STANZE CON CASE

STANZE CON CASE

anteprima su l'estroverso Stanze con case di Letizia Dimartino

Anteprima
 

C’è un luogo comune secondo il quale l’autore è la persona meno adatta a comprendere il proprio libro. Questo probabilmente vale per gli scrittori di libri comunemente comprensibili, cioè pieni di significato. Purtroppo credo che la scrittura in versi abbia perso, ormai da tempo immemorabile, la propria autentica ragione di esistere. Dunque è legittimo se non altro parlarne.
Ho voluto fare, in questo libro, una poesia che «vada verso la prosa», nel senso che non punti solo a enunciare sconnessi picchi di più o meno luminose metaforicità o a dimostrare l’impronunciabilità del mondo, ma vada verso il mondo, ne sia una delle espressioni più significative: parli della vita e del soggetto che la vive e quindi la esprima a partire dalle proprie esperienze, non disincarnandosi in astratte «correlazioni oggettive», siano esse mistiche o linguistiche. L’importante non è che la poesia sia narrativa, ma che, dentro, ci sia la prosa della vita o, addirittura, la prosa della poesia. L’importante è che la poesia non voglia essere solo poesia.
Ho scritto della mia vita di bambina, fra le stanze e gli oggetti. Il cibo e le preghiere incessanti. I genitori e i parenti. Il fuori e il dentro. La paura della fanciullezza e le case che mi attorniavano. L’amore per la madre e la nonna, il padre infelice. I loro profumi i loro corpi. Il cibo e i vestiti. In un tam tam agitato, fra sogni notturni e giornate straziate. Io che crescevo. Io in tutto. Nel flusso che travolge la parola e si discosta dalla liricità. Ma diventa movimento di pensiero, trasformando le angosce di bambina per giungere ad un oggi diverso fatto di natura e di sereno immaginare. Rivolgendomi ad un tu che mi perseguita e che in ogni libro cambia essere. In un gioco di interno/esterno, scandito, sobrio e asciutto, ma modulato dal ricorrere della litania, cercando di dare suggestioni, atmosfere, misteri percepiti con l’acutezza della sensibilità infantile.

Uno stralcio dalla prefazione di Gabriella Sica
e cinque poesie da “Stanze con case” di Letizia Dimartino, Giuliano Ladolfi Editore,
I edizione aprile 2015. (Collana Zaffiro Perle – poesia, n. 51, direttore Roberto Carnero)

Lo spazio di Letizia è la stanza, che è allo stesso tempo lingua e tempo, nient’altro che lingua dell’infanzia. Con la consueta precisione e rapidità di sillabe e parole, Letizia ha costruito un arco che unisce il passato al presente, teso dall’infanzia alla maturità, dall’origine alle ore, ai giorni e alle stagioni presenti e già fugaci. È l’arco della lingua e della poesia che comprende il passato trascinandolo e vivificandolo nel presente. Non come una ricostruzione ovvia di chi si è diventati, come in tante autobiografie, ma un coinvolgimento del passato nell’oggi che è di alto valore etico e dunque poetico. La bambina Letizia non c’è più, ora lei non ha più niente di quel corpo, di quei sogni e di quelle paure, di quei pianti e di quelle presenze, eppure nello smottamento continuo della crescita quel sé lontano è ancora incistato nella donna, diventata altra da se stessa ma con la medesima sensibilità e attitudine, come un uccellino spaurito e tremante nel nido di sempre, che ha miracolosamente trovato il modo di salvarsi.

 

 

Io ho tre case, una è dimenticata
ma io sto nel centro, dove loro respirano
ed hanno battiti sereni.
Ho notti inconsulte, mi aggiro e poi mi siedo
guardo il nero del cielo che spinge alle finestre.
Il padre non esiste, la madre sembra dormire
invece se ne andò un anno fa, era un maggio
che ho scordato.
Noi siamo i nostri vestiti, noi abbandoniamo le cose
le lampade si spengono da sole ed improvvise
Consuelo mi disse di aver visto un’anima piegata sul lettino
– voleva portarsi col suo lenzuolo il padre che dormiva,
poi se ne pentì –
Ho il fiato delle streghe in certe sere ed al mattino degli orchi,
con l’occhio circospetto lavo il mio viso e non ricordo niente

*

Quando in questa casa si fa buio
io cerco vestiti e pieghe, strofino parole
perché Silverio tu mi dici che ad esser santi
ci vogliono occhi torbidi, e io ho un verde che scurisce
e occhiali e angoli bagnati. Perché è buio alla finestra
e noi stiamo lontani, perché tu in fondo al tuo corridoio
pensi che si può scappare da tutte le streghe
ma io la notte ti compaio e tu gridi, il tuo gatto sussulta
e non sappiamo ridere del fantasma che le Consuelo
della nostra vita ci dissero di aver visto.
Poi io mangio e piego il collo – scostavo il piatto da bambina –
il tuo bianco riso in cucchiai di cannella, in zucchero e glassa.
Oggi la casa si addormenta e il fiato da sciroppo
si addensa nelle stanze.
Silverio, tu lo sai bene, noi non saremo mai

*

Stavo su cuscini che avevano la seta sotto le dita
ginocchia piegate e sonni leggeri. Il fumo del sugo
biscotti in forni celesti. Perché era inverno e la montagna
colava fuoco e la vallata anneriva e poi piangeva il mandorlo
in quel gennaio che non passava mai.
Si volava come in Chagall su nuvole dense, i capelli striati
di azzurro dipinti. Tenevo forcine e cerchietti e specchi
sulle mensole. Era notte in un attimo. Con la paura.
Scivolavo su pavimenti di sapone e lacrime.
Tu Silverio esistevi in altra vita. E scrivevi.
Di un poi. Io non sapevo. Tu già poeta io niente

*

Com’è che ho pensato al mare
mentre nessuno mi guardava
stavo alla finestra come ogni sera,
quel colore che traspare e poi svanisce
si è fatto buio nella paura e nel distacco
in fondo le stanze che vivono nell’ombra
non parlano neanche e tu sei di quel lontano
che nutre la notte. Insomma, tutto complicato.
Però il mare era come vicino – io che non l’amo
ma starei a dipingerlo. Tu che lo hai ma non ne parli mai.
E di questi silenzi son fatte le mie case.
Di pini e di cipressi, una. Senza tristezze però.
Di marmo e mobili questa. Ed io ci morirò.
Ma questa è un’altra storia e tu già la conosci.
Sì, noi lo sappiamo. Ma scriviamo. E forse albeggia

*

Succede molto lentamente
che si fa buio, fra le parole
e fuori e pure dentro
qui fra gli ulivi o i mobili e i tappeti
e tutto è vero. O falso.
Lo dico forte, che si possa sentire.
Tu sollevi il tuo gatto nero
– ha il muso di un bambino –
io dormo fra cuscini e copriletti
la notte si fa ampia, strana.
Scompaiono le case, Consuelo
le streghe e i ricci sulla testa,
rimane un angolo nascosto
dove non si dorme. “Taci” mi scrivi.
Taccio.

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