Alcune possibilità delle parole

Alcune possibilità delle parole

foto di Ciro Orlandini

Foto di Ciro Orlandini

Parola d’Autore

La trasparenza
Ho scoperto da piccola la potenza delle parole. Esageravo anche. Ero convinta che le parole potessero farmi diventare trasparente. Era il mio gioco. Bastava dirlo: ecco, sto diventando trasparente. Prima le mani, poi i piedi e le gambe, il resto del corpo. Per ultima la faccia. Dopo aver nominato le parti, che potevano così scomparire, mi spostavo nelle stanze, strisciavo lungo i corridoi con modi ridicoli di spia giovane e trasparente.
I presenti mi avevano ascoltata e favorivano questa aspirazione mia, aiutandomi a fingere inesistenza.
Di questo gioco non riesco a dimenticare il piacere, la leggerezza, la padronanza sul mio destino del momento. Era padronanza parziale, perché la formula di parole aveva una scadenza a tempo, come quasi tutte le allegrie.

Diventare. Diventare per esempio la tigre di Salgari
Dopo la trasparenza, capii che le parole avevano un’altra possibilità. Non lo capii a scuola, dove una maestra che si ispirava ai cattivi di Stevenson ci faceva ingoiare grammatica e paura, ma stesa sul mio letto mentre leggevo Salgari. Per questioni di salute imperfetta, stavo spesso stesa e le letture preferite erano le cosiddette letture da maschio. I pregiudizi di genere legati anche alle scritture, allora come adesso, avevano un certo numero di autorizzazioni.
La folgorazione fu esaltante: potevo diventare grazie alle parole di altri. Come ogni folgorazione aveva presunzione di unicità; mi pareva impossibile che quasi tutti i lettori accorti avessero provato lo stesso lampo di genio. Ancora oggi, quando leggo di alcune evangelizzazioni letterarie che erroneamente si ritengono uniche, sorrido e ricordo la tigre di Salgari. Sì, perché io non diventavo La Perla di Labuan, ovvero Lady Marianna Guillonk, ma la tigre e alcuni paesaggi. Siccome la tigre spesso non si comportava tanto bene con Sandokan, mi ero fatta l’idea che io-tigre in realtà ero complice dell’eroe per questioni di copione. E non morivo nonostante i numerosi colpi di lama.
A battaglia finita, io-tigre, l’amato Yanez e Sandokan ci ritrovavamo a bere rum e a raccontarci storie.
Questa convinzione mi ha sempre portato a cercare di lasciare in parte liberi i personaggi che racconto, nel desiderio di garantire anarchia al lettore.
Quando riuscivo a diventare oltre la tigre anche il paesaggio, provavo l’estasi scientifica della materializzazione nell’altrove. Beffavo la malattia che mi voleva stesa e viaggiavo.
Lessi poi, dopo anni, che Salgari non conosceva i posti descritti, non c’era stato. Lessi anche del suo suicidio feroce e dell’accusa rivolta a un mondo commerciale che sfruttava l’arte, regalando miseria.
Mi commuovo ancora per chi ha saputo alleviare pene e farmi diventare tigre e paesaggio mentre ero malata. Mi dispiace e mi dispiacerà per ogni passione presa all’amo e divorata.

La poesia prosaica delle parole
Al ginnasio cominciai a scrivere poesie. Un danno comune da cui purtroppo non guarii subito. Facevo confusione: ricopiavo sul diario testi di canzoni e Baudelaire, Yeats e le strisce di Claire Bretécher (per anni ho cercato di imparare il disegno), Leopardi e stralci di Oreste del Buono. Senza rete eravamo giovani amanuensi di improvvisazione letteraria. A mia parziale difesa, posso dire che ne ero consapevole. Senza rete, appunto, non mi erano consentite auto apologie, quindi autorete.
Alcuni scienziati di vari ambienti cercarono di arginare il danno e tentarono di insegnarmi a leggere nel Giusto Modo. Per me lo sforzo degli scienziati del leggere era irrilevante, tanto leggevo tutto di tutto con una bulimia acritica e fuorviante. Dopo la lettura di alcuni tomi fondanti gli scienziati cercavano anche di istruirmi a un giudizio critico prestabilito a cui mi sottraevo. Non sarebbero riusciti a levarmi il gusto della meraviglia dell’inutile.
Mi vendicai vincendo un premio letterario con la peggiore delle mie poesie. A pensarci, quasi tutte potevano aspirare al titolo di peggiore.

