1Libroin5W.: Maria Liberti, Casa Liberti. Uno sguardo sul teatro greco-romano, MIMESIS.

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Chi?

Dal titolo apprendiamo che protagonista di questo piccolo libro è Casa Liberti, una casa resa speciale dalla sua ubicazione all’interno del teatro greco- romano di Catania, forse l’unico che ha avuto nel corso del tempo l’anomalia di trovarsi popolato da abitazioni dentro e intorno alla propria area. Posta nella parte alta come emergesse dallo stesso teatro al quale è rivolta, la casa prima destinata alla demolizione per dare al monumento maggiore visibilità, per una scelta di tipo conservativo operata dalla Sovrintendenza negli anni ‘90, è stata preservata dalle ruspe, ristrutturata e destinata a Museo dove, custoditi, riposano reperti trovati in zona e memorie della famiglia Liberti che così avranno insieme a lei un oltre. Questa vicenda, un capitolo della storia culturale della città, è stata un mio personale vissuto in quanto Casa Liberti era la casa di mio padre, la casa dei nonni; dalla terrazza, il suo interno si affacciava al teatro aprendosi a uno scenario magico eppure familiare al mio sguardo che su di esso si è posato in tempi diversi della vita, misurando nella permanenza di quello il divenire di sé e di tanto altro. Il sottotitolo del libro infatti Uno sguardo al teatro greco -romano, introduce questi due elementi, anch’essi attori principali nella scrittura, perché se la Casa fosse stata altrove e se lo sguardo fosse stato di un altro, la visione che il testo ha cercato di rendere in parole non ci sarebbe stata o sarebbe stata diversa. Lo sguardo è infatti segno di attenzione che personalizza una visione: quella e non altra. Al mio sguardo, Casa liberti non è stata solo “la casa del padre”, con la ricchezza di significato che l’espressione evoca, è stata anche “la casa del teatro”, perché del teatro ha respirato l’aria e col teatro ha costituito un unico paesaggio, accarezzato dallo stesso silenzio.

Questi legami profondi con luoghi che sono anche persone sono quelli che hanno ispirato il testo, un piccolo testo dove l’archeologia in senso stretto, legata al teatro, è diventata archeologia del soggetto, legata alla casa, il patrimonio della memoria collettiva, archivio e sorgente di quella personale, che è ricordo, cioè memoria del cuore, affettiva, selettiva, che del passato rivisita figure e momenti, punti luce, chiari come le radure di bosco, colorati come i papaveri di Monet. Del resto, come dice Marquez: “La vita non è quella vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla “.

Cosa?

Casa Liberti è un memoir; come tale, diversamente da un’autobiografia, non ha interesse all’oggettività dei fatti, ma all’autenticità del sentire. Il testo, infatti, presta voce a stati d’animo, emozioni, sentimenti, e lo fa coniugando ad essi una ricerca di senso che conferisce a tratti della scrittura i caratteri del saggio.  Attraverso paesaggi esterni e paesaggi dell’anima, tutto affiora rivisitando luoghi che abitati da un tempo trascorso, ma non perduto, riescono a evocarlo e così, come lo restituissero, consentono proustianamente di ritrovarlo. Luoghi quindi che sono un dove, un come e un quando, “il tempo di prima” che, come l’imperfetto delle Rimembranze leopardiane, dentro rimane accompagnato da una vena di nostalgia, quella dolce, in cui la gratitudine per ciò che è stato lenisce il rammarico di averlo perduto.

Insieme al tema dei luoghi con le persone che li hanno animati, a tessere la trama della scrittura è quindi quello della memoria, considerata aristotelicamente come scriba dell’anima, preziosa per custodire ciò che non è più, ma anche per nutrire ciò che non è ancora, e con lei quello del tempo che nella terrazza della casa, rivolta al teatro, ha avuto un osservatorio privilegiato dal quale poter confrontare la diversa durata delle cose, il loro essere e il divenire.

