poesia e fulgore, rubrica a cura di Franca Alaimo
Anne Carson fa parte delle disubbidienti. Di quelle che dicono o fanno cose mai dette o fatte prima. E la novità sta ovviamente nel “come”. Non è certo la prima a mescolare insieme prosa e poesia, anzi a scrivere poesie che sembrano prose e viceversa, però il nuovo sta nella lingua, non perché ne inventi una diversa da quella parlata, ma perché strappa le parole da un qualsiasi contesto già esperito e le proietta verso altre direzioni semantiche, usandole a volte come oggetti appuntiti e deflagranti (coltelli, per esempio, o proiettili) allo scopo o di scavarle come corpi da vivisezionare o di farle confluire in immagini così inedite da scardinare il senso comune.
Per l’autrice, infatti, «come l’acqua la lingua letteraria pervade e impregna ogni referente e dunque ogni scarto rispetto alla tradizione». Non per nulla il prefatore (Patrizio Ceccagnoli) di Come l’acqua definisce il linguaggio poetico della Carson idiosincratico, cioè del tutto personale.
Lei stessa sembra fare di tutto per impedire il passaggio comunicativo dalla sua scrittura all’eventuale lettore, frantumando in minime unità le frasi proprio sulla soglia dell’ordine sintattico o della dipendenza verbo-oggetto, quasi immaginando le parole scritte su fogli in preda ad un vento che le disordina.
A questo serve anche il mescolio di prosa e poesia, traduzione e riscrizione: date le premesse, infatti, il tradurre appare un’azione impossibile; tutt’al più, secondo la Carson, un testo può essere riscritto conservando una qualche allusione, un riferimento riguardante la biografia del “tradotto”, o una certa atmosfera, cosa tanto più complessa quanto più grande è la distanza temporale e geografica. Esempio magistrale di questo assunto può essere considerata l’intervista al poeta greco Mimnermo (vissuto tra la metà del VII e l’inizio del VI secolo a.C. e nato a Colofone o a Smirne – opportuna, in questo caso, contraddittorietà delle fonti!) che resta muto di fronte a certe domande, evidenziando quanto tale scarto accresca la difficoltà di una relazione linguistica. Quello che la Carson domanda, insomma, sfugge all’intervistato Mimnermo, perché i due (intervistatrice ed intervistato) appartengono a mondi e strutture linguistico-concettuali troppo differenti: I pellegrini erano persone che amavano un buon indovinello, conclude la poeta in Tipi d’acqua, dopo avere osservato che, pur avendo atttraversato paesi, secoli di sonno difficile e dure rotte non conosce ancora il senso delle cose, anche se osserva i loro pezzi tra le mani.
Di fatto, anche quando racconta qualche episodio reale, la Carson ha la capacità di manovrare il tempo avanti e indietro, impedendo una qualsiasi linearità narrativa. Poi ci sono le eccezioni, e, in mezzo a tanta vaghezza, pur culturalmente ricchissima, arrivano, di tanto in tanto, due-tre versi limpidissimi come questi: Giorno dopo giorno appena sveglia ti penso. Qualcuno ha sparso in aria dei gridi di uccelli come perle, che sembrano galleggiare in piena luce e trafiggono gli occhi di chi li legge.
Tutto questo ondeggiare verbale e strutturale è anche usato come strumento di narrazione della fragilità, che è poi il modo di sentire la vita: pezzi frastagliati che si muovono senza mai fermarsi, lungo il muro.
Di certo quella della Carson è una cifra stilistica inimitabile, anche perché farlo potrebbe aprire il precipizio del ridicolo, dove lei non cade mai perché il suo discorso non solo è sempre sostenuto da un immenso bagaglio culturale, dall’intelligenza e dall’ironia (che ne è l’espressione migliore), ma dalla capacità rarissima di non concepire il linguaggio come espressione di una postura esistenziale e di un sentimento delle cose, ma come elemento di identità, se non di sovrapponibilità. Il problema per il lettore è quello di mantenere in equilibrio ragione e intuizione per evitare che l’una sovrasti l’altra, e tuttavia, anche facendo ricorso ad ogni esercizio di equilibrismo, non saprà mai se ha inteso bene ciò che gli sembra di avere intuito.
Del resto, una delle tematiche più risonanti della scrittrice è proprio la difficoltà di comprendersi sia pure all’interno di relazioni intime. Scrive così la Carson: Se mi avesse amata mi avrebbe vista./ Alla finestra del piano di sopra che sbattevo la fronte / contro il vetro. E ancora: Ho scoperto che la parentela tra un uomo e una donna può essere una cosa ripida, integra, eccellente e piena di linguaggi. Eppure potrebbe non avere parola alcuna. Tutto questo ha senso?
