciti, acquisti sbagliati e sensi di colpa infiniti. Perché anche questi momenti furono vita, dettagli e angosce. E si fa notte così per me
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All’inizio degli anni settanta andavamo in viaggio per l’Italia che rinasceva. Quante pale e crocifissi… e chiese romaniche, campanili e piazze chiuse. Spiagge della Romagna e delle Marche che si riempivano piano piano, il mare sempre freddo, i paesi luminosi di notte. Le ceramiche nei negozietti bui, bicchieri fiorati e tazze per i nostri caffè. Ma di più, le collane amalfitane dai coralli a scaglie sottili e dalle conchiglie perlate. Golfi, strapiombi, onde ghiacce, le solitudini e i silenzi profondi della Calabria, ristoranti luccicanti nei tramonti, odori e fiori lungo autostrade nuovissime. Il marmo degli autogrill, giocattoli appesi, lacerti fumanti. E binari e treni che disturbavano i sonni stanchi. I laghi umidi, l’aria calda stagnante e i temporali improvvisi, Merano cristallina che metteva freddo, certe nuvole tonde e sconosciute. Bologna stagnante, e scura. La giacca sulle spalle, i capelli che non sapevo pettinare, il desiderio di un trucco da ragazza, Capri elegante da sempre e il vaporetto che dondola troppo sul mare azzurrissimo. La Giulietta verde, i sorpassi spietati per le curve strette, il vento e la Puglia assolata, infuocata. Si tornava a casa per strade impervie, di sera, con le nuvole intorno alle croci, rondoni impazziti e stanchezze infinite. Le pietre bagnate dal temporale d’agosto, che scurivano sotto il ciuffo dell’asparago selvatico. Ritrovavamo i nostri letti. I nostri sonni.
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Perché arrivava l’estate ed erano i primi anni settanta? Furono l’emblema del caldo e dei bikini, delle coppe di gelato all’amarena e vaniglia, degli chalet di legno colorato, degli abiti strizzati in vita, delle candele sui tavoli dei ristoranti, dei negozi sul mare aperti fino a notte fonda, dei toupet e degli chignon. Delle canzoni brasiliane. Delle anche delle donne che si smuovevano dondolandosi, dei loro polpacci robusti, dei film leggeri, delle canottiere bianche sui muscoli rotondi. Si amava in modo diverso, si davano baci pudichi o furiosi di nascosto, si faceva estate e loro portavano il caldo e lo smarrimento. Sdraiati a letto, la brezza sulle lenzuola, i sogni e i turbamenti. Il senso, i sensi…
in copertina, Ferdinand Hodler – Autumn Evening, 1892







