VALERIA DI FELICE E L’ANTIRIVA

VALERIA DI FELICE E L’ANTIRIVA

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Quella di Valeria Di Felice, autrice della silloge L’antiriva (Edizioni Di Felice, 2014) non è una poesia di sospiri ma di energiche attese, di desideri che non sono abbandonati al flusso della notte ma elevati al canto d’allodola che segna il corso del mattino. Niente deve essere lasciato al caso, niente cede al corso comune degli eventi, a una conoscenza ordinaria e diffusa; tutto viene diretto da una mano ferma, trepida solo perché guidata dal sussulto della visione. Il viaggio è una discesa verticale, lungo cui trionfa un’accecante oscurità, a cui dobbiamo la vita e che ci impone di trovare un faro conduttore, un astro celeste da piegare alle ragioni della conoscenza: «Ignara d’amarti come anima buia/ carcerante soli nell’immane ricerca di lumi/ la tua luce ho rincorso».
Nei suoi versi il mare diventa una sorta di nemesi, una presenza inopportuna o addirittura ostile, a cui è vano offrire la propria vita perché sarebbe in balia della corrente casuale, vittima di instabili maree. In tal modo viene ripudiata l’immagine della riva disposta ad accogliere qualsiasi cosa il mare trascini con sé, anche solo la schiuma dissennata dei frangenti, preferendo così dare le spalle all’infinito azzurro e farsi “antiriva”. Cito dalla sezione Il poeta dell’antiriva, in cui l’autrice tratteggia un proprio manifesto poetico: «Lontano dalla riva, la visuale si amplia e getta la sua àncora in un luogo sconosciuto, irriducibile alla corrente e alla direzione volgare dell’imposizione». Lontano quindi dall’ottusa posizione di un solo punto di vista, alla continua ricerca della prospettiva a cui l’occhio giunge da una nuova angolazione, che pare inattesa eppure concepibile da una mente disposta a sbattere contro gli spigoli dell’indagine umana, perché soltanto allora, contusi dal contatto con ciò che di vero brucia della vita, ci si predispone al canto poetico: «non mi opposi alla serpe/ ma dischiusi il labbro/ a imporporare luna e stelle».
Ed ecco la strenua ricerca della libertà, una «libertà che trova i suoi primi segni nella lotta e nella ribellione», e una ricerca forsennata della «chimera della felicità che conosce l’ebbrezza dello slancio e la vertigine della caduta». Ripenso al Battello ebbro rimbaudiano, travolto da correnti avverse eppure mai arreso alla paura, anzi, attento a fare di un viaggio senza pace qualcosa che rispecchi la rotta incisa nel proprio cuore e le visioni che fermentano in un animo libero d’ogni cecità: «Conosco i cieli che esplodono in lampi, e le trombe/ e le risacche e le correnti: conosco la sera/ e l’alba esaltata come uno stormo di colombe,/ e talvolta ho visto ciò che l’uomo crede di vedere!»
Il poeta “veggente” è padrone del sapere, perché più di chiunque altro ha accettato la discesa agli Inferi: viene espulso dalla sua primigenia condizione d’assoluto, quando era «una chimera d’eterno», per essere frazionato nell’argilla della materia umana, e divenire «polvere sparsa di ore», passando così dalla magia in cui la notte cristallizza la rugiada («traccia rappresa nel petalo/ schiuso di un gambo narciso») all’impietoso tocco del sole che fende il calice floreale («maturità rappresa/ nel nocciolo duro d’un’alba/ che s’alza e petali spariglia»). Ma è proprio in questo processo di dissoluzione, in questa «ragionata sregolatezza di tutti i sensi» (sempre per citare Rimbaud), che il poeta, ormai estenuato e rinvigorito, riconosce il proprio senso, il cardine che tiene insieme le innumerevoli facce dell’universo.
Quella de L’antiriva è una poesia “aristocratica” che sa bene di rivolgersi a un ristretto, o almeno scelto, gruppo di lettori, avulsa da qualsiasi “populismo”, dalla meschina vanità di compiacere l’uomo comune, colui che ha rinunciato al cammino che conduce il poeta al fulcro della conoscenza («il profeta non muore/ nel percorso del dolore»). Il rifiuto per la massa, per coloro che leggono – ammesso che leggano – con la presunzione di conoscere senza il privilegio del delirio, senza aver intinto le mani nel fondo del proprio abisso, è lampante e più volte riferito nel corso del testo: l’autrice parla di «volgo dal palmo informe», di «crode sventrate/ da sudditi branchi», di «torsolo di mondo/ divorato, invaso/ da orde ottuse».
Aggiungo infine che quella di Valeria Di Felice è una poesia finalmente diversa, che vanta un linguaggio attentamente cesellato, uno stile squisito e disinvolto pur nella sua profonda erudizione, opportunamente elegante, senza essere lezioso o affettato, e proprio per questo prezioso.

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