Così, quando da Casa Liberti la scena, assecondando il flusso dei ricordi, si sposta ad altri luoghi significativi nella storia personale, si disegna un percorso spazio temporale in cui, fra luci e ombre, chi scrive cerca di individuare il fil rouge che compone unitariamente le stagioni di una vita.                   

Proprio nel contesto della riflessione sul tempo, Casa Liberti acquista valore emblematico: la sua sopravvivenza mentre sembra risarcire di tutto quanto, a mano a mano, è venuto meno, persone o cose che siano, sembra anche dimostrare il valore delle radici, di ciò in cui si riconosce il principio, l’archè, che non a caso per i greci era anche l’essenza delle cose, causa prima e finale insieme. La struttura del testo, infatti, che naturalmente, senza un’intenzione pregressa, comincia con la casa, e dopo avere attraversato altri luoghi ed esperienze, a lei ritorna, disegna un cerchio che è figura di compiutezza in cui alfa e omega s’incontrano per dire che nel principio è il seme da cui il tutto procede. Qui è implicito un riferimento al tema identitario che è infondo è quello che accompagna e anima la scrittura.     

Quando e Dove?

Il bisogno di riaprire Casa Liberti e con lei tornare al tempo di prima è maturato tardivamente e lentamente in una fase avanzata della mia vita. In verità, la casa, il teatro e il contesto intorno-mi riferisco in particolare alla via Crociferi – hanno sempre esercitato un richiamo su di me: c’è in questi luoghi un’atmosfera esclusiva che mi rasserena come respirandola mi venisse restituito qualcosa che solo lì sento di ritrovare, probabilmente perché i luoghi della memoria sono identitari, sembrano far parte di noi e noi di loro, quasi che sempre li abitassimo.                                                                                   

Nella mia storia, a consolidare il legame con essi sicuramente ha contribuito l’avere frequentato da bambina e da ragazza il san Benedetto che era allora un istituto scolastico dove ho iniziato e concluso gli studi e da dove, per la loro vicinanza, godevo degli stessi scorci di cielo che vedevo dalla casa dei nonni. Proprio in ragione del senso di appartenenza a questo angolo della mia città, come ci fossi nata, il bisogno di far rivivere la casa e ciò che essa rappresenta in una modalità per me significativa, è affiorato nell’avvertire un sentimento che definirei della “lontananza”, un sentimento amaro che si sperimenta quando, separati da qualcuno o qualcosa che ci è caro, sentiamo che distanza non è distacco.                                                                            C’è stata un’occasione ben precisa in cui il disagio di questo sentire è emerso e ha stimolato l’inizio del percorso naturalmente approdato alla scrittura.  Come racconto nelle prime pagine del libro, nell’estate del 2016, trovandomi fra il pubblico del teatro in occasione di uno spettacolo, costretta a veder la casa da fuori, come le fossi estranea, ho avvertito un vuoto e, come se la distanza fisica che mi separava da lei in quella circostanza fosse anche temporale, il timore che fatti lontani evaporassero, che il passato, l’unica certezza che abbiamo, andasse perduto, quasi fosse una fantasia e non “quel che resta del giorno”. Da lì tante domande dentro e il bisogno di azzerare o per lo meno accorciare quella distanza. La scrittura che per la sua capacità di accoglienza dona a tutto ospitalità e diritto di replica, avrebbe provveduto. Non per nulla alla fine viene definita Casa delle case.

Perché?

Ogni testo, specie se in prima persona, nasce da bisogni personali che bussano e reclamano di avere ascolto. Sono i suoi perché.  Casa Liberti ha risposto all’esigenza di dare nuovamente vita a un mondo che non c’è più e così, almeno nella scrittura, colmare il vuoto causato dalla sua perdita, sanando insieme la ferita della lontananza da cose e persone care e la solitudine che si sperimenta quando non c’è più nessuno con cui coltivarne il ricordo.  

