“Nodo antico” firmato da “Le rose e il deserto”, progetto artistico di Luca Cassano.

tre domande, tre poesie

Le rose e il deserto è il progetto artistico di Luca Cassano (Corigliano Calabro, 1985 – nella foto in copertina di Matteo D’Antonio) nel quale confluiscono cantautorato e poesia. Le rose e il deserto ha pubblicato i dischi Io non sono sabbia nel 2020, Cocci sparsi nel 2022 e Chissà com’è nel 2025 e le raccolte poetiche Poesie a gettoni vol.1 nel 2021, Nodo antico (peQuod) nel 2025 e La strada di casa (Edizioni Fara), nel 2026, opera terza classificata a Narrapoetando 2026.

“Ho scelto Le rose e il deserto come pseudonimo artistico perché credo molto che l’arte debba parlare da sola, al di là dei personalismi. Le rose e il deserto è nato nel 2018 come progetto cantautorale prima che poetico e all’epoca, se avessi potuto, avrei persino evitato di comparire con la mia faccia nelle interviste, un po’ come i Tre allegri ragazzi morti: una scelta sicuramente svantaggiosa dal punto di vista del marketing, ma che in qualche modo sentivo molto mia. Mi piace che dal nome non si capisca quante persone ci siano dietro Le rose e il deserto: mi piace questa dimensione collettiva, seppur tutta chiusa dentro i miei pensieri”.

Partiamo dal titolo: qual è stata la scintilla che ha portato il tuo “Nodo antico”, meglio: in che modo la (tua) vita diventa linguaggio? Le parole bastano alla poesia?

Non credo che le parole bastino alla poesia; sicuramente servono. Nella mia pratica di scrittura quotidiana, quello che sento necessario perché le poesie affiorino, è rimanere concentrato e connesso al mio mondo interiore, prendermi il tempo di vivere emozioni e di osservarle; ma neanche questo basta a scrivere poesie. Oltre alle parole e alle emozioni serve quel vento magico e inafferrabile che è l’ispirazione, che per un attimo ci permette di collegarci con il divino, se riusciamo a sfiorarlo e lasciarci sfiorare.

“Persino la matita cede il passo/ Al foglio bianco.”, i tuoi versi per chiedere: la poesia può colmare la pensosa solitudine del poeta, può colmare l’inascoltato?

Per quanto mi riguarda dobbiamo distinguere fra scrittura e lettura. Io credo che la lettura curi: leggere che altri esseri umani, secoli o giorni prima di me, hanno vissuto gli stessi dolori, le stesse gioie, mi da forza e mi spinge avanti. D’altra parte invece non trovo cura nella scrittura: scrivere mi aiuta a guardare con calma lucidità le mie emozioni, ma non mi rende più felice se sono già felice, o meno impaurito se sono impaurito.

La poesia è un destino? 

Questa domanda mi emoziona: non ci avevo mai pensato, ma forse si, la poesia è (anche?) un destino. Però è anche una scelta quotidiana: decidere ogni giorno di scandagliare i propri abissi, aver voglia di affrontarli, di guardarli in faccia, di descriverli. Come dice Alessandro Pertosa (autore della postfazione di Nodo antico) “Il poeta è colui che ha il coraggio di guardare la ferita, di stare nella ferita e farne un luogo abitato”.

Ecco le tre poesie che ho scelto per rappresentare Nodo antico:

OMBRELLONE

Il primo vento di giugno
Si è portato via
Gli ultimi punti che hai cucito:
Era un ombrellone rosso e azzurro,
Era un cuore orfanello,
Era come se un nodo antico
Si fosse sciolto
All’improvviso.

SORRIDERTI

Parcheggiare
Sotto i cipressi;
Due euro un girasole, poi
Tutto il viale, fino in fondo,
Fino al punto in cui
Si scorge il mare;
Rassettare vecchie tristezze,
Metterne a mollo di nuove, magari
Più piccole, magari più composte,
Poi quelle quattro o cinque domande
Rimaste in sospeso,
Sempre le stesse;
Prima di riavvolgere i passi
Sorriderti.

L’ultima poesia di questo ideale trittico, Una castagna, è la poesia che sta in quarta di copertina nel volume edito da peQuod. È un testo breve, semplice, quotidiano: io sto sbucciando una caldarrosta per la mia mamma malata, in ospedale, e mentre io compio questo gesto banale, che avevo già fatto centinaia, se non migliaia, di volte, ho visto accadere davanti ai miei occhi una trasformazione irreversibile.
Nodo antico è il diario della malattia che ha portato mia mamma alla morte in pochi mesi ed è allo stesso tempo il diario del mio lutto e del mio processo di guarigione dal dolore, una guarigione fatta, per forza di cose, di attimi quotidiani: continuare ad andare al lavoro, a guardare il cielo, a cucinare il pranzo o la cena. Questo lento attraversare il dolore ha trovato, non credo lenimento, sicuramente cassa di risonanza nella poesia che, lentamente, nell’arco di quasi due anni, sono andate affiorando.

UNA CASTAGNA

Mentre sbucciavo una castagna
Ti ho vista smettere di essere
Mamma
E diventare per un istante
Un tuffo negli occhi,
Un sorriso.

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