Laura Bonelli, milanese trapiantata in Emilia-Romagna, si è diplomata alla Civica Scuola di Cinema di Milano. Ha lavorato in teatro in qualità di regista e assistente alla regia e per tre anni ha tenuto corsi di teatro ai detenuti all’interno del carcere di Como. Fitopreparatrice, si è diplomata con una tesi dedicata alla medicina di Ildegarda di Bingen. Ha pubblicato diversi racconti in antologie con ARPANet Edizioni e ha collaborato con alcune testate giornalistiche. Ha vinto il premio Arpalice Cuman Pertile dedicato alla letteratura per ragazzi nella sezione teatro con il testo La città che aveva perso le idee. È nello staff organizzativo del festival cinematografico Parma International Music Film Festival. Ha pubblicato per Graphofeel Editore Piccole storie dei sette giorni, Fornelli metafisici e Ricettario patafisico. Per Babbomorto Editore la plaquette Elogio del ruttino. Per la collana Coup de Foudre di Aulino Editore il racconto per bambini Le lacrime di Ra. Per Graphe.it Il giorno di Natale. Per SEED Selvatiche Edizioni la raccolta di racconti Ogni passo è la meta. Coordina il blog Voce Blu. È nello staff organizzativo del concorso Verdi Letterati e del Premio letterario Città di Salsomaggiore.
Leggendo la tua biografia, spicca la molteplicità di interessi, sia professionali e artistici, che privati. Rispetto alla tua formazione alla Civica Scuola di Cinema di Milano, vorrei chiederti come questa ha influenzato il tuo sguardo creativo, la «visione» nella scrittura e nella vita?
La cosa più importante che ho appreso durante gli anni di scuola di cinema è la narrazione degli eventi, compreso lo scopo per cui vengono raccontati in un determinato modo. Capire cosa sta dietro alla comunicazione è un utile strumento per preservare un pensiero critico, ricordando che un dettaglio può diventare una visione totale e un evento enorme può essere ridotto a una bazzecola.
Da insegnante, cosa hai imparato a tua volta nell’esperienza fatta svolgendo corsi di teatro con i detenuti nel carcere di Como?
Per prima cosa come non farsi sparare durante una rapina e che esiste un’etica precisa tra i ladri. Chi ruba in banca non lo farebbe mai in un appartamento: i soldi della banca sono neutri, rubare in casa vuol dire appropriarsi degli affetti di una famiglia. In secondo luogo che il talento è intriseco, anche la persona più devastata, che non ha mai recitato né frequentato scuole di formazione può essere un potenziale grande attore.
Qual è stato il primo moto che ti ha spinto al processo creativo e come si è evoluto nel tempo?
La mia prima passione è stato il cinema. Ricordo, da ragazzina, di essere andata a vedere un ciclo di film sperimentali francesi ed essere rimasta folgorata dalla possibilità di trasmettere pensieri ed emozioni in modo astratto e surreale. In seguito sono approdata alla scrittura anche grazie alla spinta di un’ amica che mi iscrisse a un concorso letterario dicendomi “hai 10 giorni per presentare il tuo racconto”. Lo presentai, fu scelto e pubblicato.
Hai scritto anche letteratura per ragazzi. Cosa porti di te e come cambia la tua scrittura mentre concepisci un racconto destinato a un pubblico anagraficamente più giovane?
Non c’è molta differenza, secondo me. È solo più divertente e fantasioso.
Hai anche una formazione come fitopreparatrice e scritto una tesi sulla medicina di Ildegarda di Bingen. Vuoi parlarci di questa figura così importante e del tuo lavoro dedicato?
Una donna unica. Un vero esempio di forza e creatività. Bisogna ricordare che al suo tempo fu un personaggio conosciutissimo in tutta Europa, ma dopo la morte per quasi mille anni fu praticamente dimenticata. Solo negli ultimi trent’anni è rifiorito un interesse per la sua medicina, grazie a due medici tedeschi che hanno tradotto le sue opere mediche realizzando una clinica sul lago di Costanza, basato sulle sue indicazioni. In seguito, erroneamente, è diventata la “santa della new age” per cui i suoi scritti vennero interpretati in modo, diciamo, “trasversale”. Ora gode di un rinnovato momento di silenzio dopo il boom degli anni 2000. Un esempio per capire chi è stata Ildegarda di Bingen: la sua opera musicale Ordo Virtutum è un percorso dell’anima verso Dio attraverso vizi e virtù, tentata da diavolo. Lei faceva rappresentare un vizio specifico alla monaca o novizia del suo convento che lo aveva veramente, essendo di fatto una precorritrice della terapia teatrale. Il ruolo del diavolo invece lo faceva fare sempre al suo segretario personale.
Come sei giunta alla patafisica? Cosa ti attrae di questa «scienza delle soluzioni immaginarie»?
In realtà fu Laura Pacelli, editrice di Graphofeel a propormi l’idea da cui scaturì il mio libro Ricettario Patafisico. È una branca del pensiero originale e bizzarro.
Scrivi per diverse testate intorno a cinema, letteratura, arte. Presiedi giurie di premi letterari e come ufficio stampa un festival cinematografico. Sai arretrare per dare spazio alla parola, alla voce, alle immagini degli altri. Nell’ambiente culturale non è da tutti riporre l’ego e sapere mettersi in ascolto autentico degli artisti. Cosa ti affascina e ti spinge a dedicarti così pienamente alla dimensione estetica?
Amo molto il lavoro “dietro le quinte”, mi piace dare spazio alla creatività e al lavoro artistico degli altri, c’è sempre da imparare.
Stai scrivendo o lavorando a qualche nuovo progetto artistico in questo momento? E, a proposito dei nuovi lavori, vorrei chiederti quanto è importante per te lasciare spazio tra un progetto e un altro per un tempo «libero», vacuo? Uno psicoanalista, Masud Khan, ne ha parlato, di questo tempo, usando un’immagine agricola, rimanere «come un campo lasciato a maggese».
L’anno prossimo dovrebbe uscire un mio romanzo. Al momento sto pensando a un nuovo progetto letterario e sì, sono d’accordo sul fatto che il campo creativo debba essere lasciato a maggese.
Arriviamo all’ultima domanda, nona come nove sono i racconti nel tuo libro uscito per Selvatiche Edizioni Seed di Monica Zanon, dal titolo bellissimo: Ogni passo è la meta. Ci parleresti del libro, della sua genesi, dell’incontro con l’energica e vitale editrice e di come la spiritualità intreccia la tua arte e biografia?
Monica Zanon, mi chiese se volevo scrivere una raccolta di racconti ispirati allo zen. L’idea mi piacque subito, lo zen è sempre stato nelle mie corde, fin da ragazzina. Non volevo però che l’ispirazione riportasse troppo al Giappone, ci sono già libri di grande valore in questo senso, avrei rischiato di fare una brutta copia. Ho tenuto quindi il mio stile di scrittura e ho cercato di capire come la filosofia zen in realtà possa adattarsi a situazioni molto diverse. Il buddismo zen non si occupa di Dio e della ricerca spirituale, è un modo per aprire la mente, andare oltre i preconcetti e sfrondare le sovrastrutture concettuali, ricordando che la mente è una scimmia, il corpo è animale e noi dovremmo cercare di diventare uomini.