Ma c’è un altro tipo di lontananza che genera più smarrimento e accentua il senso di solitudine: è la lontananza da sé, quella condizione particolare di disagio che si sperimenta quando cambiamenti radicali ci fanno sentire la nostra vita altra per cui stentiamo a riconoscerci, come non sapessimo più bene chi siamo. Per tutti, credo, ci siano momenti in cui circostanze particolari destabilizzano il proprio modo di stare al mondo: quello di prima si scopre inadeguato, uno nuovo si deve ancora imparare. Nell’incertezza che si genera, mentre si appanna il senso di sé, si avverte il timore di perdersi e il bisogno di un ancoraggio sicuro come può essere il passato, se di un passato buono si tratta, perché ciò che è stato non può tradirci.

E cosa più del ritorno alle origini può dirci chi siamo quando lo perdiamo di vista? Cosa più del nome che portiamo? Alla luce di questo, non è casuale che io il mio ritorno alla casa paterna e a ciò che lei racconta, sia avvenuto in una fase avanzata della vita, una stagione delicata e complessa in cui il tempo, ispessito da una parte e assottigliato dall’altra, chiede un modo diverso di abitarlo.

Nello stupore del suo trascorrere, per me guardare indietro non è stato cedere a un’istanza regressiva ma favorire una ripresa che solo nella riserva affettiva e valoriale di quel patrimonio antico poteva trovare il nutrimento necessario a sostenerla. A questa Casa, a ciò che rappresenta, devo quindi molto: noi non possiamo nulla sull’inizio della nostra storia, né sul nome che portiamo, ma quando da questi ci è venuto del bene, dobbiamo dire grazie. Recitano due versi della poesia Moltitudine della Szymborska: “Avrei potuto avere altri antenati, avrei spiccato il volo da un altro nido.” Consapevole di questo, le pagine che ho voluto dedicare alla casa di mio padre sono anche una restituzione, un modo per ricambiare quanto ricevuto.

 

Scelti per voi

I brani a seguire possono considerarsi come una piccola antologia che, se pure esclude parti care a chi scrive, mira a rendere a chi legge la tonalità del testo e l’atmosfera che si respira fra le sue pagine. I titoli che figurano in ciascuna parte non ripropongono quelli dei capitoli del libro, sono solo indicativi dell’argomento trattato nei passi citati. Questi, tenendo conto della struttura del testo e dei suoi   interni richiami, non sono stati sempre ripresi in modo lineare ma, come può notarsi dal riferimento alla pagina, a volte zigzagando da un capitolo all’altro e privilegiando il legame tematico che dà loro continuità come fossero in successione.

Sul Ricordo, sulla Memoria e i suoi Luoghi

Ricordare serve a non perdere le cose, raccontarle a consegnarle a qualcuno per dare loro un seguito ed anche farsi compagnia perché, pensando a chi legge o a chi ascolta, chi scrive e chi narra si sente meno solo. P. 14

“Siamo colloquio”[1], diceva Holderlin, comunque e sempre. E quando il colloquio non può darsi, la memoria consente ancora di comunicare, cioè mettere in comune qualcosa e farne dono a chi non è stato testimone ma può esserne erede. È questo il suo potere che genera confronti altrimenti impossibili e ci pervade di luce anche quando la fonte si è spenta come fanno le stelle che continuano a illuminare nonostante non siano più in vita.[2] P.16

È la Memoria il filo d’Arianna che garantisce al tempo la continuità e ci guida nel suo trascorrere senza che abbiamo a smarrirci in esso come fosse un labirinto, piuttosto che un percorso. Ed è la sua narrazione che consente di comporre in unica trama fatti che diversamente, nella loro frammentazione, rimarrebbero sfilacciati, come fossero accidenti, privi di quel connettivo che li ordina in una storia nella quale, individualmente e collettivamente, potersi riconoscere per avere un’identità.[3] P. 25

La Memoria, diceva Aristotele, è lo scriba dell’anima; quando essa si deposita nei luoghi, sono essi ad accoglierla e farsene custodi come Hillman ha insegnato. Per ognuno di noi i luoghi capaci di questi rimandi sono speciali; da loro ci viene incontro il tempo di prima che affiora e di noi racconta; se questi vivono ancora, la loro realtà fuori di noi dà corpo ai ricordi perché non abbiamo a confonderli con fantasie o allucinazioni, se il tempo li ha violati al punto da renderli irriconoscibili o se li ha addirittura cancellati, essi sopravvivono solo in noi e questo conferisce loro la bellezza struggente delle cose che non sono più. 

