Una verticalità rigenerante: osservazioni su “Con altra voce” di Gabriella Cremona

Negli ultimi trent’anni, la poesia italiana ha mostrato una progressiva trasformazione del proprio sguardo e dei propri temi, orientandosi spesso verso una dimensione domestica, quotidiana e minimale. Lontana dalle grandi tensioni epiche, trascendentali o religiose che avevano caratterizzato larga parte della tradizione lirica – da Dante fino a Luzi – la produzione contemporanea sembra privilegiare il dettaglio, l’oggetto minuto, l’esperienza ordinaria. La realtà osservata è quella degli spazi familiari, delle azioni ripetute, degli oggetti d’uso comune, che diventano i veri protagonisti del testo poetico.

La raccolta Con altra voce. Cantica allo Splendore in Tre canti (La scuola di Pitagora, 2025) di Gabriella Cremona, impreziosita dalla prefazione della Prof.ssa Novella Primo, prende le distanze da questa tendenza ed è di difficile collocazione nel canone letterario contemporaneo: per molti aspetti, anche prendendo in considerazione il suo background culturale e geografico, si può considerare un interessante unicum. La sua è una poesia della verticalità, in cui l’anima appare destinata a una liberazione, a una sublimazione che conduce verso l’alto, verso una forma pura, primordiale e provvidenziale, di salvezza. Fin dal primo componimento, che spinge il lettore in un viaggio verticale di dantesca memoria verso la salvezza, Cremona scrive: «risorga questa Terra – manovrata – / a una Rivoluzione Interna e al Soffio». La sensazione di astoricità, di uno spazio ultraterreno come l’inferno dantesco, è rinforzata dal verso incipitario: «In un’ora qualsiasi del mondo / violato da meccaniche terrestri». Il tono descrittivo lascia spazio a quello della preghiera, con la richiesta di una palingenesi in grado di spazzare via la natura violenta dell’umanità, il peccato di Caino: «Così bannare la disumanità, / estirpare dell’uccisione il gene: / si spezzi così la ripetizione!». Si tratta di una poesia di pace universale che, oggi più che mai, torna attuale in tempi di guerra, soprattutto considerando l’impegno civile e pedagogico che l’autrice ha sempre manifestato attraverso il suo lavoro di insegnante e il suo ruolo di attivista per Amnesty International.

La poesia di Cremona si fonda su una serie di contrapposizioni ricorrenti, che rendono la complessità della sua visione, oltre il dualismo tra guerra e pace: visibile-invisibile, come avviene nei primi due componimenti del secondo canto di Con altra voce, sconfitta-vittoria, acqua-fuoco. L’atto di scrivere, come si evince da Dagli antichi antifonari, si configura come una gravidanza che consegna la parola al mondo, anzi la dona con un atto di generosità che garantisce una discendenza ideale:

La mia città apre mura cherubine
dagli antichi antifonari:
spirali fondamenta a molti occhi
in Uno, e porte di diamante agli Ospiti

custodi di un unico creare
al movimento l’anima scritta in te,
e la Sua parola come gravidanza.
E – tu – parola esisti: creatura.

Esisti anche impronunciata,
o proferita internamente – tu –
cinemagrafia visibile invisibile:
tabernacolo sacro all’enpoiein.

La pace si raggiunge attraverso il compimento della verticalità, realizzata in una rilettura del “volo” opposto a quello audace e insensato di Ulisse e di Icaro: «Vola alta – mia creatura – ed infigura / allo Splendore; vola, oltre la vita / oltre la morte, al movimento». Il modello dantesco è rievocato dalla struttura in tre canti della sua raccolta, che risponde alla divisione della Commedia e spiega il passaggio dall’inferno al paradiso nel viaggio umano e spirituale della poetessa.

La salvezza dell’uomo – possibile agli occhi di Cremona – si compie nella religiosa «bianca processione», che spinge «nell’invisibile alla Luce»: il lessico religioso, soprattutto legato al rito della messa («offertorio») e alle sue formule, è ricorrente nell’ascesa dell’io poetico. In Una catena libera da un Virus, parafrasando il Padre Nostro, l’autrice esprime un augurio per le nuove generazioni: «Ci resti anche il dolore, e anche la morte / ma liberaci dal male, – il gene – / dall’orrore, da ogni tormento di violenza». In questo componimento, il «male» non è più soltanto una categoria etica o religiosa, ma diventa qualcosa di biologico e originario, inscritto nel «gene». Questo spostamento è cruciale: il male non è solo scelta o peccato, ma è radicato nella natura umana, diventa cioè una destabilizzante presenza ereditaria e quasi inevitabile.

