“Ho trovato nella scrittura un perfetto esorcismo mentale”

“Ho trovato nella scrittura un perfetto esorcismo mentale”

mavie parisi 2

Parola d’autore

 

Mi innamorai per la prima volta una mattina d’autunno, frequentavo la scuola elementare.
La giornata era appena iniziata quando in classe entrò un giovane e, no, non mi innamorai di lui che timidamente posava la pesante valigia accanto alla cattedra, ma di uno dei libri che da quella valigia venne fuori.
Diverso dai libriccini sottili e colorati che acquistavano per me i miei genitori, quello era un libro vero, pagine e pagine di un bianco ruvido e smorzato, le parole in seppia, i fogli, dai margini irregolari, malamente separati.
Si trattava de Le mie prigioni di Silvio Pellico.
Lo volli fortemente e lo lessi, non per scommessa, come pensò mia madre, ma per amore.
Non ricordo se fui in grado di capire o di apprezzare appieno, ma so che ero con Pellico quell’ottobre che lo imprigionarono e gli tenni compagnia nei dieci anni successivi, fino alla sua liberazione.
E sperimentai sulla mia pelle quell’immortalità all’indietro di cui ha parlato Umberto Eco.
C’ero anche io, insieme a lui, al matrimonio di Renzo e Lucia ed eravamo insieme anche mentre Leopardi contemplava l’infinito.
Ho vissuto e vivo ogni giorno da quella mattina d’autunno, ma forse anche da prima, nella coscienza delle mille vite che mi regala la lettura, affermazione di George Martin, tanto ordinaria adesso, dopo essere stata enunciata, quanto sorprendente mentre ancora era pensiero.
È dal desiderio di percorrere molti più sentieri di quelli che la vita concreta mi permette di affrontare, di superare i limiti di un’esistenza necessariamente ristretta, di valicare il circoscritto, il troppo angusto, che nasce la mia fame di storie, talmente vorace da accendere in me il desiderio di scriverne io stessa.
Sdrammatizzo con un paragone azzardato e in qualche modo blasfemo, dicendo che mi sento un cuoco, fattosi cuoco perché ha amato mangiare.
Per molto tempo ho scritto lasciando le storie nel cassetto, soltanto una decina di anni fa senza una particolare ragione, forse solo perché le cose ad un certo punto decidono di accadere e per questo ti si parano davanti persone, situazioni, occasioni che le rendono possibili, ho deciso che volevo che le mie storie venissero lette.
Ho cominciato dai racconti, una scelta che in un primo tempo pensavo essere legata alla particolare misura del racconto, in termini proprio di quantità di parole da utilizzare, al timore di affrontare i rischi e la fatica di un lavoro lungo e complesso come il romanzo, poi ho capito che si trattava di altro.
Il problema vero era che, nel momento in cui un’idea comincia a prendere corpo nella mente, nell’esatto istante in cui si ha il passaggio dalla condizione di “ovetto”, per dirlo alla maniera di Rosa Montero, a quella di storia vera e propria, si compie una scelta dolorosa.
È una scelta dura che se apre la porta a una opportunità, chiude alle infinite altre possibili.
Il racconto, avendo, per sua stessa natura un respiro più limitato, permette di esplorare in un minor tempo più generi, di sperimentare linguaggi e soprattutto appunto di mettere a dimora una maggior quantità di idee.
Quando finalmente l’urgenza si è placata, quando ho avuto dei lettori e ho assaporato i primi apprezzamenti, anche in termini editoriali, nel senso che ho cominciato a pubblicare, è nata la voglia di scrivere un romanzo, o meglio, ho finalmente ammesso a me stessa che desideravo scrivere un romanzo.
Un cammino graduale che ha richiesto il coraggio di mettermi in gioco, anche perché, come spesso avviene, il mio primo romanzo, pur non essendo autobiografico nel senso letterale del termine, pur non narrando cioè fatti ed esperienze da me realmente vissuti, è tuttavia nato dalla necessità di liberarmi, trasferendoli su carta, di una serie di nodi emozionali, di catenacci viscerali la cui apertura può essere pericolosa, o almeno la si vive come tale.
È nato così E sono creta che muta, un romanzo che se non proprio flusso di coscienza è tuttavia completamente incentrato sullo scavo psicologico e infarcito di monologhi interiori.
Presentato nel 2009 a un concorso per inediti che prevedeva la pubblicazione per il vincitore, è stato pubblicato nel novembre dello stesso anno.
La successiva tappa del mio cammino di scrittrice mi ha condotto verso il noir, genere di cui io stessa sono stata di tanto in tanto ghiotta lettrice.
Quando una donna è un romanzo che mi ha permesso di camminare sui binari di una trama forte e articolata senza per questo rinunciare alle incursioni nelle profondità dei personaggi.
Mi piace definirlo un lavoro che invade, che infastidisce, che non da soluzioni e non trova colpevoli, che parla di ossessioni e di personalità border line.

dentro due valigie rosse l'estroversoNel 2014, infine è stato pubblicato il mio ultimo romanzo Dentro due valigie rosse, titolo fortemente voluto dall’editore (il mio era In battere e in levare, e tale è rimasto dentro i file del mio computer).
Un romanzo che ritorna sui temi dell’abbandono.
E dell’abbandono descrive le sofferenze, quelle manifeste, visibili, palesi, fatte di lacrime di rancori o comunque di emozioni chiare e forti e quelle più subdole, che invadono l’anima come polveri sottili nei polmoni, quelle che, e di questo sono profondamente convinta, riescono ad ammalare il corpo quanto l’anima.
Tornando all’idea che lettura e scrittura dilatino il tempo vita, può sembrare bizzarra la scelta di scrivere storie che mi hanno portato su strade dolorose, ma io credo tutti cerchiamo di allontanare i nostri personali demoni, e io ho trovato nella scrittura un perfetto esorcismo mentale. Devo però confessare che in questo particolare momento sto pensando a qualcosa di completamente diverso, un progetto nuovo che ha sempre a che fare con la scrittura ma che in qualche modo costituisce una pausa rispetto a quanto fatto sinora, è ancora troppo presto però per parlarne, e poi son anche un po’ scaramantica.

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