Se un giorno sono stata un albero ha senso questo tremare
che sale dalle braccia ogni volta che dalla finestra entra il sole
e mi fa viva di un qualsiasi luogo
fino a poco prima spodestato dalla luce.
Ha senso tremare dai piedi fino in bocca
dove vorrebbero nascere parole
capaci di levarsi come l’erba dopo che il vento l’ha piegata
e dire grazie
di questo moto che mi rovescia e schianta
anche quando il fiore più piccolo – che sembra aspettare proprio me –
col suo dire silenzioso dichiara che non vi sono dubbi
e basta crederci, persino se mi sento persa
e non trovo posto, e ho una gran paura.
Se anche io ho avuto radici, anche io ho viaggiato senza camminare
e davanti alla soglia di una casa ho attecchito senza far rumore
e ho lavorato un orto e dato frutti
e senza toccare altro che l’aria, ho amato.
Così entro nel bosco come fosse la mia casa
e l’albero che sono stata saluta tutti gli alberi
che mi levano all’azzurro semplice del sì –
nella traccia di una galassia muta,
un mistero che mi lavora in corpo come fossi terra.
E se non basta pensarlo può bastare crederlo
che alberi e nuvole e vento
non sono solo alberi e nuvole e vento.
*
Ho visto
terra per le foglie, terra per le formiche, terra rossa che parlava con terra
nera, terra che guardava, terra che stava zitta, che infilava le mani dentro
e rideva, che mi rincorreva.
L’aria pizzicata dalla neve era un bosco liberato, un bosco che toccava e
che si faceva toccare. E c’erano prati a onde; ciuffi di risa che si lasciavano
cadere fra robinie e rami di nespole.
Anche io potevo essere altissima, arrivare fin dove l’erba rotolava, e far le
cose piene, le molte cose piene e forti.
Tanta era la bellezza che la felicità era una forza granda – per le cascine,
gli orti snocciolati, il colmo dei cespugli spogliati dalle rose.
Ero di stessa forza, appesa a quel corpo seppellito che era tutte le cose e più.
*
Poi ci sono i cardellini che mi vogliono portare con loro.
A desiderarne la leggerezza posso compiermi ala.
Mio vero uditore d’insetti, questa radice tremenda e mirabile fa corpo
nel vuoto.
Levare il viso all’aria scuote le più semplici aperture. Così il buio.
Per questo ti auguro di guardare.
Il boato è spaventoso e scoperchia più e più volte. Ma la luce. Guarda.
*
Tutta sei, e sola,
magnificata fuga, mia nuda
fosforescenza;
mi piego alla tua cruna, alla tua stella
per nessun nome
per nessuna memoria
più di questa
capovolta verdissima apertura.
*
Si accosta al corpo fiorito
– è l’erba accesa sul sentiero –
entra – mentre tutto è sospeso –
tocca una a una le consonanze:
pietra con pietra
cielo con cielo
spazi vuoti con spazi vuoti
le unghie dell’aquila precisamente insieme
alle unghie dell’altra aquila.
Conta finemente il poco che viene
il tanto che va via.
—
Iole Toini (1965) vive e lavora sul lago di Iseo. Niente di tiepido è la sua terza raccolta.
la foto in copertina è di Tim Mossholder