Ma che questi abbiano dimora fuori o dentro di noi, fra loro, i più cari credo siano quelli che hanno ospitato la stagione delle nostre speranze per cui guardando indietro ci rivediamo lì con lo sguardo in avanti quando il nostro futuro era da disegnare e tutto era possibile ancora. Sono quindi luoghi in cui il tempo lo abbiamo declinato prima in una direzione, poi, tornandoci in un’altra, per cui essi sembrano idealmente racchiudere la nostra vita che intanto ha fatto esperienza del suo trascorrere ed ha appreso che, nel divenire delle cose, ad esse, nel bene o nel male, non è data replica, perché non c’è ripetizione. P. 53-54

A proposito di Case

La parola casa è una parola a tutti familiare…

Casa è il luogo che più di altri viene intimamente segnato da persone e cose che con lei si mescolano nello stesso vissuto al punto da creare una singolare atmosfera che solo là si respira. Ogni casa, infatti, ha un suo carattere, un insieme composto di giochi di luci, ombre e penombre, voci, suoni, odori, presenze, assenze, e per questo l’espressione “aria di casa” sappiamo tutti bene cosa significhi, cosa sia in grado di evocare, come e perché non ci sia luogo migliore a nutrimento dei nostri ricordi. Se questo possiamo dirlo per ogni casa, riferirlo alla casa paterna credo ne accresca l’intensità. Se poi questa casa, per circostanze varie, diventa Museo, per un verso la si perde, ma per un altro, il rapporto con lei si arricchisce di un valore aggiunto perché, come bene comune essa acquisisce una permanenza che altrimenti mai avrebbe avuto. E questa circostanza interroga sul tempo che diversamente trascorre nella storia fuori e dentro di noi.

Personalmente devo dire che la sopravvivenza di Casa Liberti e il pensiero della sua proiezione futura che sembra regalare alle nostre vite una continuità che ci sorpassa, mi commuove profondamente. Sapere che Casa Liberti c’è anche in assenza delle persone che l’hanno abitata, e ci sarà anche quando non sarà più dato con nessuno usare il lessico che lì, come direbbe la Ginzburg, era “famigliare”, e con nessuno si potranno condividere vissuti e ricordi, è una carezza che, nel dono di un oltre, lenisce la pena degli affetti che si sono perduti o guastati. Forse per questo, venire qui per me non è mai un andare, ma un ritornare e ritrovarsi, un’occasione per leggere il tempo che scorre nello specchio di quello che lì è rimasto fermo e guardarsi, come entrare e uscire dalla propria vita in momenti diversi e riprenderne il filo, sapendo che non si è spezzato…

Cosa ha significato per chi ne ha fatto l’esperienza, la frequentazione assidua di questi luoghi, la consuetudine con loro, la familiarità?

Siamo tutti creature del tempo e di lui portiamo i segni. Crescere all’ombra di una casa che si affaccia su un pezzo di mondo antico che ha resistito e permane è un’esperienza , una scuola, in cui proprio lui, il tempo, ”grande scultore “ si fa maestro della sua arte che plasma la materia dondole forma destinata a diversa durata perché così possiamo contemplare il mistero dell’essere e il divenire, apprendere la precarietà e la persistenza, la prossimità e la lontananza, e con ciò comprendere quanto sia importante farsi lavorare da lui perché nel suo trascorrere, vivendone le diverse stagioni, senza anticipi, né rinvii, passi, ma non si perda.  P. 28-31

La terrazza e il Teatro 

In una casa, laddove c’è, una terrazza non è un ambiente come gli altri; la terrazza fa parte della casa ma ampliandola con un esterno, come fosse un grande balcone, la apre ad un altrove, quasi la consegna ma con discrezione, perché rimanendo comunque nell’ambito delle sue mura, mentre la espone, anche la contiene… P. 33