La poesia di Gabriella Cremona può essere letta in modo molto fecondo attraverso la filosofia di Plotino, soprattutto alla luce della citazione riportata dalla stessa poetessa: «ricondurre il divino che è in noi al divino dell’Universo». Il componimento Insieme siamo Uno, con il suo «Interno ed esterno coincidono, / insieme siamo Uno: senza figura, sebbene lontanissimi», sembra infatti descrivere un movimento di interiorizzazione e di superamento della soggettività individuale che coincide con il cammino neoplatonico dell’anima verso l’Uno. Anche l’espressione «senza figura» è cruciale: l’Uno, in Plotino, è oltre ogni forma, oltre ogni determinazione, oltre persino l’essere. L’esperienza ultima è dunque una spoliazione delle immagini e delle identità.

Certamente, un vibrante anelito redentivo percorre diversi componimenti di Con altra voce in cui Cremona spiega cos’è la Luce, cioè «sostanza» radiante, «immateriale» ma al contempo «cosa viva»: un salvifico assemblaggio di materiale ed energia umani in cui l’uomo, purificato, può tornare e trovare la pace, in contrapposizione ai rumori e agli eccessi della vita quotidiana. Emerge in questi versi anche la Sicilia, concepita come anima mundi, pura e indomita al tempo stesso, raffinata e selvaggia: l’autrice stabilisce un contatto con la terra natia attraverso la descrizione degli aromi arabeggianti del Medioevo, le astrazioni spirituali che ricordano Battiato o ancora il riferimento alla Chiesa della Martorana a Palermo. La Sicilia, in questa raccolta, si contrappone sistematicamente alla dimensione concreta e cittadina di Roma e, in particolare, del quartiere di Monteverde dove l’io poetico si muove come «forestiera». Basti pensare al componimento Cammino con l’anima indossata, in cui la lontananza dalla Sicilia si traduce nella straniante condizione di esule.

Cammino con l’anima indossata
sopra il viso in una – Grazia –
lieve che alleggerisce della stanchezza
il peso e mi sottrae allo spessore il corpo.

Sono a tutti sconosciuta – forestiera –
mentre avanzo a Monteverde – nei passaggi –
lentamente; eppure tutti mi sorridono,
finanche le farfalle.

Di ogni strada o piazza un’esperienza
del nuovo nell’antico, così di Chiese
a specchio e biblioteche amate:
oasi benedette nella civiltà di guerra.

In questo caso, la «Grazia» produce un effetto di alleggerimento alle difficoltà dell’io lirico: toglie il «peso» della stanchezza e sottrae il corpo al suo «spessore», cioè alla sua materialità gravosa. Pur sentendosi straniera, la poetessa sperimenta una forma di accoglienza universale: infatti, le «farfalle», creature tradizionalmente associate all’anima e alla metamorfosi, sembrano partecipare a questa comunione. Al contempo, lo stato d’animo dell’esule si configura come una traslitterazione del ruolo a tratti alienante di bibliotecaria – svolto da Cremona –, distante dalla gente, condannata alle proprie «responsabilità» e animata dalle vite altrui tramandate dai libri.

Al di là del concetto originale di infigurazione, su cui la stessa autrice insiste in più passaggi della raccolta e a cui ha dedicato il breve saggio Nel segno dell’Infigurazione, la forza della poesia di Cremona consiste nella capacità di far convivere una tensione verticale e spirituale con una versificazione fluida e a volte prosastica, che non ricerca rime facili e anzi sfrutta versi non di rado lunghi, eccedenti l’endecasillabo. Su questo solco, Cremona riesce ad adattare la presenza di una ricca tradizione classica (da Sant’Agostino a Dante, senza dimenticare la filosofia greca e le citazioni latine o bibliche: «Luce da Luce, Dio vero da Dio vero») con modelli più recenti come Ungaretti: l’antico che incontra il moderno, la Sicilia che si fa ricordo nei paesaggi romani, la vita che sconfigge la morte attraverso il pensiero di una redenzione possibile. 

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