Il coraggio
Crescendo ho potuto apprezzare le quantità notevoli di coraggio che le parole danno. Le quantità, plurale. No, perché le parole scritte riescono persino a dosare con bilancia corretta l’impeto e la delicatezza della temerarietà necessaria. Mi è capitato di andare ad appuntamenti che mi destabilizzavano per vari motivi con lo scudo de Il maestro e Margherita, per esempio, o con l’immortalità di Adriano.
Alcuni libri che non mi sono piaciuti mi hanno dato il coraggio di scrivere i miei. Purtroppo non ho il difetto dell’arroganza, che sarebbe più utile del difetto dell’autolesionismo. Ah, se i difetti si potessero scegliere! Quando in orario di chiusura un premio ambito mi ha dichiarata scrittrice, non gli ho creduto. Ho perso tempo prima di muovere passi verso il desiderio mio. Recentemente mi sono perdonata, ho fatto pace con gli sprechi, con i giri a vuoto, con i limiti in genere. Li trovo addirittura poetici se contrapposti alla marcia militare priva della vocazione al deragliamento.
Altri libri hanno avuto il coraggio di sconfiggere o accompagnare la solitudine per ore o giorni. Anche quelli che ho scritto.

L’ultimo amore
Le parole scritte hanno la possibilità di celebrare ogni volta i patimenti e le godurie dell’ultimo amore nell’ultimo libro. Il mio ultimo libro è Ma già prima di giugno, edito da e/o. È un romanzo che accosta i toni della saga alla voce della contemporaneità. La narrazione procede a capitoli alternati.
Le vicende di una madre da giovane, Maria Antonia, che vanno dal periodo che precede il secondo conflitto mondiale fino agli anni sessanta, si affiancano al racconto-monologo di una figlia, Ena, giunta all’ultimo periodo della sua vita. La madre giovane è padrona della storia nonostante la dannazione della guerra, è vicina al fermento del mondo. I suoi giorni combaciano con temi epici ma anche scabrosi: Maria Antonia affronterà lutti e miseria, fuggirà come profuga da Spalato, perderà il primo marito nelle foibe, vedrà i fratelli condannati ai campi di lavoro. Darà anche scandalo pur di assecondare la voglia disperata di continuare. Resta in una gioventù permanente, proprio perché ha affrontato la Storia Grande del mondo e l’ha vinta.
Ena, sua figlia, è una donna vecchia costretta a letto dalla rottura del femore. Una giovane straniera, che lei chiama Abbadessa, si prende cura di lei. Ha con l’Abbadessa un rapporto scorretto dove i suoi giorni superflui combattono contro la mistica e la ricerca dell’essenziale della badante. Eppure un incontro autentico diventa possibile, proprio grazie all’assenza di riguardo reciproco. La vita di Ena è stata sazia, pigra, non priva di danni. La figlia vecchia e il suo linguaggio frammentato sono la voce claustrofobica delle promesse mancate, dove la ribellione della risata offre forse l’ultima risorsa.

copertina ma già prima di giugno su l'estroverso

Ma già prima di giugno, La Premessa

Le avevano insegnato:
che l’istinto di sopravvivenza è una delle poche costanti
della fisica;
che le fragole danno sfizio e allergia;
che un uomo non può essere una donna e viceversa e che
comunque vada è meglio non si concedano senza freni all’esistenza;
che le ossa si piegano solo per carenza di calcio e non per
mancanze della prima età;
che una guerra può essere buona o cattiva;
che è possibile abituarsi al sapore dell’uovo crudo;
che la malerba non muore;
che i soldi preparano il letto alla felicità;
che i figli sono tutti uguali;
che chi è morto giace e chi è vivo eccetera;
che l’amour è l’amour – questa proprio non l’aveva capita;
che Ulisse prima o poi torna – cosa farsene di un ritorno
tardivo poi non si sa;
che non bisogna scodellarla in palcoscenico;
che le distruzioni di popoli interi per via biologica sono una
risposta recente;
che il saio è savio;
che esagerare fa venire l’herpes;
che l’educazione educata argina il danno – prego, passi pri –
ma lei;
che gli antibiotici fanno bene e che il latte bevuto a digiuno
sconfigge l’amianto;
che l’ordine della convivenza civile mette al riparo dagli
intrighi familiari e internazionali – e che comunque dipende;
che la tigre di Salgari fa finta di morire per dovere di co –
pione;
che non si ruba;
che non si rubano pezzi di vita propri e altrui;
che la malaria è soltanto roba di zanzare;
che non si mente;
che si mente per legittima difesa;
che le gambe vanno aperte solo per amore;
che il progresso non gira la testa per tornare indietro, veloce;
che pure la scienza va sempre dritto;
che non basta nascere una volta sola;
che gli uomini smarriscono la superbia negli anni;
che due rette, solo in teoria parallele, non s’incontrano mai.
Che vivere vale la pena.
Quando vide i binari del tram incrociarsi proprio davanti
alla casa dove era cominciato tutto, si disse che le rette s’incontrano
eccome e che quindi anche le altre informazioni potevano
essere difettose.
Salvò solo Che vivere vale la pena e promise.

*
Ma già prima di giugno è il mio ultimo amore. Qua ci sono gli altri www.patriziarinaldi.it

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