In quella di mio padre, sporgendosi oltre, ci si apriva al teatro… 

Non so, da piccola, l’impressione che suscitava in me la sua vista; come tutte le cose che si vedono sempre, per me, era normale che il teatro fosse lì; faceva parte della casa della nonna, era il suo grande interno…                                  

Crescendo…Un rapporto speciale quello fra me e lui, che diventava esclusivo quando d’estate, durante la villeggiatura della zia, mi ci ritrovavo da sola, perché ero io incaricata di dare l’acqua ai suoi fiori. Dovendo aspettare che ci fosse l’ombra, andavo all’imbrunire e lì, in terrazza, con un cielo punteggiato di voli di rondine, simili a bambini che per gioco si rincorrono, con i colori indefiniti dell’ora in cui il giorno cede alla sera, “l’ora che volge il desio ai navicanti”,[4] specie dopo una giornata calda, quando sembra che un’aria più leggera dia conforto dello sfinimento patito, devo dire che godevo di un angolo di paradiso in cui niente e nessuno veniva a turbare l’armonia dell’insieme.

Il palazzetto era vuoto; intorno, le poche botteghe di via Teatro greco, sede durante il giorno di piccole attività erano chiuse; dalla via Vittorio Emanuele non arrivava rumore alcuno, solo dalle chiese che gravitano intorno, come un mistico richiamo. Il teatro era tutto mio ed io mi sentivo presa da una sorta d’incantamento in cui la mente riposava, non vuota, ma leggera in un tempo che sembrava sospeso. Un insieme singolare, quasi metafisico, in cui come la siepe per Leopardi, gli spazi chiusi aprivano all’idea dell’Infinito e le tracce di tempi diversi a quella dell’Eterno.

A favorire la straordinaria suggestione che caratterizza tutta l’area del teatro greco-romano credo che, da sempre, abbiano contribuito gli edifici religiosi intorno che, complici del silenzio diffuso nell’intera zona, hanno determinato una mescolanza di sacro e antico che non si avverte altrove e genera un’atmosfera surreale, come di attesa, in cui qualcosa vagamente sembra aleggiare. 

In particolare, il complesso del san Benedetto… P. 43-45

I personaggi della casa

Mio padre

Sono cresciuta sentendo fin da piccola usare la parola cura perché con il lavoro di papà era parte di un vocabolario professionale a cui ero avvezza, ma …

Per mio padre, la cura non era solo la terapia per i pazienti, qualcosa da prestare a intermittenza come mettere e dismettere il camice in un ambulatorio; cura era ciò che lui mostrava per gli studenti universitari, per gli affetti familiari e le cose, poche in verità – papà era persona molto sobria – o i luoghi che ne erano rappresentativi; cura era il suo modo semplice e serio di vivere le cose: lineare, sine piega. Certo la sua era la cura del chirurgo, formato e addestrato al bisturi, senza fronzoli quindi; ma quanto valeva quella sua essenzialità, quel suo modo di esserci non pesante, ma fermo, solido, come la mano di chi sa operare! …  P. 60-61

Morto papà, come se con lui fosse tramontata un’epoca, un’altra ne è iniziata. Anche nelle storie individuali c’è un “ante” e un “post”: qualcosa che segna. Per me, il dopo è stato in tutto diverso dal prima. Anche la dinamica dei rapporti in famiglia, ormai io e mia madre, dal momento che mia sorella si era già sposata, faticosamente da reinventare.

La famiglia è una realtà così sensibile che di tutto risente e al suo interno tutto cambia se nella sua composizione qualcuno viene meno o qualcuno si inserisce.

L’insieme non è mai semplice somma di parti. La matematica vorrebbe semplificare e risolvere calcolando e misurando ma nella vita sottrazioni, addizioni, divisioni, moltiplicazioni, tutte le sue operazioni precisine e con la prova del nove, non funzionano.

La vita spariglia di continuo e con papà tante cose sono andate via…P. 85-86

…la morte può portare via una persona amata, non il sentimento: quello rimane e siccome l’amore è creativo, se oltrepassa il lutto attraversandolo come un percorso, andrà a posarsi altrove.