Impressiona anche in una serie di testi l’atto rivoltoso di confondere insieme la pittura e la poesia (e non secondo il celebre detto oraziano: ut pictura poesis, che si riferisce, tutto sommato, ad una versificazione descrittivo-imitatoria), al punto che le parole sembrano assumere colorazioni stravaganti quasi per affrescare la superficie dei fogli di sfumature molteplici, così quanti sono gli stati dell’essere, riscrivendo luoghi, persone, episodi. Ancora una volta si rende manifesta la disubbidienza che detesta le definizioni, le gerarchie, i confini, i luoghi comuni: per questo nella stessa poesia, dopo una manciata di versi, si passa da un periodo storico ad un altro, da un personaggio ad un altro. E ci si può fare beffe di un qualsiasi contegno logico, cosi da mettere insieme un fiotto di parole che non dicono nulla e privilegiare l’immaginazione che inventa personaggi tanto profondamente caratterizzati da essere più veri del reale indagato fino a dare vita ad una storia che dal piano onirico trascorra a quello fattuale, come a dimostrare che le virtù fantasiose di un cervello umano sono assai profonde, imprevedibili e, anche se caotiche, umanissime rispetto a quelle elaborate da un gruppo di studiosi d’arte per i quali un’immagine resta un fatto estetico senza pervenire al cuore stesso dell’arte come atto creante non meno degno di quello delle cose concrete: Il fatto che Anna sia da qualche parte/ a farsi un caffè oppure un sogno/ è un’aggressione nei miei confronti./ Odio questi momenti di miseria. / Cosa mangia l’uomo? Si chiedono i fenomenologi./ Come i cani, i nomi,/ laggiù,/ in preda alla fame.
La sua ironia, profonda, spesso di difficile intuizione, spiazza con le sue trovate, così che leggere la Carson dà spesso l’impressione di camminare a piedi nudi su un pavimento sporco d’olio nel tentativo di inseguire, pur barcollando, immagini che diremmo irreali e irrazionali, se non servissero a sottolineare la possibilità di non rivelare dicendo o di svelare tacendo. Perfino una foto scattata lungo un percorso realmente fatto smette di essere un documento testimoniale, se finisce con il confondere il vero, perché è stata scattata guardando direttamente verso la luce: un errore fondamentale.
Gli uomini, nel tentativo di cogliere la varietà, l’instabilità, a volte l’unicità della conoscenza lungo il corso della propria esistenza, assomigliano ai pellegrini del cammino di Compostela (a cui la Carson dedica una serie di prose poetiche diremmo diaristiche in cui per la lingua si torce verso significati ambigui, a volte di ardua interpretazione): i pellegrini erano persone a cui accadevano cose che accadono una volta sola. Lo stesso affermano, tra i tanti poeti citati, Sacho: grande brughiera/ cuore che rispondi/ oh, non dimenticare che/ i confini della vita continuano a spostarsi o Shikiba: cadono due petali/ e la forma della peonia/ è del tutto cambiata.
Perfino l’io che racconta si trasforma spesso in un animale (un cane, in genere) che percorre la via sulle zampe, in un sorprendente mescolamento di animalità e umanità.
Comunque l’elemento più presente nella scrittura della Carson è l’acqua, in quanto figura della “liquidità della vita”, l’acqua che tempesta, che ospita leviatani, straripa, scorre rumoreggiando, luccica, trascina corpi e porte, come aprendole su qualcos’altro che, pur essendo, non si vede. Anche la lingua sembra essere concepita come una liquidità caleidoscopica di inaspettate combinazioni visive che strappano stupori insensati. I suoi frammenti, infatti, creano altri mondi che si danno per brevissimi lampi agli occhi.
Infine il centro tematico intorno a cui ruota tutto è la solitudine, di fronte all’enigma del mondo, al nostro essere qui, alle cose, alle relazioni con gli altri esseri umani, anche i più amati: stare insieme per il piacere ed essere compagni mentre lei pensa: allora perché sono così completamente sola? E: Giacciamo fianco a fianco nel buio, due metà di un astragalo – lo stesso astragalo?
Nel saggio “Solo per il brivid0” sulla differenza tra uomini e donne, la Carson scrive: L’uomo è così, e la donna è cosà, gli uomini fanno questo e le donne fanno cose diverse, la donna vuole una cosa e l’uomo vuole qualcos’altro e nessuno nel corso dei secoli sembra aver capito come tutto questo debba funzionare; e sottolinea più volte come per gli uomini sia difficile separare il desiderio dal sesso, anche se quest’ultimo altro non sia che un sostituto come il denaro o il linguaggio.
Un libro come questo della Carson, per le sue complesse sfaccettature tematiche e linguistiche non è affatto facile da leggere. Come scrive il prefatore Patrizio Ceccagnoli, «il linguaggio di Carson è preciso e reciso, spiazzante e commovente, nel suo continuo effondersi come un rischioso invito a tuffarsi nell’ignoto». In compagnia delle parole della scrittrice canadese ogni lettore dovrà viaggiare rinunciando ad ogni comodità, ad ogni itinerario tracciato sulla mappa del già detto, pronto a sentire scricchiolare le ossa e il tetto della propria casa. Tappa dopo tappa si sentirà svuotato della sua acqua come un recipiente fessurato, fino ad ammettere che le cose si possono capire camminando, se è vero che tutti siamo persone in sistematico esilio.