Non siamo monadi senza porte e finestre, né siamo isole, ognuno di noi è un mondo, una rete di senso animata da relazioni; quando al suo interno viene meno una maglia, tutto l’insieme si scompiglia e al buco di quel vuoto bisogna rimediare, riprendere la parte che si è sfilacciata e lavorare lo strappo. Il dopo non è come prima: può venire fuori un rattoppo ma anche un ricamo, che comunque quella trama modifica. Elaborare il lutto è accettare una perdita, imparare, a partire da lei, un modo diverso di stare al mondo e così viverla senza perdersi, magari provando a riempire diversamente quell’abbraccio vuoto.  P.63-64  

La zia Ina

Era una donna molto mite che rifuggiva dalle persone aggressive. Non si curava molto, del resto allora non si usava, ma il suo insieme era naturalmente gradevole: castana nei capelli, poi col tempo, appena imbiancati ai lati, chiara nella carnagione, aveva gli occhi di un colore stupendo come io ho sempre immaginato il “dolce colore di oriental zaffiro” di cui dice Dante; i suoi colori giovani, ravvivati dalla luce degli orecchini, perla con brillante, che portava sempre, contrastavano con le rughe precoci e profonde che le ricamavano il viso…

C’era nel suo modo di fare la zia una dolcezza che non credo dipendesse dalla mancanza di figli; non era la compensazione di un vuoto, era un tratto suo, proprio di una persona naturalmente dativa, affettuosa, generosa…

“Curina” era la parola con cui lei preferiva rivolgersi a me e mia sorella, e poi ai nostri figli, perché questo eravamo noi per lei: le foglioline interne alla lattuga, quelle appena verdi, le più delicate, le più piccole che tali rimangono. P. 35-36

La nonna Caterina

Vestita di scuro, con calze e pantofole anche queste scure, i capelli grigi alzati e fermati alla nuca con delle forcine, come erano le nonne una volta, la rivedo seduta nei posti più riparati della casa, intenta con le forbici a ritagliare giornali con i quali faceva per noi, le nipoti, le figlie di Enzuccio, delle bamboline unite in un girotondo…

Vecchia da sempre ai miei occhi, perché già avanti negli anni quando io sono nata, aveva in viso dei tratti piuttosto marcati e l’aria seriosa che l’educazione di una volta imprimeva. Nel ricordo della sua figura non avverto la tenerezza che suscitano a volte le vecchiette, piuttosto le riconosco la solidità di un atteggiamento stabile, definito, che non lascia trasparire ansie o turbamenti, cosa che oggi leggo come la serenità di chi non oppone resistenza all’età: il senso pacificato di una vita già vissuta, perché così è naturale che sia e non in nome di una filosofia che possa averlo insegnato, ma perché c’è una sapienza eterna, interiorizzata e condivisa, a stabilire che la vita ha un declino e come una candela, se non viene spenta anticipatamente, piano piano, finisce col consumarsi da sé. P. 37-38

La villeggiatura a San Nullo

Per tutto quello che le case possono mostrare o custodire, comunque raccontare, ancora più mi hanno sempre colpito le case in abbandono e il loro lasciare intendere tempi migliori… P. 72

Anche a noi con la nostra casa di campagna era andata così…

…luogo prediletto da mio padre, meta delle villeggiature prima della sua famiglia d’origine poi della nostra.

…Immersa nel silenzio e con tanto verde intorno, aveva davanti per tutta la sua estensione una grande area da cui di giorno la vista poteva spaziare all’orizzonte senza che neppure in lontananza costruzioni di alcun tipo la disturbassero, di sera poi, contare le lucciole o le stelle che in assenza di luci artificiali si lasciavano contemplare…

La località si chiamava san Nullo …Il nome, che suona strano, mi è sembrato a posteriori essere profetico perché niente lì sarebbe rimasto com’era… tanto la zona, prima solo verde, sarebbe stata violentata dall’ avidità del cemento e dalla prepotenza delle costruzioni che ne avrebbero deturpato l’antica fisionomia di aperta campagna con i suoi muri a secco adornati di felci e ciclamini d’inverno e con viottoli silenziosi in tutte le stagioni…P.75-76

Quando ero bambina, ci trascorrevamo il mese di settembre; era la fine dell’estate e delle vacanze, ma come il vino del miracolo di Gesù alle nozze di Cana, era anche la parte migliore, l’ultima boccata d’aria prima del rientro a scuola.

Ripensando alle mie giornate di allora, rivedo voli sull’altalena sempre più in alto, corse per la campagna, ginocchia sbucciate, compagnia allegra di tanti altri bambini, figli dei contadini, miei compagni di gioco con i quali l’età avrebbe stabilito stupide distanze sociali, stanchezza della sera al lume di petrolio, quando finalmente dopo essere stata lavata da mia madre nella pila di una delle due cisterne, unica fonte d’acqua, esausta, mi arrendevo al sonno per  ricominciare l’indomani, sazia di sogni e stelle… P.77

… la fine delle vacanze e della bella stagione avrebbe potuto favorire quella lieve malinconia delle cose che finiscono. Ma questo è il mio sguardo di ora, allora, nella pienezza della mia gioia bambina immersa nel respiro della campagna, fra tanti alberi ben radicati, all’ombra di mio padre, quasi albero anche lui, solido e forte, non so cosa fosse il tempo; forse per me non c’era perché non c’era l’idea del suo scorrere.

Tutto per me era lì, sempre; il sempre dei bambini che sono nel presente. P.81 

Abbiamo tutti, per dirla con Bergman, “un posto delle fragole”, che ci rimane dentro anche quando di fragole non è più la stagione: per me sarebbe stato quello che avrei voluto ogni anno ci accogliesse immutato come se né lui né noi dovessimo subire alterazioni; quando invece sarebbe stato il contrario. P.82

La scrittura

Credo che proprio qui, nel bisogno di salvaguardia e tutela delle cose che più stanno a cuore, è la ragione del mio ritorno in via Teatro greco attraverso la scrittura; una forma duttile, generosa e insieme fedele di contenimento, a suo modo anch’essa una “casa” dove non i mattoni o la pietra sono il materiale di costruzione ma le parole, che incise, graffiate, com’è proprio della scrittura, perdono il carattere aereo che le rende alate, per cui forniscono alla memoria una complicità che ne prolunga la vita. P.101

Siamo tutti bisognosi di storia, cioè di salvare noi e la nostra realtà dal caso, individuando un filo conduttore, e ne siamo tutti portati, magari senza saperlo, perché il senso che unifica e riscatta tutto, anche il dolore, è nell’insieme il quale, proprio perché tale, non si lascia scoprire in itinere ma, come il colore degli alberi, a stagione inoltrata… P.103                                                             

Le cose, per quanto nel loro accadere possano riempire, evaporano, sfumano… Affidare alla scrittura certe esperienze è veramente dare loro una casa speciale, capace di resistere alle intemperie di tutti gli umori che la abitano e soprattutto capace di operare la magia di ridonare presenza a ciò che manca, realizzando così quel ritorno negato che è il male della nostalgia. P.105

Maria Liberti, nata a Catania nel 1952, dopo il liceo classico, si è laureata in filosofia e dedicata al suo insegnamento. Nel 2016, accostatasi al Counseling filosofico ha cominciato ad approfondire lo studio della Filosofia della cura, di matrice socratica, e delle Pratiche filosofiche, privilegiando la scrittura autobiografica. Conseguito il titolo di Counselor, collabora con “L’albero filosofico”, un’associazione culturale no profit che opera in diversi ambiti, ispirandosi alla concezione della filosofia come ars vivendi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] F. Holderin, Festa di pace in Le liriche, Adelphi, Milano, 2019, p.605

[2] L’espressione è suggerita dal titolo del recente saggio di Massimo Recalcati La luce delle stelle morte,   Feltrinelli, Milano, 2022

[3] A questo proposito, cfr. A. Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Feltrinelli, Milano, 2011, pp. 7-11

[4] Cfr. Dante Alighieri, La Divina Commedia, Purgatorio, canto VIII, primo verso.

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